Mirabilia #01: Il Paleontologo che volle farsi re

Mirabilia: una serie di articoli pensati come una Wunderkammer che raccoglie personaggi bizzarri e dimenticati, avvenimenti insoliti e assurdi, nozioni eretiche e surreali

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Doda (a sinistra) e Franz (destra) nel 1931

Chi ha detto che l’unica vita degna di essere vissuta è quella che diventerà un’avvincente biografia senza dubbio doveva avere in mente il Barone Franz Nopcsa. Questo eccentrico nobiluomo della Transilvania, che condusse una vita turbolenta e avventurosa a cavallo tra il XIX e il XX secolo, sarebbe un modello perfetto per un’eroe dei pulp magazines degli anni Trenta. Fu un uomo poliedrico che in una sola esistenza riuscì ad essere paleontologo, scienziato, esploratore e agente segreto, il tutto allo stesso tempo.

Nopcsa nacque nel 1877 nell’odierna Romania. Primogenito di una famiglia aristocratica, sin da giovane mostrò un intelletto vivace e un’insaziabile curiosità intellettuale. Oltre alla sua lingua madre, l’ungherese, imparò presto a padroneggiare anche il rumeno, l’inglese, il tedesco e il francese.

Nel 1895 un evento tanto casuale quanto inaspettato accese nel giovane Franz la scintilla di una passione che lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni. Di ritorno da una passeggiata nei dintorni della dimora di famiglia, la sorella minore Ilona portò a Franz uno strano teschio che aveva rinvenuto lungo il corso di un fiume. Nonostante le terribili condizioni del reperto Franz si adoperò per identificarlo, leggendo tutti i testi dedicati alla biologia, alla geologia e all’anatomia presenti nella ricca biblioteca di famiglia e cercando, invano, addirittura l’aiuto di un famoso professore di geologia dell’Università di Vienna. Avvalendosi delle vaste conoscenze che aveva accumulato e dell’analisi di numerosi reperti che aveva rinvenuto nella medesima area, Nopcsa giunse alla conclusione che il teschio apparteneva ad una specie di dinosauro non ancora classificata.

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Il fossile che accese la passione per la paleontologia del giovane Franz

Pur essendo un dilettante e un’autodidatta, Nopcsa era metodico e il suo approccio allo studio dei dinosauri era originale, innovativo e in largo anticipo sui tempi. Egli cercava di visualizzare come questi animali fossero stati da vivi, speculando sulla loro biologia ed etologia partendo dalle specie viventi che ai dinosauri erano più prossime. Nel corso della sua vita Nopcsa identificò 25 generi di rettili e cinque dinosauri tra cui il Megalosaurus, mise appunto un metodo per dedurre l’età a cui gli esemplari erano deceduti tramite l’analisi microscopica delle ossa, pubblicò diversi volumi e più di un centinaio di articoli scientifici. Molto tempo prima che il mondo accademico le accettasse all’unanimità, il paleontologo transilvano sostenne la teoria della deriva dei continenti e quella della discendenza degli uccelli dai dinosauri.

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Uno dei tanti bozzetti realizzati da Nopcsa.

Come molti cacciatori di fossili di quell’epoca, Franz Nopcsa faceva totalmente affidamento sulle sue ricche finanze per portare avanti i suoi studi. Nel 1903 Nopcsa compì la prima delle sue tante spedizioni in Albania, stavolta pagata dallo zio, molto vicino all’allora Imperatrice Elisabetta. Nopcsa aveva nutrito fin da giovane una grande passione per l’Albania, pari solo a quella per la paleontologia. Il giovane Franz era rimasto incantato dai racconti su quella terra impervia e sulle popolazioni che vi vivevano che aveva sentito da un suo caro amico (secondo alcuni il suo primo amante), il conte Luois Draskovic. Un mondo fatto di etiche tribali, faide, patti di sangue e onore che doveva sicuramente esercitare un’attrazione irresistibile su uno spirito inquieto e avventuroso come quella di Franz e in cui non esitò a immergersi completamente.

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Nopcsa posa nella tenuta tradizionale dei guerrieri albanesi

I successivi viaggi in Albania furono completamente finanziati dall’Impero Austro-Ungarico. All’indomani della Prima Guerra Mondiale i segni di debolezza dell’Impero Ottomano si facevano sempre più evidenti e la diplomazia e i comandi militari viennesi erano interessati ad avere più informazioni possibili sulla geografia e la situazione politica dell’Albania, allora provincia ottomana, in vista di una possibile annessione. Nopcsa divenne così un’agente segreto, attività che si intrecciò con i suoi interessi scientifici. Fu il primo a condurre uno studio sistematico della lingua e dei dialetti dell’Albania (che padroneggiò in poco tempo) e della cultura e i costumi dei popoli che la abitavano. Lì conobbe un ragazzo albanese, Bajazid Elmaz Doda, che assunse come segretario. Doda diventerà il suo compagno per il resto della sua vita, lo definirà “l’unica persona che mi abbia mai amato” e “dedicherà” a lui la scoperta di un dinosauro dandogli il nome scientifico di Kallakobotion bajazidi.

Nel 1913, alla conclusione della Guerra dei Balcani, Nopcsa chiese al governo austro-ungarico uomini, armi e mezzi per prendere il controllo dell’Albania e di esserne dichiarato re. Le richieste di Nopcsa vennero ignorate e al suo posto fu installato un governo fantoccio. Ciò dovette colpire Nopcsa nel profondo. In una lettera sentenziò lapiadariamente che la sua Albania era morta.

Questo evento può essere visto come l’inizio della parabola discendente di Franz Nopcsa. Di lì a poco la Prima Guerra Mondiale si sarebbe abbattuta sull’Europa e alla fine del conflitto Nopcsa avrebbe perso gran parte del suo patrimonio. Complice anche la salute mentale e fisica sempre più precaria, Nopcsa finì per vendere tutta la sua collezione privata di fossili e scheletri di dinosauro a vari musei in giro per il mondo. Passò gli anni successivi a girovagare in moto per l’Europa assieme a Doda. Nel 1933 a Vienna Franz Nopcsa uccise Doda nel sonno e poi si suicidò sparandosi in testa. Nella nota che lasciò espresse la volontà di essere cremato con indosso la sua tenuta da motociclista.

Nonostante le sue intuizioni in anticipo sui tempi e i suoi importanti contributi tanto alla paleontologia quanto all’etnologia, il “quasi re d’Albania” è sprofondato per decenni nell’oblio. In vita fu ostracizzato dal mondo accademico non solo per le sue idee ma anche per il suo carattere sanguigno, poi il regime di Ceaușescu ordinò di incenerire la sua biblioteca. Oggi pare ci sia ancora una certa riluttanza in patria a riesumare la sua figura poiché la sua omosessualità pesa come un macigno Tuttavia da qualche anno alcuni cittadini di Hateg, il villaggio in cui trascorse infanzia e giovinezza, si stanno adoperando per riscoprire il suo operato e sperano di rendere il vecchio maniero della famiglia Nopcsa, oggi in stato di abbandono, un centro di ricerca dedicato alla paleontologia.

Bibliografia

John N. Wilford, L’Enigma dei Dinosauri,

History Forgot This Rogue Aristocrat Who Discovered Dinosaurs and Died Penniless, Vanessa Vaselka, Smithsonian Magazine

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L’Apocalittica vita di Doc Savage

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È molto probabile che al lettore italiano il nome di Doc Savage non dica nulla. Qualche appassionato di fantascienza di vecchia data potrebbe invece ricordare la manciata di romanzi che lo avevano come protagonista che vennero pubblicati su Urania tra il 1974 e il 1975. Io l’ho conosciuto per “interposta persona” attraverso la serie a fumetti Tom Strong di Alan Moore e quel piccolo gioiellino della fantascienza anni Ottanta che è Buckaroo Banzai. Entrambe le opere sono tanto un omaggio quanto una rilettura e aggiornamento dell’epopea di Doc Savage. Il motivo di tanta influenza e risonanza è presto detto. Negli Stati Uniti l’Uomo di Bronzo (come è soprannominato) è stato il beniamino di almeno due generazioni di lettori. Assieme a The Shadow è una delle figure più iconiche dell’era dei pulp magazines e sono ben 181 i romanzi a lui dedicati, pubblicati tra il 1933 e il 1949, scritti in gran parte dall’infaticabile Lester Dent sotto lo pseudonimo di Kenneth Robertson.

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Doc Savage è un eroe poliedrico, sottoposto sin dall’infanzia ad un serrato programma di allenamento fisico e di approfondito studio in tutte le aree del sapere. Egli è arrivato ad esprimere il massimo potenziale biologico e intellettivo dell’essere umano. Tutto ciò per volontà del padre (che doveva sicuramente avere idee curiose in materia di pedagogia), deciso ad allevare il più grande combattente del crimine che il mondo abbia mai conosciuto. Oltre alla preparazione fisica e mentale necessaria, Doc ha ricevuto dal padre una cospicua rendita sotto forma di azioni, eredità e un regolare rifornimento di oro proveniente da un sito archeologico segreto nella foresta amazzonica. Dalla sua base operativa all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building Doc porta avanti la sua crociata contro il crimine con l’aiuto di sofisticati gadget concepiti dalla sua mente geniale e soprattutto dei suoi cinque aiutanti e della cugina Patricia. Quando Doc vuole prendersi una pausa si ritira nella sua Fortezza della Solitudine situata nell’Artico dove si dedica alla ricerca scientifica.

Le analogie con personaggi che debutteranno qualche anno dopo come Superman e Batman sono innegabili e non è un caso: Doc Savage viene considerato l’anello di congiunzione tra gli eroi letterari classici come Sherlock Holmes e Arsenio Lupin e i supereroi dei fumetti. Lester Dent aggiornò la formula classica dei pulp infondendovi temi fantascientifici e vera scienza all’avanguardia (per l’epoca), aprendo così la strada alla fiumana di supereroi che di lì a poco affollerà la carta stampata.

A partire dal 1964 Doc Savage conobbe una rinnovata notorietà grazie alle ristampe della Bantham Boooks. La riscoperta del personaggio spinge un illustre fan della prima ora come Philip J. Farmer a scrivere una vera e propria biografia del personaggio, con la stessa rigorosità e serietà che si riserverebbe ad una personalità realmente esistita. Già autore della biografia definitiva su Lord Greystoke, Tarzan Alive, nel 1975 Farmer da alle stampe Doc Savage: His Apocalyptic Life.

In Farmer, noto soprattutto per la serie iniziata con Il Fiume della Vita, hanno sempre convissuto due anime, da una parte quella dello scrittore di letteratura popolare, dall’altra quella che tendeva alla letteratura “alta” (tanto per usare un termine che disprezzo). Invece che privilegiare l’una o l’altra, Farmer riuscì a trovare una sintesi nella forma di anarchici pastiche letterari, dando vita ad uno stile ibrido di cui la biografia dell’Uomo di Bronzo è sicuramente uno degli esiti più felici. Farmer incapsula la narrazione all’interno di una complessa sovrapposizione di cornici narrative in cui letteratura e realtà si mescolano. Nella finzione letteraria Farmer è chiamato a redigere una biografia di Doc Savage, persona realmente esistita, attingendo ai romanzi di Dent che altro non erano che resoconti romanzati delle avventure vissute da Doc e i suoi amici. A sua volta Dent aveva costruito i suoi romanzi a partire da note e appunti che gli erano stati forniti dagli assistenti di Savage. Partendo da questo assunto Farmer contestualizza Doc nello scenario, urbano, sociale e culturale della New York degli anni Trenta, cercando di razionalizzare gli aspetti più romanzeschi dei romanzi di Dent e di sanare le inevitabili contraddizioni nella continuity che erano emerse nel corso della lunga vita editoriale del personaggio. Farmer ricostruisce la biografia di Doc, con particolare attenzione al periodo delle giovinezza a cui Dent aveva solo accennato, per poi passare ad una minuziosa, a tratti maniacale, descrizione dei luoghi ricorrenti della saga: il quartier generale che domina New York, la Fortezza della Solitudine, la base segreta in cui vengono custoditi gli avveniristici mezzi di trasporto che Doc e soci usano nelle loro avventure e infine il College, una sorta di ospedale dove Doc sottopone i supercattivi sconfitti ad un ricondizionamento psicologico volto a trasformarli in bravi e onesti cittadini. Segue poi un’approfondita disamina dei sidekick di Doc, dalle spalle comiche Monk e Ham, fino all’unica figura femminile ricorrente della serie, Patricia Savage.

Ridurre questa autobiografia ad un semplice tributo da fanboy sarebbe fare un grave torto a Farmer. Lo scrittore non si limita a offrire al lettore, magari totalmente a digiuno della materia, una panoramica dell’universo creato da Dent. Anzi, la presenza di Farmer è palpabile in tutto il testo e se è innegabile l’amore che trasuda per il personaggio da ogni pagine, è anche vero che Farmer approccia il tutto con uno sguardo adulto e talvolta critico. Come già detto, Farmer compie un’opera di razionalizzazione, rileggendo le ingenue avventure che tanto lo avevano appassionato da ragazzino negli anni Trenta attraverso gli occhi di un uomo maturo che scrive nella disillusa America degli anni Settanta. Ciò permette a Farmer di giocare con gli aspetti problematici del personaggio e cercare di esplorare quelli che per forza di cose Dent dovette lasciare in ombra, come la sessualità.

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Si può pensare che attraverso l’opera di Farmer Doc Savage abbia ancora una volta influenzato il mondo dei supereroi. Infatti l’operazione di razionalizzazione, il tentativo di rendere adulti personaggi pensati per un pubblico di bambini e adolescenti, verrà replicato quasi quindici anni dopo da Alan Moore con il suo seminale Watchmen. A riprova di questo fatto bisogna ricordare che Moore ha più volte espresso ammirazione per Farmer e un’altra delle sue opere principali, La Lega degli Straordinari Gentlemen, deve molto alle idee che Farmer sviluppò a partire dalle sue due biografie. Infatti, in appendice a Doc Savage: His Apocalyptic Life e Tarzan Alive troviamo un’ampia dissertazione sulla genealogia dei due eroi, che scopriamo appartenere alla così detta Wold Newton Family, una fitta genealogia che collega una miriade di personaggi della letteratura popolare dal diciottesimo secolo ad oggi, da Sherlock Holmes al Capitano Nemo, fino al Kilgore Trout dei romanzi di Kurt Vonnegut, passando per Nero Wolfe e geni del male come Fu Manchu). Un concetto, quello di un universo in cui tutti i personaggi letterari coesistono, che verrà riutilizzato non solo da Moore ma anche dal fumettista Warren Ellis con il suo Planetary.
La biografia di Doc Savage è la prova che si può provare nostalgia per epoche che non abbiamo diffuso. Noi cinici, sarcastici, post-ironici lettori del XXI secolo possiamo per qualche ora lasciarsi alle spalle tutto questo e perderci nella fitta cronaca delle gesta dell’Uomo di Bronzo, e scorrazzare per un mondo dove gli eroi sono buoni e senza macchia, i cattivi possono essere sempre redenti e la tecnologia porta con se la promessa di un futuro più giusto e civile. Forse in un’epoca come la nostra non c’è più spazio per eroi come Doc Savage. O forse quest’epoca ne ha mortalmente bisogno.

Il Corvo

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Quando ebbi il mio primo incontro con il Corvo non dovevo avere più di sei anni. Come ogni sabato mio padre se ne tornava a casa con una videocassetta noleggiata alla videoteca di quartiere e dopo cena, in uno dei pochi momenti in cui la famiglia era tutta riunita, io e mio fratello ci guardavamo il film sprofondati nel divano tra la mamma e il babbo. Il criterio con cui mio padre sceglieva i film mi è tuttora oscuro. Alternava pellicole che sarebbero state giustamente considerate per famiglie a titoli a che invece avrebbero spinto genitori più puritani ad accecare i figli pur di proteggere i loro occhi e le loro menti da certi spettacoli indecenti. Grazie al cielo non ero figlio di questo tipo di genitori e così mi potevo godere liberamente sia Alla Ricerca della Valle Incantata che Point Break.
Rimasi incantato dal film di quella sera ed è forse a questa storia di amore e morte che devo ricondurre varie delle mie fissazioni cinefile, su tutte quella per le ambientazioni urbane notturne, degradate e battute incessantemente da una pioggia sporca, che ricorrono in numerosi dei miei film preferiti.
Per chi è cresciuto negli Anni Novanta e Duemila Il Corvo faceva parte di quel canone dei film di culto che ogni adolescente con anche solo una vaga vena goth doveva aver visto. La pellicola di Alex Proyas sembrava essere fatta su misura per divenire iconica. Una messa in scena estetizzante a metà tra la distopia urbana e il sogno gotico, una storia che mescolava in dosi letali per adolescenti malinconici romanticismo e disperazione, sequenze d’azione che strizzavano l’occhio al cinema di Hong Kong e la marea di citazioni buone per ogni situazione. A suggellare lo status di film maledetto c’era stata poi la tragica morte sul set di Brandon Lee.
In quegli anni Il Corvo era onnipresente, ubiquo. Su una panchina del parco pubblico davanti a casa mia, vergata con uniposca nero, una scritta recitava, “le case bruciano, le persone muoiono ma il vero amore è per sempre.”  Ad ogni festa di Carnevale potevi essere sicuro che ci sarebbero stati almeno tre ragazzini con in faccia il make-up che Lee sfoggiava nel film (ruolo poi passato al Joker di Heath Ledger). Su un muro della mia aula di liceo qualcuno aveva scritto “Non può piovere per sempre” e qualcun’altro sotto gli aveva risposto “Infatti oggi grandina”.

Ero proprio in quegli anni inquieti, in cui si vive ogni emozione in maniera apocalittica, eccessiva (e guardandosi indietro, da adulti, spesso patetica) che ebbi il mio secondo incontro con il Corvo. Cercando un regalo per un amica in libreria mi imbattei nella versione in volume del fumetto originale di James O’Barr. Lo comprai e lo divorai. A fine lettura ero scombussolato e scosso. Questo non era il personaggio portato sullo schermo da Proyas e Lee, non era il personaggio che conoscevo. Era qualcosa di simile ma allo stesso tempo drasticamente diverso. E disturbante. Regalai a malincuore il volume e ho dovuto aspettare una decina d’anni prima che mi capitasse di rileggerlo.

Come già detto Il Corvo di O’Barr si muove lungo lo stesso schema narrativo della sua controparte cinematografica. Anche qui abbiamo una giovane coppia massacrata da un gruppo di balordi. Un ragazzo che torna dal mondo dei morti per fare giustizia. La lunga e metodica mattanza dei cattivi e una città in disfacimento sullo sfondo. Ma dove il Corvo cinematografico è in fin dei conti una favola dark, il Corvo a fumetti è una discesa nell’abisso senza fondo della disperazione, del lutto, dell’odio. La trama procede lineare ma non sono tanto gli eventi e l’intreccio a colpire quanto la complessità e la violenza delle emozioni che O’Barr riesce a trasmettere al lettore. La storia che si dipana lungo le pagine a tratti sembra mutare ora in un flusso di coscienza, ora in una fantasia distruttiva e autodistruttiva.
Il Corvo è un fantasma che vaga tenuto in piedi solo dalla sua sete di vendetta e dal dolore della perdita, dolore che né  le sadiche esecuzioni dei suoi aguzzini, né la morfina e l’autolesionismo possono placare. È una storia nerissima che si sviluppa in un formicaio urbano imbarbarito, in cui la corruzione morale va di pari passo con la devastazione materiale, un’ambiente che ha avuto tanta fortuna nel cinema, nella letteratura e nel fumetto di quegli anni. O’Barr rese su carta questo mondo e i suoi disgraziati abitanti con un tratto ruvido, netto e dai contrasti brutali, contrapposto allo stile ovattato e naturalista che caratterizza i ricordi della vita terrena del protagonista Eric. Quando le soluzioni visive quasi espressioniste non bastano, O’Barr inframmezza la narrazione con poesie di Rimbaud e Baudelaire e testi di canzoni di band come i The Cure o i Joy Division, quasi a voler dare le coordinate dell’immaginario culturale in cui si sviluppa la storia.

Hemingway diceva che per mettersi a scrivere bisognava mettersi davanti alla macchina da scrivere e sanguinare, che in fondo è ciò che fece O’Barr realizzando questo fumetto. È noto come l’ispirazione per la storia e il suo protagonista gli fu ispirata a suo malgrado da un grave lutto. Se la pellicola può ad un occhio non più giovanissimo risultare stucchevole, il fumetto mantiene dopo tutti questi anni intatta la sua forza e almeno per me, affrontarlo con maggiore maturità mi ha permesso di apprezarlo ancora di più. In un’epoca come la nostra dominata, dal distacco, da una tendenza a non prendersi sul serio che parte spesso proprio dagli artisti, un’opera come quella di O’Barr ricorda come l’arte abbia bisogno, sotto la superficie della forma, di carne e di sangue. E soprattutto che c’è bisogno di un’arte che ci spinga a guardarci dentro, anche in quegli angoli dove stanno cose che preferiremmo non vedere.

7 storie sugli Altri

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Riuscire a smuovere dalle sue abitudini uno ottuso e cocciuto come me, specie quando si tratta di leggere-vedere-ascoltare format a cui non riesco ad appassionarmi, è un’impresa a dir poco gargantuesca. Però capita che qualcuno ci riesca e Celeste Sidoti c’è riuscito in ben due occasioni.
Seguo Celeste ormai da qualche anno, dai tempi del suo blog Carta Traccia e quando è migrato su Youtube è riuscito ad appassionarmi anche in versione audiovisiva (per me audio e basta a dire il vero, visto che me lo ascolto con le cuffie tipo podcast), vincendo la mia naturale avversione per il mondo degli youtuber. Nel suo canale affronta principalmente temi di cultura pop come anime, serie tv e film, ma lo fa con una competenza rara, riuscendo ad analizzare e a osservare le cose da prospettive originali e stimolanti. In un mondo in cui dissertare di serie tv e fumetti sulla rete ha sostituito il discutere di calcio il lunedì mattina al bar, le analisi che Celeste fa sul suo canale sono una boccata di ossigeno.

Celeste è anche uno scrittore emergente e ha da poco reso disponibile su varie piattaforme la sua prima raccolta di racconti, 7 Storie sugli Altri. Per qualche misterioso motivo, chi scrive non ha, salvo rare eccezioni (leggi Borges), una grande passione per i racconti. Non so spiegare bene il perché ma mentre non esito a buttarmi nella lettura di romanzi fluviali (i tomi-fermaporta che affollano gli scaffali di camera mia come li chiama mia madre) vado invece in crisi di fronte ad una narrazione di qualche pagina.
Con il lavoro di Celeste ho deciso fare un piccolo sforzo, sforzo che è stato ampiamente ripagato. E non solo perché i sette racconti sono notevoli tanto per stile quanto per contenuto, ma anche perché una volta tanto ho letto qualcosa in cui mi sono rivisto, vi ho ritrovato sensazioni ed emozioni che mi è capitato di provare. Talvolta in un’opera scorgi, anche fugacemente, un riflesso di te, ti fa ricordare qualcosa che avevi dimenticato, ti smuove qualcosa dentro. Purtroppo ciò mi accade sempre più di rado.

I racconti che compongono la raccolta sono brevi, in certi casi brevissimi. Difficile etichettarli per genere perché anche nei casi in cui dal genere prendono le mosse la narrazione verte improvvisamente in direzioni inaspettate. È il caso di Natale ad Hamelin, nerissima riscrittura della fiaba del pifferaio magico, e Parlare con i Morti, racconto dalle atmosfere gotiche che deborda nell’orrore esistenziale. Seguono quelli davvero impossibili da categorizzare come Carie e Skynepia, quest’ultimo un incubo a base di alienazione e retrogaming, sicuramente il racconto più inquietante del lotto.
Quelle che ti rimangono nel cuore sono però quelle storie che affrontano più o meno velatamente il rapporto con l’Altro, intenzione dichiarata sin dal titolo. Che sia l’ordinaria storia di emarginazione scolastica di Evidenziatore Stabilo Giallo, l’alterità fisica e psichica data dalla disabilità di Sirena o l’Altro inteso come parti della nostra identità frammentata di Per Sempre Insieme, Celeste affronta questi temi in maniera autentica, perciò a tratti pure disturbante, ribaltando ruoli, preconcetti e prospettive. Sette piccole storie raccontate attraverso uno stile che, pur adattandosi alle atmosfere più eterogenee, denota già una sua identità ben definita.
Per terminare una nota prettamente affettiva e personale. Gli scorci di infanzia (altro tema che ricorre nella raccolta), come la descrizione della quotidianità della scuola elementare, evocati in alcuni racconti mi hanno fatto travolgere dalla malinconia e dalla nostalgia, quella vera, quella delle cose vissute. Come accennavo sopra, una volta tanto ho ritrovato un vissuto genuino, esperienze analoghe che ho la sensazione di aver condiviso. Non so se fosse lo scopo dell’autore, ma è un interessante effetto collaterale.

Come primo piccolo passo di Celeste sulla via della scrittura questo  libro fa ben presagire.  Sul suo blog trovate tutto ciò che c’è da sapere sulla raccolta (disponibile in formato digitale e del tutto gratis). E non dimenticatevi di fare visita anche al suo canale Youtube!

Paperbacks from Hell: The Twisted History of ‘70s and ‘80s Horror Fiction

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Esiste una teoria che individua negli arcipelaghi delle Azzorre e delle Canarie le ultime vestigia del mitico continente di Atlantide. Queste isole non sarebbero altro che le cime delle grandi catene montuose che dominavano il continente prima che esso si inabissasse. Non so quanto questa teoria sia plausibile dal punto di vista storico-geologico ma mi è tornata in mente leggendo Paperbacks from Hell: The Twisted History of ‘70s and ‘80s Horror Fiction perché è un analogia perfetta dello stato delle conoscenze sulla letteratura fantastica e su quella horror in particolare. Ormai fantascienza, fantasy ed horror (e sottogeneri connessi) sono entrati a pieno titolo nel mainstream e fioccano saggi, articoli e studi sui grandi autori come H.P. Lovecraft, Philip K. Dick e Ray Bradbury. È giustissimo che questi giganti della letteratura siano oggetto di così tante attenzioni ma penso che limitarsi ad essi ci dia una visione parziale, se non distorta, dell’evoluzione di questi generi letterari e degli ambienti in cui questi autori operarono ed emersero. Insomma, essi sono le montagne che svettano dall’oceano mentre sott’acqua c’è un intero, sterminato continente ancora inesplorato. Un continente fatto di case editrici avide e di un esercito di anonimi scrittori che lavoravano a cottimo. Solo analizzando la titanica mole di riviste, racconti e romanzi economici si potrebbe tracciare una storia più accurata di questi generi, individuando l’evoluzione generale di questo o quel filone piuttosto che limitare l’attenzione solamente ai singoli autori e non ultimo far emergere le storie umane dietro la fiction come nel caso del Mistero Shaver. Purtroppo da parte del mondo accademico non ci sono segnali incoraggianti e quindi questo gravoso compito ricade sulle spalle degli appassionati. In questo caso è toccato a Grady Hendrix, che ha passato gli ultimi anni a rovistare nelle librerie dell’usato a caccia di romanzetti horror in edizione economica (attività che per chi scrive è tra le migliori che la vita possa offrire) per realizzare questo Paperbacks From Hell, una storia dell’epoca d’oro dell’horror su carta stampata.

Hendrix inizia la sua narrazione a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, quando tre romanzi, Rosemary’s Baby (1967), The Other (1971) e L’Esorcista (1973) riportano le storie dell’orrore nelle classifiche dei best seller e segnano di fatto l’inizio dell’horror moderno. Il momento non è casuale poiché questo nuova ondata di romanzi dell’orrore si nutre delle ansie e delle paure scaturite dagli epocali cambiamenti che attraversano la società statunitense in quegli anni. Questo nuovo orrore si disfà di tutta la logora iconografia e il vetusto immaginario fatto di castelli lugubri, vampiri in mantelli di velluto e amenità simili. Adesso l’orrore si aggira nelle città, nei quartieri malfamati, nelle fogne, nella tranquilla suburbia, nelle case e, nel caso limite della possessione diabolica, dentro di noi.
L’enorme domanda di letteratura horror porta le case editrici ad immettere nel mercato ogni mese decine di titoli e mette sotto pressione la creatività degli autori. Si generano così miriadi di sottogeneri che si scindono in altrettanti sottogeneri ancora più “specializati”, che attingono alle nuove paure degli americani. Il Diavolo rimane una delle preoccupazioni maggiori ma si presenta in una nuova veste: i vecchi adoratori del demonio in tunica rituale dei romanzi di Dennis Wheatley vengono soppiantati da bande di debosciati satanisti modellati su quella di Charles Manson. L’attitudine più liberale nei confronti di contraccezione e aborto, unita alla diffusione di pratiche come la procreazione assistita, popola le pagine di bambini mutanti e feti abortiti rianimati da fulmini in cerca di vendetta. E poi gli immancabili disastri ecologici nella forma di invasioni di granchi, mantidi, topi, gatti e di nebbie che inducono alla follia omicida chiunque vi entri in contatto. Neanche in casa propria ci si può considerare al sicuro, del resto si potrebbe finire seviziati dai propri figli traviati dalla musica metal o dai giochi di ruolo. Hendrix, che non vuole essere né esaustivo né accademico, passa in rassegna i principali filoni, con tono scanzonato ma da cui traspare sincero amore per la materia. Una sorta di tunnel dell’orrore letterario, che ci porta ben oltre la linea di confine del buon gusto.
 

In parallelo il volume ripercorre la storia dei maggiori autori e rintraccia gli esordi di scrittori oggi considerati all’unanimità rispettabili come Anne Rice, George R. Martin e Joe Lansdale proprio all’interno di questa industria. In mezzo a queste storie di militi ignoti della scrittura ce ne sono alcune surreali, come quella di V.C.  Andrews, che ha continuato a pubblicare anche decenni dopo la sua morte grazie ad un team di ghost writers ingaggiato dai suoi eredi. Il volume presenta anche una ricca selezione di riproduzioni delle splendide copertine dipinte le quali da sole ne  giustificherebbero l’acquisto, accompagnate da approfondimenti sugli artisti che le hanno realizzate.

A fine lettura, almeno per il sottoscritto, la tentazione di gettarsi alla ricerca di qualcuno di questi volumi è forte. Chi non vorrebbe leggere una storia su leprecani nazisti sadomasochisti con poteri psichici come quelli del romanzo The Little People di John Christopher? Oppure seguire le peripezie di un temerario prete irlandese che deve impedire ad un seducente demone femminile di fare sesso con Papa Woytila e dare inizio così all’apocalisse come nel romanzo Dark Angel? Ma per quanto mi riguarda il Sacro Graal dei paperback è Brotherkind di J. N. Williamson in cui gli alieni, il Bigfoot, l’Uomo Falena e i Men in Black si coalizzano per ingravidare donne umane al fine di generare una razza di superuomini. L’ultima linea di difesa per l’umanità contro questi abomini sono ovviamente i pezzi dei KISS.

Assurdi, oltraggiosi, volgari, gratuiti sotto qualunque aspetto. Hendrix nota giustamente che questi scrittori hanno infranto ogni regola tranne una: non annoiare.

Zigo Stella

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Inizio questa recensione con un po’ di sano sconforto (che non fa mai male). Gli ultimi anni hanno visto un massiccio sdoganamento presso il pubblico mainstream di generi che appena un decennio fa sarebbero stati considerati prerogativa di un tanto esigua quanto agguerrita nicchia di appassionati. Serie televisive fantasy e fantascientifiche possono vantare un seguito insperato fino a pochi anni fa e attorno ad esse gravita un fandom che sfugge allo stereotipo del nerd asociale; mentre sugli schermi dei cinema i supereroi, genere considerato un tempo pacchiano e puerile, sono divenuti presenza fissa e investimento sicuro per i produttori di Hollywood.

Negli ultimi tempi si è fatta strada in me la spiacevole sensazione che questo sdoganamento abbia comportato uno snaturamento di quei generi che normalmente si raggruppano sotto l’etichetta-ombrello di “fantastico”. Per prevenire le possibili obiezioni dico subito che ci sono, ovviamente, lodevoli eccezioni e che nonostante questo sentore ho apprezzato molte delle opere che vanno per la maggiore ultimamente. Tuttavia, anche dove ho gradito, mi è sembrato di notare una tendenza a voler rassicurare a tutti i costi lo spettatore, riempiendo il tutto di rimandi e citazioni, e attenendosi a strutture e formule collaudate.
Per me il fantastico è altro. Credo che il fantastico sia uno dei generi che meglio si presta ad esplorare le tante sfaccettature della vita. Gettando il lettore e lo spettatore in situazioni o mondi altri rispetto alla vita di tutti i giorni, esso riesce a svelare aspetti della realtà che non sospettavamo neppure che esistessero. Insomma, per me il fantastico deve spronarci, dev’essere qualcosa che ci spinga a mettere e a metterci in discussione. Per questo rileggersi ogni tanto Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig è una boccata di ossigeno.

Zigo è un normale ragazzino di quindici anni (per quanto normale possa essere il figlio del più grande detective del mondo e una dea egizia) la cui tranquilla vita passata tra scuola, amici e la ragazza di cui è innamorato viene sconvolta all’improvviso. Zigo muore e ritorna in vita mutato: adesso ha impiantati in corpo un braccio da rettile e un occhio bianco dotati di strani poteri. Ha anche una bella amnesia che gli ha fatto dimenticare le circostanze del suo decesso. In cerca di risposte, Zigo dovrà imbarcarsi in un allucinante viaggio attraverso un caleidoscopio di universi paralleli cercando di rimanere vivo e trovare la strada di casa.

L’aggettivo migliore per definire Zigo Stella è “debordante”. Zombi, orsetti, alieni, e tanto rock n’roll. La storia procede per accumulo, come una valanga che ingloba man mano che avanza situazioni e personaggi sempre più bizzarri e surreali. I disegni di Rosenzweig rompono la gabbia ed esplodono addirittura in spettacolari triple e quadruple pagine. Con Zigo Stella Rosenzweig gioca con la matericità del medium del fumetto, mutando stile e addirittura ordine di lettura delle pagine a seconda della parte della storia che sta raccontando, come nella sequenza in cui Zigo finisce in un universo parallelo dal look nipponico, in cui pagine vanno lette da destra a sinistra come si fa con i manga. Una rivendicazione della dignità dei formati fisici che ben si allinea con la pungente satira che il fumetto fa sul mondo digitale. Satira che fortunatamente è condotta con ironia e intelligenza senza sprofondare nel luddismo.
Zigo Stella è uno zibaldone in cui l’autore getta di tutto e di più, toccando i temi più svariati. La cornice di citazioni pop, che vanno dalla venerazione per i KISS al cinema splatter di Lucio Fulci e Takashi Miike, non deve distogliere dalle miriadi di argomenti affrontati il piglio tanto sarcastico quanto arguto da Rosenzweig.
Si parla di amore e morte ma anche dell’alienazione tecnologica e del deserto culturale che caratterizzano i nostri tempi. E, se vi interessa ce n’è anche per i blogger. Man mano che si procede con la lettura si va sempre più in profondità. Una splendida riflessione sull’arte, viene fatta per bocca dell’enigmatico personaggio di Leloux “Adesso la creazione è qualcosa che ha una forma molto bella ma niente dentro. Alla fine, con il tempo, sono le idee ad essere superiori, non la veste…”. Una dichiarazione poetica di cui Zigo Stella, sembra una perfetta messa in pratica.
L’idea che batte nel cuore di Zigo Stella è che lo rende un opera tanto divertente quanto densa e complessa è l’operazione di rilettura che tramite il suo protagonista Rosenzweig fa dell’archetipo dell’eroe e del suo viaggio, potenti metafore della vita umana. Nel monologo finale (fatto da un personaggio che è meglio non svelare) capiamo che Zigo non è altro che l’ultima di una lunga fila di incarnazioni dell’eroe. E come ogni eroe egli è protagonista di una storia e il suo compito è raccontare. Il racconto, la base della cultura e l’unico metodo infallibile per superare la nostra mortalità. Raccontare per non morire. Perché come dice il misterioso personaggio “Creare storie è un istinto di sopravvivenza”.

I Giustizieri della Rete

i giustizieri della rete

Ormai accade con una certa regolarità. Qualcuno, che sia un personaggio pubblico o una persona comune, si macchia di qualche colpa, non importa se un vero e proprio delitto o una leggerezza come una battuta infelice o una foto inopportuna, e subito tutta la rete gli è addosso. Commenti indignati, offese, fotomontaggi sarcastici. Col passare del tempo la sproporzione tra la colpa commessa e la reazione di migliaia di utenti diventa sempre più evidente. Pensavamo di essercela lasciata alle spalle, che ormai fosse un ricordo di epoche incivili, invece eccola qua: la gogna è tornata, stavolta in versione 2.0. L’umiliazione pubblica è di nuovo uno strumento di punizione e controllo sociale.

Ci voleva il talento di un giornalista attento e intraprendente come Jon Ronson per esplorare questo aspetto allo stesso tempo grottesco e inquietante della contemporaneità. Partendo come spesso accade da un’esperienza personale, Ronson cerca con questo I Giustizieri della Rete di capire le cause e le conseguenze di questo fenomeno.
La ricerca di Ronson si muove in due direzioni. Da una parte ci racconta l’impatto che l’umiliazione in rete ha avuto sulle vite di coloro che l’hanno subita. Si va dal divulgatore scientifico Jonah Lehrer “linciato” per aver inventato di sana pianta delle citazioni di Bob Dylan per un suo libro, fino Justine Sacco il cui tweet ironico si Africa e AIDS le è costato il licenziamento.
L’altro campo oggetto di ricerca da parte di Ronson è quello che concerne le motivazioni per le quali troviamo irresistibile umiliare le persone online. Come suo solito Ronson non dà risposte definitive ma si limita suggerire spunti tanto interessanti quanto inquietanti. Su tutti quello a cui arriva dopo una discussione con lo psicologo Philip Zimbardo, la mente dietro il famigerato esperimento carcerario di Standford: spesso e volentieri questi comportamenti sono motivati dalla certezza di chi li mette in atto di fare in qualche modo del bene. Così si spiega perché mentre scandali sessuali come quello di Max Mosley, il boss della Formula 1 pizzicato durante un orgia a tema nazista, non facciano più  notizia, cadute di stile che toccano nervi scoperti della nostra società quali razzismo, sessismo e omofobia diano origini a reazioni estremamente feroci anche se  in parte giustificate.

Più ci si addentra nell’inchiesta di Ronson più si comprende che il nostro rapporto con la vergogna è cambiato. E su questo cambiamento c’è anche chi prova a costruirci sopra un business. È il caso di un azienda in cui Ronson si imbatte nel corso delle sue ricerche, specializzata nel creare finte pagine internet per fare in modo che le notizie imbarazzanti sui loro facoltosi clienti finiscano nelle ultime pagine delle ricerche di Google.

Come tutti i libri di Jon Ronson I Giustizieri della Rete  lascia più domande che risposte. Con il suo stile e leggero e il suo umorismo sottile Ronson esplora un segmento marginale della società per svelare qualcosa che riguarda anche noi “nomali” e apre uno spiraglio sul mondo che ci attende.