Il Corvo

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Quando ebbi il mio primo incontro con il Corvo non dovevo avere più di sei anni. Come ogni sabato mio padre se ne tornava a casa con una videocassetta noleggiata alla videoteca di quartiere e dopo cena, in uno dei pochi momenti in cui la famiglia era tutta riunita, io e mio fratello ci guardavamo il film sprofondati nel divano tra la mamma e il babbo. Il criterio con cui mio padre sceglieva i film mi è tuttora oscuro. Alternava pellicole che sarebbero state giustamente considerate per famiglie a titoli a che invece avrebbero spinto genitori più puritani ad accecare i figli pur di proteggere i loro occhi e le loro menti da certi spettacoli indecenti. Grazie al cielo non ero figlio di questo tipo di genitori e così mi potevo godere liberamente sia Alla Ricerca della Valle Incantata che Point Break.
Rimasi incantato dal film di quella sera ed è forse a questa storia di amore e morte che devo ricondurre varie delle mie fissazioni cinefile, su tutte quella per le ambientazioni urbane notturne, degradate e battute incessantemente da una pioggia sporca, che ricorrono in numerosi dei miei film preferiti.
Per chi è cresciuto negli Anni Novanta e Duemila Il Corvo faceva parte di quel canone dei film di culto che ogni adolescente con anche solo una vaga vena goth doveva aver visto. La pellicola di Alex Proyas sembrava essere fatta su misura per divenire iconica. Una messa in scena estetizzante a metà tra la distopia urbana e il sogno gotico, una storia che mescolava in dosi letali per adolescenti malinconici romanticismo e disperazione, sequenze d’azione che strizzavano l’occhio al cinema di Hong Kong e la marea di citazioni buone per ogni situazione. A suggellare lo status di film maledetto c’era stata poi la tragica morte sul set di Brandon Lee.
In quegli anni Il Corvo era onnipresente, ubiquo. Su una panchina del parco pubblico davanti a casa mia, vergata con uniposca nero, una scritta recitava, “le case bruciano, le persone muoiono ma il vero amore è per sempre.”  Ad ogni festa di Carnevale potevi essere sicuro che ci sarebbero stati almeno tre ragazzini con in faccia il make-up che Lee sfoggiava nel film (ruolo poi passato al Joker di Heath Ledger). Su un muro della mia aula di liceo qualcuno aveva scritto “Non può piovere per sempre” e qualcun’altro sotto gli aveva risposto “Infatti oggi grandina”.

Ero proprio in quegli anni inquieti, in cui si vive ogni emozione in maniera apocalittica, eccessiva (e guardandosi indietro, da adulti, spesso patetica) che ebbi il mio secondo incontro con il Corvo. Cercando un regalo per un amica in libreria mi imbattei nella versione in volume del fumetto originale di James O’Barr. Lo comprai e lo divorai. A fine lettura ero scombussolato e scosso. Questo non era il personaggio portato sullo schermo da Proyas e Lee, non era il personaggio che conoscevo. Era qualcosa di simile ma allo stesso tempo drasticamente diverso. E disturbante. Regalai a malincuore il volume e ho dovuto aspettare una decina d’anni prima che mi capitasse di rileggerlo.

Come già detto Il Corvo di O’Barr si muove lungo lo stesso schema narrativo della sua controparte cinematografica. Anche qui abbiamo una giovane coppia massacrata da un gruppo di balordi. Un ragazzo che torna dal mondo dei morti per fare giustizia. La lunga e metodica mattanza dei cattivi e una città in disfacimento sullo sfondo. Ma dove il Corvo cinematografico è in fin dei conti una favola dark, il Corvo a fumetti è una discesa nell’abisso senza fondo della disperazione, del lutto, dell’odio. La trama procede lineare ma non sono tanto gli eventi e l’intreccio a colpire quanto la complessità e la violenza delle emozioni che O’Barr riesce a trasmettere al lettore. La storia che si dipana lungo le pagine a tratti sembra mutare ora in un flusso di coscienza, ora in una fantasia distruttiva e autodistruttiva.
Il Corvo è un fantasma che vaga tenuto in piedi solo dalla sua sete di vendetta e dal dolore della perdita, dolore che né  le sadiche esecuzioni dei suoi aguzzini, né la morfina e l’autolesionismo possono placare. È una storia nerissima che si sviluppa in un formicaio urbano imbarbarito, in cui la corruzione morale va di pari passo con la devastazione materiale, un’ambiente che ha avuto tanta fortuna nel cinema, nella letteratura e nel fumetto di quegli anni. O’Barr rese su carta questo mondo e i suoi disgraziati abitanti con un tratto ruvido, netto e dai contrasti brutali, contrapposto allo stile ovattato e naturalista che caratterizza i ricordi della vita terrena del protagonista Eric. Quando le soluzioni visive quasi espressioniste non bastano, O’Barr inframmezza la narrazione con poesie di Rimbaud e Baudelaire e testi di canzoni di band come i The Cure o i Joy Division, quasi a voler dare le coordinate dell’immaginario culturale in cui si sviluppa la storia.

Hemingway diceva che per mettersi a scrivere bisognava mettersi davanti alla macchina da scrivere e sanguinare, che in fondo è ciò che fece O’Barr realizzando questo fumetto. È noto come l’ispirazione per la storia e il suo protagonista gli fu ispirata a suo malgrado da un grave lutto. Se la pellicola può ad un occhio non più giovanissimo risultare stucchevole, il fumetto mantiene dopo tutti questi anni intatta la sua forza e almeno per me, affrontarlo con maggiore maturità mi ha permesso di apprezarlo ancora di più. In un’epoca come la nostra dominata, dal distacco, da una tendenza a non prendersi sul serio che parte spesso proprio dagli artisti, un’opera come quella di O’Barr ricorda come l’arte abbia bisogno, sotto la superficie della forma, di carne e di sangue. E soprattutto che c’è bisogno di un’arte che ci spinga a guardarci dentro, anche in quegli angoli dove stanno cose che preferiremmo non vedere.

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7 storie sugli Altri

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Riuscire a smuovere dalle sue abitudini uno ottuso e cocciuto come me, specie quando si tratta di leggere-vedere-ascoltare format a cui non riesco ad appassionarmi, è un’impresa a dir poco gargantuesca. Però capita che qualcuno ci riesca e Celeste Sidoti c’è riuscito in ben due occasioni.
Seguo Celeste ormai da qualche anno, dai tempi del suo blog Carta Traccia e quando è migrato su Youtube è riuscito ad appassionarmi anche in versione audiovisiva (per me audio e basta a dire il vero, visto che me lo ascolto con le cuffie tipo podcast), vincendo la mia naturale avversione per il mondo degli youtuber. Nel suo canale affronta principalmente temi di cultura pop come anime, serie tv e film, ma lo fa con una competenza rara, riuscendo ad analizzare e a osservare le cose da prospettive originali e stimolanti. In un mondo in cui dissertare di serie tv e fumetti sulla rete ha sostituito il discutere di calcio il lunedì mattina al bar, le analisi che Celeste fa sul suo canale sono una boccata di ossigeno.

Celeste è anche uno scrittore emergente e ha da poco reso disponibile su varie piattaforme la sua prima raccolta di racconti, 7 Storie sugli Altri. Per qualche misterioso motivo, chi scrive non ha, salvo rare eccezioni (leggi Borges), una grande passione per i racconti. Non so spiegare bene il perché ma mentre non esito a buttarmi nella lettura di romanzi fluviali (i tomi-fermaporta che affollano gli scaffali di camera mia come li chiama mia madre) vado invece in crisi di fronte ad una narrazione di qualche pagina.
Con il lavoro di Celeste ho deciso fare un piccolo sforzo, sforzo che è stato ampiamente ripagato. E non solo perché i sette racconti sono notevoli tanto per stile quanto per contenuto, ma anche perché una volta tanto ho letto qualcosa in cui mi sono rivisto, vi ho ritrovato sensazioni ed emozioni che mi è capitato di provare. Talvolta in un’opera scorgi, anche fugacemente, un riflesso di te, ti fa ricordare qualcosa che avevi dimenticato, ti smuove qualcosa dentro. Purtroppo ciò mi accade sempre più di rado.

I racconti che compongono la raccolta sono brevi, in certi casi brevissimi. Difficile etichettarli per genere perché anche nei casi in cui dal genere prendono le mosse la narrazione verte improvvisamente in direzioni inaspettate. È il caso di Natale ad Hamelin, nerissima riscrittura della fiaba del pifferaio magico, e Parlare con i Morti, racconto dalle atmosfere gotiche che deborda nell’orrore esistenziale. Seguono quelli davvero impossibili da categorizzare come Carie e Skynepia, quest’ultimo un incubo a base di alienazione e retrogaming, sicuramente il racconto più inquietante del lotto.
Quelle che ti rimangono nel cuore sono però quelle storie che affrontano più o meno velatamente il rapporto con l’Altro, intenzione dichiarata sin dal titolo. Che sia l’ordinaria storia di emarginazione scolastica di Evidenziatore Stabilo Giallo, l’alterità fisica e psichica data dalla disabilità di Sirena o l’Altro inteso come parti della nostra identità frammentata di Per Sempre Insieme, Celeste affronta questi temi in maniera autentica, perciò a tratti pure disturbante, ribaltando ruoli, preconcetti e prospettive. Sette piccole storie raccontate attraverso uno stile che, pur adattandosi alle atmosfere più eterogenee, denota già una sua identità ben definita.
Per terminare una nota prettamente affettiva e personale. Gli scorci di infanzia (altro tema che ricorre nella raccolta), come la descrizione della quotidianità della scuola elementare, evocati in alcuni racconti mi hanno fatto travolgere dalla malinconia e dalla nostalgia, quella vera, quella delle cose vissute. Come accennavo sopra, una volta tanto ho ritrovato un vissuto genuino, esperienze analoghe che ho la sensazione di aver condiviso. Non so se fosse lo scopo dell’autore, ma è un interessante effetto collaterale.

Come primo piccolo passo di Celeste sulla via della scrittura questo  libro fa ben presagire.  Sul suo blog trovate tutto ciò che c’è da sapere sulla raccolta (disponibile in formato digitale e del tutto gratis). E non dimenticatevi di fare visita anche al suo canale Youtube!

Paperbacks from Hell: The Twisted History of ‘70s and ‘80s Horror Fiction

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Esiste una teoria che individua negli arcipelaghi delle Azzorre e delle Canarie le ultime vestigia del mitico continente di Atlantide. Queste isole non sarebbero altro che le cime delle grandi catene montuose che dominavano il continente prima che esso si inabissasse. Non so quanto questa teoria sia plausibile dal punto di vista storico-geologico ma mi è tornata in mente leggendo Paperbacks from Hell: The Twisted History of ‘70s and ‘80s Horror Fiction perché è un analogia perfetta dello stato delle conoscenze sulla letteratura fantastica e su quella horror in particolare. Ormai fantascienza, fantasy ed horror (e sottogeneri connessi) sono entrati a pieno titolo nel mainstream e fioccano saggi, articoli e studi sui grandi autori come H.P. Lovecraft, Philip K. Dick e Ray Bradbury. È giustissimo che questi giganti della letteratura siano oggetto di così tante attenzioni ma penso che limitarsi ad essi ci dia una visione parziale, se non distorta, dell’evoluzione di questi generi letterari e degli ambienti in cui questi autori operarono ed emersero. Insomma, essi sono le montagne che svettano dall’oceano mentre sott’acqua c’è un intero, sterminato continente ancora inesplorato. Un continente fatto di case editrici avide e di un esercito di anonimi scrittori che lavoravano a cottimo. Solo analizzando la titanica mole di riviste, racconti e romanzi economici si potrebbe tracciare una storia più accurata di questi generi, individuando l’evoluzione generale di questo o quel filone piuttosto che limitare l’attenzione solamente ai singoli autori e non ultimo far emergere le storie umane dietro la fiction come nel caso del Mistero Shaver. Purtroppo da parte del mondo accademico non ci sono segnali incoraggianti e quindi questo gravoso compito ricade sulle spalle degli appassionati. In questo caso è toccato a Grady Hendrix, che ha passato gli ultimi anni a rovistare nelle librerie dell’usato a caccia di romanzetti horror in edizione economica (attività che per chi scrive è tra le migliori che la vita possa offrire) per realizzare questo Paperbacks From Hell, una storia dell’epoca d’oro dell’horror su carta stampata.

Hendrix inizia la sua narrazione a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, quando tre romanzi, Rosemary’s Baby (1967), The Other (1971) e L’Esorcista (1973) riportano le storie dell’orrore nelle classifiche dei best seller e segnano di fatto l’inizio dell’horror moderno. Il momento non è casuale poiché questo nuova ondata di romanzi dell’orrore si nutre delle ansie e delle paure scaturite dagli epocali cambiamenti che attraversano la società statunitense in quegli anni. Questo nuovo orrore si disfà di tutta la logora iconografia e il vetusto immaginario fatto di castelli lugubri, vampiri in mantelli di velluto e amenità simili. Adesso l’orrore si aggira nelle città, nei quartieri malfamati, nelle fogne, nella tranquilla suburbia, nelle case e, nel caso limite della possessione diabolica, dentro di noi.
L’enorme domanda di letteratura horror porta le case editrici ad immettere nel mercato ogni mese decine di titoli e mette sotto pressione la creatività degli autori. Si generano così miriadi di sottogeneri che si scindono in altrettanti sottogeneri ancora più “specializati”, che attingono alle nuove paure degli americani. Il Diavolo rimane una delle preoccupazioni maggiori ma si presenta in una nuova veste: i vecchi adoratori del demonio in tunica rituale dei romanzi di Dennis Wheatley vengono soppiantati da bande di debosciati satanisti modellati su quella di Charles Manson. L’attitudine più liberale nei confronti di contraccezione e aborto, unita alla diffusione di pratiche come la procreazione assistita, popola le pagine di bambini mutanti e feti abortiti rianimati da fulmini in cerca di vendetta. E poi gli immancabili disastri ecologici nella forma di invasioni di granchi, mantidi, topi, gatti e di nebbie che inducono alla follia omicida chiunque vi entri in contatto. Neanche in casa propria ci si può considerare al sicuro, del resto si potrebbe finire seviziati dai propri figli traviati dalla musica metal o dai giochi di ruolo. Hendrix, che non vuole essere né esaustivo né accademico, passa in rassegna i principali filoni, con tono scanzonato ma da cui traspare sincero amore per la materia. Una sorta di tunnel dell’orrore letterario, che ci porta ben oltre la linea di confine del buon gusto.
 

In parallelo il volume ripercorre la storia dei maggiori autori e rintraccia gli esordi di scrittori oggi considerati all’unanimità rispettabili come Anne Rice, George R. Martin e Joe Lansdale proprio all’interno di questa industria. In mezzo a queste storie di militi ignoti della scrittura ce ne sono alcune surreali, come quella di V.C.  Andrews, che ha continuato a pubblicare anche decenni dopo la sua morte grazie ad un team di ghost writers ingaggiato dai suoi eredi. Il volume presenta anche una ricca selezione di riproduzioni delle splendide copertine dipinte le quali da sole ne  giustificherebbero l’acquisto, accompagnate da approfondimenti sugli artisti che le hanno realizzate.

A fine lettura, almeno per il sottoscritto, la tentazione di gettarsi alla ricerca di qualcuno di questi volumi è forte. Chi non vorrebbe leggere una storia su leprecani nazisti sadomasochisti con poteri psichici come quelli del romanzo The Little People di John Christopher? Oppure seguire le peripezie di un temerario prete irlandese che deve impedire ad un seducente demone femminile di fare sesso con Papa Woytila e dare inizio così all’apocalisse come nel romanzo Dark Angel? Ma per quanto mi riguarda il Sacro Graal dei paperback è Brotherkind di J. N. Williamson in cui gli alieni, il Bigfoot, l’Uomo Falena e i Men in Black si coalizzano per ingravidare donne umane al fine di generare una razza di superuomini. L’ultima linea di difesa per l’umanità contro questi abomini sono ovviamente i pezzi dei KISS.

Assurdi, oltraggiosi, volgari, gratuiti sotto qualunque aspetto. Hendrix nota giustamente che questi scrittori hanno infranto ogni regola tranne una: non annoiare.

Zigo Stella

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Inizio questa recensione con un po’ di sano sconforto (che non fa mai male). Gli ultimi anni hanno visto un massiccio sdoganamento presso il pubblico mainstream di generi che appena un decennio fa sarebbero stati considerati prerogativa di un tanto esigua quanto agguerrita nicchia di appassionati. Serie televisive fantasy e fantascientifiche possono vantare un seguito insperato fino a pochi anni fa e attorno ad esse gravita un fandom che sfugge allo stereotipo del nerd asociale; mentre sugli schermi dei cinema i supereroi, genere considerato un tempo pacchiano e puerile, sono divenuti presenza fissa e investimento sicuro per i produttori di Hollywood.

Negli ultimi tempi si è fatta strada in me la spiacevole sensazione che questo sdoganamento abbia comportato uno snaturamento di quei generi che normalmente si raggruppano sotto l’etichetta-ombrello di “fantastico”. Per prevenire le possibili obiezioni dico subito che ci sono, ovviamente, lodevoli eccezioni e che nonostante questo sentore ho apprezzato molte delle opere che vanno per la maggiore ultimamente. Tuttavia, anche dove ho gradito, mi è sembrato di notare una tendenza a voler rassicurare a tutti i costi lo spettatore, riempiendo il tutto di rimandi e citazioni, e attenendosi a strutture e formule collaudate.
Per me il fantastico è altro. Credo che il fantastico sia uno dei generi che meglio si presta ad esplorare le tante sfaccettature della vita. Gettando il lettore e lo spettatore in situazioni o mondi altri rispetto alla vita di tutti i giorni, esso riesce a svelare aspetti della realtà che non sospettavamo neppure che esistessero. Insomma, per me il fantastico deve spronarci, dev’essere qualcosa che ci spinga a mettere e a metterci in discussione. Per questo rileggersi ogni tanto Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig è una boccata di ossigeno.

Zigo è un normale ragazzino di quindici anni (per quanto normale possa essere il figlio del più grande detective del mondo e una dea egizia) la cui tranquilla vita passata tra scuola, amici e la ragazza di cui è innamorato viene sconvolta all’improvviso. Zigo muore e ritorna in vita mutato: adesso ha impiantati in corpo un braccio da rettile e un occhio bianco dotati di strani poteri. Ha anche una bella amnesia che gli ha fatto dimenticare le circostanze del suo decesso. In cerca di risposte, Zigo dovrà imbarcarsi in un allucinante viaggio attraverso un caleidoscopio di universi paralleli cercando di rimanere vivo e trovare la strada di casa.

L’aggettivo migliore per definire Zigo Stella è “debordante”. Zombi, orsetti, alieni, e tanto rock n’roll. La storia procede per accumulo, come una valanga che ingloba man mano che avanza situazioni e personaggi sempre più bizzarri e surreali. I disegni di Rosenzweig rompono la gabbia ed esplodono addirittura in spettacolari triple e quadruple pagine. Con Zigo Stella Rosenzweig gioca con la matericità del medium del fumetto, mutando stile e addirittura ordine di lettura delle pagine a seconda della parte della storia che sta raccontando, come nella sequenza in cui Zigo finisce in un universo parallelo dal look nipponico, in cui pagine vanno lette da destra a sinistra come si fa con i manga. Una rivendicazione della dignità dei formati fisici che ben si allinea con la pungente satira che il fumetto fa sul mondo digitale. Satira che fortunatamente è condotta con ironia e intelligenza senza sprofondare nel luddismo.
Zigo Stella è uno zibaldone in cui l’autore getta di tutto e di più, toccando i temi più svariati. La cornice di citazioni pop, che vanno dalla venerazione per i KISS al cinema splatter di Lucio Fulci e Takashi Miike, non deve distogliere dalle miriadi di argomenti affrontati il piglio tanto sarcastico quanto arguto da Rosenzweig.
Si parla di amore e morte ma anche dell’alienazione tecnologica e del deserto culturale che caratterizzano i nostri tempi. E, se vi interessa ce n’è anche per i blogger. Man mano che si procede con la lettura si va sempre più in profondità. Una splendida riflessione sull’arte, viene fatta per bocca dell’enigmatico personaggio di Leloux “Adesso la creazione è qualcosa che ha una forma molto bella ma niente dentro. Alla fine, con il tempo, sono le idee ad essere superiori, non la veste…”. Una dichiarazione poetica di cui Zigo Stella, sembra una perfetta messa in pratica.
L’idea che batte nel cuore di Zigo Stella è che lo rende un opera tanto divertente quanto densa e complessa è l’operazione di rilettura che tramite il suo protagonista Rosenzweig fa dell’archetipo dell’eroe e del suo viaggio, potenti metafore della vita umana. Nel monologo finale (fatto da un personaggio che è meglio non svelare) capiamo che Zigo non è altro che l’ultima di una lunga fila di incarnazioni dell’eroe. E come ogni eroe egli è protagonista di una storia e il suo compito è raccontare. Il racconto, la base della cultura e l’unico metodo infallibile per superare la nostra mortalità. Raccontare per non morire. Perché come dice il misterioso personaggio “Creare storie è un istinto di sopravvivenza”.

I Giustizieri della Rete

i giustizieri della rete

Ormai accade con una certa regolarità. Qualcuno, che sia un personaggio pubblico o una persona comune, si macchia di qualche colpa, non importa se un vero e proprio delitto o una leggerezza come una battuta infelice o una foto inopportuna, e subito tutta la rete gli è addosso. Commenti indignati, offese, fotomontaggi sarcastici. Col passare del tempo la sproporzione tra la colpa commessa e la reazione di migliaia di utenti diventa sempre più evidente. Pensavamo di essercela lasciata alle spalle, che ormai fosse un ricordo di epoche incivili, invece eccola qua: la gogna è tornata, stavolta in versione 2.0. L’umiliazione pubblica è di nuovo uno strumento di punizione e controllo sociale.

Ci voleva il talento di un giornalista attento e intraprendente come Jon Ronson per esplorare questo aspetto allo stesso tempo grottesco e inquietante della contemporaneità. Partendo come spesso accade da un’esperienza personale, Ronson cerca con questo I Giustizieri della Rete di capire le cause e le conseguenze di questo fenomeno.
La ricerca di Ronson si muove in due direzioni. Da una parte ci racconta l’impatto che l’umiliazione in rete ha avuto sulle vite di coloro che l’hanno subita. Si va dal divulgatore scientifico Jonah Lehrer “linciato” per aver inventato di sana pianta delle citazioni di Bob Dylan per un suo libro, fino Justine Sacco il cui tweet ironico si Africa e AIDS le è costato il licenziamento.
L’altro campo oggetto di ricerca da parte di Ronson è quello che concerne le motivazioni per le quali troviamo irresistibile umiliare le persone online. Come suo solito Ronson non dà risposte definitive ma si limita suggerire spunti tanto interessanti quanto inquietanti. Su tutti quello a cui arriva dopo una discussione con lo psicologo Philip Zimbardo, la mente dietro il famigerato esperimento carcerario di Standford: spesso e volentieri questi comportamenti sono motivati dalla certezza di chi li mette in atto di fare in qualche modo del bene. Così si spiega perché mentre scandali sessuali come quello di Max Mosley, il boss della Formula 1 pizzicato durante un orgia a tema nazista, non facciano più  notizia, cadute di stile che toccano nervi scoperti della nostra società quali razzismo, sessismo e omofobia diano origini a reazioni estremamente feroci anche se  in parte giustificate.

Più ci si addentra nell’inchiesta di Ronson più si comprende che il nostro rapporto con la vergogna è cambiato. E su questo cambiamento c’è anche chi prova a costruirci sopra un business. È il caso di un azienda in cui Ronson si imbatte nel corso delle sue ricerche, specializzata nel creare finte pagine internet per fare in modo che le notizie imbarazzanti sui loro facoltosi clienti finiscano nelle ultime pagine delle ricerche di Google.

Come tutti i libri di Jon Ronson I Giustizieri della Rete  lascia più domande che risposte. Con il suo stile e leggero e il suo umorismo sottile Ronson esplora un segmento marginale della società per svelare qualcosa che riguarda anche noi “nomali” e apre uno spiraglio sul mondo che ci attende.

Alienween – The Melting Movie

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Con I Rec U Federico Sfascia si è imposto come una delle voci più originali e personali nel panorama del cinema indipendente italiano. In questi tre anni passati dal film d’esordio il vulcanico regista folignate non è stato certo a guardarsi l’ombelico, anzi, ha sfornato pregevoli cortometraggi quali il dittico de Le Notti del Maligno e D.S, quest’ultimo trasmesso addirittura dalla BBC all’interno di un programma dedicato al cinema horror. Così Sfascia ha attirato l’attenzione del veterano dell’horror indipendente italiano Alex Visani che ha deciso di produrgli un film. Il risultato di questo sodalizio è Alienween.

Ernesto e alcuni amici hanno deciso di passare la notte di Halloween all’insegna della baldoria e così hanno organizzato, in un vecchio casolare abbandonato, un party a base di droga e prostitute. I giovani pensano che le loro fidanzate siano all’oscuro di tutto ciò ma si sbagliano: le ragazze hanno pedinato uno di loro e stanno per piombare in casa e rovinargli la festa. Ma una minaccia ancora peggiore delle fidanzate gelose attende i protagonisti. Infatti una pioggia di meteoriti ha portato sulla Terra dei pericolosi parassiti alieni che si impossessano dei corpi umani per poi liquefarli e mutarli dall’interno. Ernesto e i suoi amici dovranno cercare di sopravvivere a tutti i costi.

È chiaro fin da subito che Sfascia conosce alla perfezione i meccanismi, le regole e la storia del cinema horror. Alienween attinge a piene mani dagli ultimi cinquant’anni del genere: c’è la sindrome da assedio e la paura del contagio mutuata direttamente dalla saga dei morti viventi di George A. Romero. C’è la mutazione dei corpi del cinema di Cronenberg e de La Cosa di Carpenter. L’uso della luce mutuato da Mario Bava e da Dario Argento. La comicità splatter/slapstick de La Casa e le meccaniche degli slasher. Ma anche riferimenti meno ovvi come il Lucio Fulci di Zombi 2 e i giochi di sguardi di Storia di Fantasmi Cinesi. Ed è proprio in virtù di questa dimestichezza col genere horror che Sfascia non si limita ad eseguire il compitino e appiccicargli sopra due citazioni. No, Sfascia ribalta stereotipi e sovverte aspettative. Come aveva già fatto con il precedente film, Sfascia contamina l’horror tanto con l’umorismo dissacrante quanto con il melodramma.

Se I Rec U trattava di temi legati grossomodo al periodo dell’adolescenza, quali la ricerca dell’amore e il dolore derivante dall’essere diversi, Alienween ha il suo focus sull’età adulta: i personaggi sono vissuti, si portano dietro un passato di dolori, errori e rimpianti, sono già scesi a compromessi con la vita. Come nei modelli a cui il film si ispira, l’elemento alieno o mostruoso funge da catalizzatore per i conflitti latenti tra i protagonisti, pronti a deflagrare da un momento all’altro. Per questo Alienween è un film più cattivo e più cinico di quanto non lo fosse I Rec U. Sfascia fa oscillare la storia tra il dramma e la comicità nera, anzi, nerissima. Esilaranti sono le morti di alcuni personaggi che subiscono un vero e proprio contrappasso dantesco: fidanzatini possessivi che finiscono fusi in un bolo di carne e bigotte che esplodono dopo un ascesso di lussuria alcuni dei tanti esempi. E in questa pellicola fa capolino un aspetto che in I Rec U era appena accennato, ovvero una forte componente satirica. Nessuno dei nostri miti contemporanei è risparmiato, dall’abuso di smartphone e social network fino alla moltitudine di gangsta rapper, o sedicenti tali, che affollano la scena musicale italiana, passando per il bigottismo strisciante; Alienween offre anche uno spaccato degli aspetti più grotteschi dei nostri tempi.

Con questa pellicola Sfascia sembra aver raggiunto la piena maturità stilistica. Le piccole incertezze che affliggevano alcune parti di I Rec U sono ormai ricordi del passato. Sfascia sa benissimo come manipolare la materia filmica. La narrazione di Alienween è forsennata e velocissima, sostenuta da un montaggio ipercinetico e da una regia che, come già nei suoi lavori precedenti, opta per ardite soluzioni che avvicinano l’estetica del film a quella del cinema d’animazione.
Da I Rec U Sfascia si porta dietro alcuni preziosi collaboratori quali il compositore Alberto Masoni e il deus ex machina degli effetti speciali Marco Camellini che si occupa di dare vita al serraglio di mostri che abita la pellicola. Un plauso particolare va al cast (che di solito è la nota dolente nei film indipendenti). Guglielmo Favilla e Raffaele Ottolenghi hanno una chimica straordinaria e rendono alla perfezione il rapporto di amicizia/odio che lega i loro due personaggi, mentre Giulia Zeetti regala una protagonista femminile di rara intensità. Da non perdere invece è il personaggio interpretato da un altro volto noto dell’indie italiano, Alex Lucchesi, che veste i  panni di un DJ metallaro che ha visto giorni migliori, protagonista di un esilarante sub-plot.

Alienween è un atto d’amore per un tipo di cinema che forse è quasi definitivamente scomparso. Ma sarebbe riduttivo liquidare la produzione di Federico Sfascia ad una mera operazione nostalgica e citazionista. Per chi scrive sotto la scintillante superficie ultrapop vi è un cinema che parla di temi quali la vita, l’amore, la morte. Il cinema di Sfascia scaturisce da un urgenza di raccontare ed è, davvero, ciò di cui mortalmente abbiamo bisogno.

Trailer

Millennium Actress

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In una mattina dell’Agosto del 2010 ci lasciava per sempre Satoshi Kon. Stroncato da un tumore al pancreas che gli era stato diagnosticato in fase terminale soltanto qualche mese prima, il regista si era congedato, con una lettera pubblicata sul suo sito web, usando queste parole “Pieno di gratitudine per tutto ciò che di buono c’è nel mondo, poso la mia penna.” Con la crudele ironia di cui solo la vita è capace proprio in quei mesi uscivano nelle sale due film, Inception di Christopher Nolan e Il Cigno Nero di Darren Aronofsky, i quali attingevano a piene mani dall’immaginario del regista giapponese, sancendone in un certo senso la consacrazione anche presso il pubblico occidentale.
Kon ci ha lasciato quattro lungometraggi e una serie televisiva. Chissà, se gli fosse stato concesso di vivere ancora, quali altre storie ci avrebbe raccontato, quali altri mondi ci avrebbe fatto visitare.
Kon apparteneva alla stessa razza di autori come Mamoru Oshii, Hideaki Anno e Katsuhiro Ōtomo, artisti in grado di mettere in discussione gli stilemi dell’animazione e di cambiarle le regole del gioco. Kon nella sua fulminante carriera ha lasciato un’eredità importante con la quale tutti i futuri autori dovranno confrontarsi.

Una delle su opere più complesse e stratificate, ma anche personali e sentite, è sicuramente Millennium Actress. Realizzato diversi anni dopo il suo primo lungometraggio, Perfect Blue, Millennium Actress è uno strano oggetto che trascende generi e convenzioni.

Gen’ya Tachibana è un regista televisivo con un chiodo fisso, realizzare un intervista alla famosa attrice Chiyoko Fujiwara, stella del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, di cui egli è un ammiratore sfegatato.
Il regista, assieme al suo cameraman, riesce a farsi ricevere dall’attrice nella villa in cui si è ritirata a vivere. Chiyoko inizia a raccontare la sua storia ma presto gli eventi reali si mescolano alle trame dei film in cui ha recitato. A fare da filo conduttore c’è la sua ricerca di un misterioso e giovane pittore di cui si era innamorata da ragazza e una chiave che lui le aveva affidato, la quale era stata smarrita da Chiyoko e che adesso Gen’ya ha riportato all’anziana attrice.

Kon rinuncia sin da subito a qualsiasi pretesa di oggettività della narrazione. La vita si mescola alla finzione e all’arte, Gen’ya e il suo cameramen entrano letteralmente dentro i ricordi/film di Chiyoko, assumendo di volta in volta i ruoli più pertinenti alla situazione. Kon aveva capito perfettamente le potenzialità dell’animazione quando si tratta di raccontare il ricordo, il sogno, la fantasia. Vagando attraverso la memoria dell’attrice si passa di genere in genere, da uno stile grafico all’altro. Il regista svilupperà ulteriormente queste intuizioni nella serie Paranoia Agent e le porterà all’estremo nella sua ultima opera, ovvero Paprika.

Un altro tema che verrà ripreso e approfondito è quello delle identità fluide dei protagonisti. In questo film il pretesto è dato dalla professione di Chiyoko, quella di attrice, che per lavoro deve essere, o meglio fingere di essere, altre persone. La tematica della personalità scissa, proteiforme e liquida tornerà in diversi episodi di Paranoia Agent e nella protagonista dalla doppia personalità del già citato Paprika.

Come tutte le opere migliori il film di Satoshi Kon ha più piani di lettura e quindi più modi di apprezzarlo.
Balza subito agli occhi come questa pellicola sia anche una lettera d’amore all’epoca d’oro del cinema giapponese. Viaggiando tra i film interpretati da Chiyoko, Kon omaggia i grandi del cinema nipponico: Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi, Yasujirō Ozu e perfino Ishirō Honda sono oggetto di un sentito tributo da parte del regista. Del resto gli appassionati del cinema del Sol Levante non faticheranno a notare come la stessa Chiyoko sia modellata sull’attrice Setsuko Hara che ha interpretato numerosi film tra quelli dei registi sopracitati.

Ma forse il tema portante di Millennium Actress è l’amore, per inciso quello platonico, quello che ci perseguita come una maledizione e che si insegue per tutta una vita senza mai realizzarsi e forse proprio per questo più puro e al sicuro dall’inevitabile dolore, dalle delusioni e dalla monotonia. Il motivo che spinge Chiyoko a consacrarsi anima e corpo alla recitazione è il desiderio di incontrare di nuovo il pittore senza nome di cui si era innamorata anni prima. Passerà decenni alla ricerca di segnali e indizi, arrivando a sposare un uomo che non ama pur continuando a sperare che un giorno possa ricongiungersi con il suo vero amore. Ma amore platonico è anche quello di Gen’ya che passa la sua vita ad ammirare Chiyoko, prima sul grande schermo poi da vicino come attrezzista negli studios cinematografici, senza essere mai notato dalla diretta interessata. La battuta con cui si chiude il film sancisce il senso della storia di Chiyoko “Perché dopo tutto è il fatto di inseguirlo ciò che amo davvero.

Parte melodramma, parte omaggio cinefilo, Millennium Actress dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’animazione ha la stessa dignità del cinema convenzionale e anzi, sotto certi aspetti è pure avvantaggiata quando si tratta di guardare alla realtà da angolazioni che non siano quelle ortodosse. Un film che si gusta tanto con la testa quanto con il cuore.