Ong’s Hat e gli Incunabula Papers

neuronaut

Da ormai quasi trent’anni il villaggio fantasma di Ong’s Hat, sperduto nei Pine Barrens del New Jersey, è oggetto di un intensa attività di legend tripping. Con il favore delle tenebre, gruppi di giovani si avventurano tra i resti dell’insediamento. Ad attirarli qui sono le voci e le leggende che circolano da anni riguardanti inquietanti esperimenti condotti qui da un gruppo di scienziati rinnegati decenni addietro, esperimenti che avrebbero dischiuso porte che all’uomo dovrebbero essere precluse.

L’origine di queste voci può essere fatto risalire ai cosiddetti Incunabula Papers (1), una serie di documenti che dalla fine degli anni Ottanta ebbero ampia diffusione attraverso i mezzi d’avanguardia per l’epoca, ovvero fotocopie, fanzine e reti BBS. In realtà gli Incunabula Papers furono concepiti come un esperimento di narrazione transmediale da un gruppo di agitatori culturali con a capo Joseph Matheny. Nonostante siano passati quasi tre decenni da quando il meme è stato diffuso, il progetto di Matheny risulta ancora fresco e ricco di stimoli, per non dire, con il senno di poi, davvero avanti sui suoi tempi.

Nucleo centrale degli Incunabula Papers è un catalogo fittizio di libri ordinabili per corrispondenza. Molto borgesianamente il catalogo alterna titoli reali a titoli completamente inventati. Mano a mano che avanziamo con la lettura siamo chiamati a ricomporre il frammentario plot della vicenda, diventando noi stessi in primo luogo i protagonisti chiamati a sciogliere il mistero. La trama, se così la si può chiamare, dell’intrigo che si sviluppa intorno ad Ong’s Hat potrebbe benissimo collocarsi in quella fantascienza borderline così cara ad autori come Robert Anton Wilson o al Grant Morrison di The Invisibles, quella zona grigia dove topos canonici della science fiction si mescolano con horror, occultismo e pseudoscienza. Nucleo centrale dell’intreccio è la scoperta da parte di un gruppo di scienziati tanto geniali quanto anticonformisti, di un modo per viaggiare attraverso le dimensioni grazie ad un congegno denominato EGG, che usa come forza propulsiva … il sesso. Anarcoidi fino all’osso, questo gruppo chiamato GFP (Garden of the Forking Paths, altro riferimento a Borges) vuole usare le nuove terre scoperte per edificare una società ideale. Ma c’è un’altra fazione, la PCF (Probability Control Force), estensione del complesso militare industriale che vuole usare le scoperte per ben altri scopi. E questo è solo l’inizio perché Matheny e soci hanno infilato di tutto nella miscela: teoria dei quanti, universi paralleli, sufismo e teoria del caos.

Leggendo gli Incunabula Papers si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a materiale grezzo, d’altronde era intenzione degli autori stessi che i lettori e i fruitori prendessero in mano la storia e la espandessero a loro piacimento, contribuendo così alla diffusione del meme. Sicuramente in un epoca di contenuti virali, in cui la creazione di veri e propri simulacri è prassi consolidata anche nel marketing (si pensi solo alle campagne virali per la promozione dei grandi blockbuster cinematografici) il lavoro di Matheny può essere visto come un precursore.

Nel mio piccolo mi sentirei di dare un consiglio ad eventuali giocatori di ruolo che siano in ascolto: se sei un master, magari de Il Richiamo di Cthulhu, non mi farei sfuggire gli Incunabula Papers poiché sono un ottimo materiale per quel genere di storia. Sarebbe un buon modo per far propagare ancora il meme.

Su Archive.org i documenti originali

1)No, non è questo il motivo per cui questo blog si chiama così. Né lo è l’omonimo disco degli Autechre. In realtà Incunabula è il plurale di incunabolo, ovvero un documento stampato risalente dalla metà del XV secolo al 1500. Appresi questo termine all’università ed è riemerso dalle profondità della mia mente quando dovevo decidere il nome da dare al blog. Tutto qui.

Ricordando Lemuria

shaverPrologo

In una giornata del settembre 1943 una bizzarra lettera viene recapitata alla redazione di Amazing Stories. Ad aprirla è il giovane direttore editoriale Howard Browne. “Signori, vi invio la presente nella speranza che la inseriate in un articolo per impedire che muoia con me. Susciterà molte discussioni. Vi mando la lingua in modo che un giorno o l’altro possiate farla esaminare da qualcuno all’università o da un amico studioso dei tempi antichi. Questa lingua sembra la prova definitiva della leggenda atlantidea” legge Browne ad alta voce per il diletto dei suoi colleghi. Poi accartoccia la lettera e la butta nel cestino. “Il mondo è pieno di svitati” commenta Browne. Ma quello svitati fa scattare qualcosa in Ray Palmer che lavorava nello stesso studio. Palmer ha fiuto per le buone storie, sennò non sarebbe il direttore di Amazing Stories. Palmer recupera la lettera dal cestino, la legge avidamente e poi rivolgendosi a Browne “E tu ti permetti di definirti direttore editoriale? Pubblicala per intero nella rubrica delle lettere del prossimo numero.”
Palmer ha fiuto per le storie. Ed aveva appena scovato quella della sua vita. La lettera era firmata da un certo Richard Shaver di Barto, Pensylvania.

Inizia così la saga del Mistero Shaver (o Beffa Shaver come la ribattezzarono i detrattori), forse il capitolo più bizzarro della storia della fantascienza americana. Una storia in cui realtà e finzione collidono, la storia di due uomini, un po’ sognatori e un po’ imbroglioni, che cercarono di vendere la fantascienza come fosse una verità rivelata. Una parabola che mostra come l’uomo abbia un disperato bisogno di credere, non importa a cosa, e che anticipa le varie mitologie moderne del XX secolo come l’ufologia, la teoria della cospirazione e quella degli antichi astronauti. Ma la storia del Mistero Shaver è soprattutto una storia di svitati. E gli svitati mi stanno molto simpatici. Per questo ho deciso di raccontarla.

Prima di svelare cosa c’era scritto nella lettera del misterioso Richard Shaver e bene parlare un po’ del destinatario, Ray Palmer.

Meet Ray Palmer

“In questi tempi di falsità monotona e poco convincente, c’è ancora qualcosa di cui dobbiamo essere grati. Le promozioni di Palmer hanno il tocco del genio. Possiede vitalità, estro e vera capacità persuasiva. Lo splendore delle sue luci le rende visibili a chilometri di distanza. La cosa da fare è mettersi comodi e godersi lo spettacolo.”

palmerCon queste parole lo scrittore do fantascienza P.W. Fairman descrive Palmer nel 1952. Parte scrittore, parte affarista e parte imbonitore, Palmer costruì la sua carriera nel mondo della fantascienza praticamente dal nulla. Dal carattere estroverso e ambizioso, sapeva bene come mettersi in mostra. Una volta in un suo editoriale scrisse di ricordare perfettamente quando nell’anno della sua nascita (era nato il 1° Agosto 1910) fosse stato tenuto vicino alla finestra per vedere la cometa di Halley. Quando un lettore gli scrisse che non era possibile, poiché la cometa non era visibile dopo Luglio lui rispose “Chissà? Forse la vidi psichicamente dal grembo di mia madre.” Tra le altre storie che amava raccontare su di sé c’era quella che lo vedeva leggere quotidianamente il giornale a quattro anni e da adolescente divorare sedici libri della biblioteca al giorno.

In realtà l’infanzia di Palmer fu tragica. A sette anni un camion lo investì fratturandogli una vertebra. Nel corso degli anni ciò aumentò la pressione sulla spina dorsale al punto da impedirgli di stare eretto e camminare. I medici tentarono un trapianto spinale ma l’operazione causò un infezione che mise in serio pericolo il piccolo Palmer. Ray sopravvisse ma rimase invalido. Divenne gobbo e il dolore cronico lo accompagnò tutta la vita. La sua altezza non superò mai il metro e quarantadue.

Palmer si gettò allora a capofitto nella lettura e presto scoprì il suo vero amore: la fantascienza. Non ci volle molto perché anche lui si mettesse a scrivere. A sedici anni un suo racconto fu pubblicato e accettato da Science Wonder. Militò attivamente nel nascente fandom fantascientifico, scrivendo racconti e pubblicando fanzine. Nel 1938 l’editore Ziff-Davis gli offrì il posto di direttore di Amazing Stories. Il suo carattere scaltro gli permise di siglare un accordo con la Ziff-Davis con cui si assicurò una percentuale sui profitti della rivista. Ma il suo colpo più clamoroso nacque da quella lettera che salvò dal cestino in quel Settembre del 1943.

Un alfabeto antidiluviano

Il contenuto della missiva era strampalato e bizzarro. Illustrava una sorta di codice che a parere dell’autore era nascosto nel comune alfabeto latino. La lettera A stava per animale. La B significava essere, vista l’assonanza con il to be della lingua inglese. Più si andava a vanti più le rivelazioni diventavano clamorose (o deliranti a seconda dei punti di vista). La T, simile alla croce, stava per “integrazione” mentre la D simboleggiava l’energia disgregatrice.

“Presentiamo questa interessante lettera riguardante un antica lingua senza alcun commento, se non per dire che abbiamo il significato letterale per le singole lettere di molte parole radice e nomi propri di antica origine traendone un senso sorprendente.(…) Si tratta di un caso di memoria razziale, e questa formula costituisce la base di una delle lingue più antiche della Terra? Il mistero ci incuriosisce molto- Il direttore”

Con queste parole Palmer presentava ai suoi lettori il primo tassello di quello che sarebbe divenuto noto come il Mistero Shaver. La risposta del pubblico fu tanto eccezionale quanto inaspettata. Palmer racconterà, se c’è da credergli, di aver ricevuto oltre cinquantamila lettere. Centinaia di lettori asserivano di aver applicato le istruzioni contenute nella lettera e di aver scoperto il significato nascosto delle parole.

Palmer capì di aver qualcosa di grosso tra le mani. Decise così di andare direttamente alla fonte e contattare Shaver stesso per saperne di più.

Una mitologia per l’Era Atomica.

Alla richiesta di nuovo materiale Shaver rispose con un dattiloscritto di 10000 parole intitolato a “A Warining to Future Man”. Il testo era strampalato e sconclusionato, in linea con la prima lettera, così Palmer si mise alla macchina da scrivere e ne ricavò un racconto di 31000 parole dal titolo “I Remember Lemuria!” , una sorta di summa della mitologia shaveriana.

MDJackson_Shaver_1La cosmogonia elaborata da Shaver prendeva avvio oltre ventimila anni fa quando la terra era dominata dai Titani, giganteschi esseri giunti dalle stelle. I Titani erano longevi ed eternamente giovani, e ci superavano in intelletto e sviluppo tecnologico.
Tra le varie meraviglie della loro tecnologia spiccava l’ingegneria genetica, attraverso cui essi avevano creato una grande quantità di specie da destinare ai lavori di fatica. Una di queste razze, migliaia di anni dopo, avrebbe generato quella degli homo sapiens. Altre razze erano dotate di sei braccia per manovrare le macchine dei Titani, la cui memoria si è conservata nelle rappresentazioni delle divinità indù. Altre avevano corna e zoccoli, altre metà umane e metà serpenti. Shaver definiva queste razze “robotiche”, non perché fossero in qualche modo meccaniche ma perché venivano controllate mentalmente dai Titani attraverso un apparecchio chiamato telaug, abbreviazione di telepathic augmentor.

Con il tempo il sole iniziò a cambiare e i suoi raggi divennero letali per i Titani, facendoli invecchiare e morire. L’Età dell’Oro era finita. I Titani non potevano rimanere sulla superficie della Terra, così costruirono immense città sotterranee collegate da una fitta rete di gallerie. Ma tutto ciò non bastò. Le radiazioni nocive del sole penetravano anche nelle profondità della Terra.

Così i Titani evacuarono il pianeta per stabilirsi su un nuovo mondo con un nuovo sole. Ma non c’era abbastanza posto nelle astronavi dei Titani, così le razze robotiche furono lasciate indietro. Nei secoli alcune di esse risalirono in superficie e si adattarono a vivere sotto il sole. Altre invece preferirono rimanere nelle tenebre delle caverne. Essi degenerarono in una razza di orribili nani, i dero (abbreviazione di detrimental robots). I dero sono il centro della mitologia (e delle ossessioni) di Shaver. Animati solo da odio e malvagità pura, tramite i macchinari lasciati indietro dai Titani i dero tormentano gli abitanti della superficie usando raggi in grado di uccidere o fare impazzire. Nel corso degli anni Shaver addosserà ai dero le colpe degli omicidi che riempiono le cronache, delle catastrofi, della morte di Franklin D. Roosvelt e quella di Kennedy, dell’Olocausto e perfino della crocifissione di Cristo. Quando non sono occupati a far il male per il gusto di farlo, i dero sfogano le loro perversioni sessuali su povere terrestri con l’aiuto di particolari macchinari “stimolatori”.

Secondo Shaver esiste anche una fazione benigna, i tero,ma che purtroppo è infinitamente più debole dei malvagi cugini.

La storia apparve sul numero di maggio 1945 che andò subito a ruba. Palmer scrisse la storia corredandola di note a fondo pagina a rimarcare il senso di “verità” del tutto. La risposta dei fan fu talmente entusiastica che fu aperta una nuova rubrica interamente dedicata al Mistero Shaver, “Report from the Forgotten Past?” dove i lettori potevano riferire le loro reminescenze di vite passate.
Le lettere dei lettori diventarono sempre più numerose e soprattutto più lunghe. La lettera più memorabile fu forse quella di ben quaranta pagine scritta da due ragazzini di dodici e sedici anni. La loro tartaruga, dopo essere morta, gli avrebbe comunicato psichicamente molti fatti che confermavano le teorie di Shaver.
Individui bizzarri cominciarono a frequentare la redazione di Amazing Stories, tra cui un uomo che asseriva di essere un Titano reincarnato.

Nei mesi successivi il duo Palmer-Shaver rincarò la dose con i racconti “Thought Records of Lemuria”, “Cave City of Hel” e “Cult of the Witch Queen”. Il Mistero Shaver ebbe presto anche un suo fan club, lo Shaver Mystery Club, fondato con una donazione in denaro dello stesso Shaver. Il Mistero Shaver divenne il principale argomento di conversazione degli appassionati di fantascienza di tutto il paese, divisi tra i credenti e gli scettici. Ma chi era l’uomo dietro a tutto questo? Chi era davvero Richard Shaver? Nel gennaio 1945 Ray Palmer lo incontrò nella sua casa in Pensylavania.

Meet Richard S. Shaver

selfshaver

Richard Shaver fuper tutta la sua vita un uomo inquieto e tormentato. Lo dimostra il fatto che nel corso degli anni abbia dato versioni diverse e discordanti dei suoi trascorsi e degli eventi che lo portarono a scoprire le nefaste attività dei dero.

Nacque tra il 1908 e il 1910 in Pennsylvania. Passò l’infanzia girando per lo stato, seguendo il padre che apriva e perdeva ristoranti. La madre scriveva sotto pseudonimo per varie riviste e così faceva il fratello maggiore, a cui Richard era molto legato. Il fratello morì quando Shaver era ancora adolescente.

Dopo aver militato per qualche anno nel Partito Comunista, durante i suoi anni giovanili Shaver passò da un lavoro saltuario all’altro: autotrasportatore di alberi, macellaio in un mattatoio e infine saldatore per la Ford Motor Co. Si sposò tre volte, ma solo l’ultimo matrimonio, quello con Dorothy, una cristiana fondamentalista, risultò duraturo.

La versione più famosa di come Shaver venne a conoscenza dei dero e dei tero, lo vedeva impegnato a saldare nello stabilimento della Ford quando si accorse di udire “voci lontane di straordinaria complessità”. Presto Shaver capì che quelle voci erano i pensieri dei suoi colleghi. La sua mente era invasa da informazioni. Captava ogni pensiero di ogni persona nell’edificio. Ma c’erano altri pensieri, così strani, alieni e crudeli che non potevano appartenere alle persone che aveva intorno. ““Mira e lei , colpiscila” Poi sentivo le urla di una donna sempre più forti e in quelle urla un agonia sempre maggiore e alla fine un gorgoglio un rantolo di morte. In seguito mi accorgevo che qualcuno stava pensando ad un astronave, non ad una nuova astronave ma a una antica, attraverso la quale aveva viaggiato nello spazio.”

Spaventato da questa nuova realtà, Shaver lasciò il lavoro e si dette al vagabondaggio. Per un po’ guidò camion di liquori di contrabbando, poi lasciò anche questo lavoro per dirigersi a Montreal dove si imbarcò da clandestino in una nave che pensava fosse diretta nel Regno Unito. Invece approdò a Terranova, dove Shaver fu arrestato. O forse no. Qui la sua biografia diventa nebulosa. Sappiamo solo che qualche tempo dopo lo ritroviamo in carcere in un luogo imprecisato.

Durante la sua prigionia Shaver racconta di aver ricevuto visite da una ragazzina tero di nome Nydia. Nydia era cieca come l’omonimo personaggio de Gli Ultimi Giorni di Pompei. La ragazza spiegò a Shaver che le voci che udiva erano quelle dei dero e successivamente aiutò Shaver a scappare dalla prigione. Stando sempre al suo racconto, Shaver si stabilì in una caverna non molto lontana e visse alcuni anni con i tero che gli svelarono la storia segreta del mondo. Quando negli anni Settanta Palmer fu interrogato sulla permanenza sotterranea di Shaver egli rispose “Shaver non ha passato otto anni nel Mondo Sotterraneo, ma in un ospedale psichiatrico”.

Senza dubbio Shaver credeva fermante a ciò che raccontava. Dopo la pubblicazione delle prime storie del Mistero Shaver, Richard si trasferì a McHenry nell’Illinois per poter lavorare più vicino al suo mentore Palmer. Bill Hamling, un collaboratore di Palmer racconta di un pomeriggio in cui insieme a Ray andò a trovare Shaver. Erano tutti e tre seduti intorno ad un tavolo. All’improvviso Shaver sbirciò sotto la sua sedia. Il silenzio calò sulla stanza. Poi Shaver disse “Quello era Max.” Shaver spiegò che Max era il dero che lo tormentava e a detta di Hamling, nel dire quelle parole fu tremendamente serio.

Nonostante queste credenze Shaver era un uomo del tutto materialista. Al contrario di Palmer che amava flirtare con il mistero e le suggestioni esoteriche. Un esempio di tale spaccatura tra i due si ebbe quando Palmer tentò di far coincidere le rivelazioni di Shaver con quelle contenute nella cosiddetta Bibbia di Oahspe, un testo che venne dettato ad un medium nel 1881. A Shaver l’interpretazione spiritistica non andò giù. Le entità che lo perseguitavano non erano esseri disincarnati o spiriti, ma persone in carne ed ossa che vivevano sottoterra.

La Guerra Segreta del Fandom

cbf98fcee4262a9541fecc7909e2df97Dall’inizio della saga del Mistero Shaver la circolazione di Amazing Stories era passata dalle 135.000 alle 185.000 copie mensili. Con il numero di Settembre 1945 Ray Palmer oltrepassò un confine importante asserendo che tutto quello che veniva raccontato nelle storie di Shaver non era altro che la pura verità. Ray arrivò anche a sostenere di avere anche lui reminescenze del lontano passato lemuriano e invitò i lettori a scrivere per dare il loro contributo attraverso le loro esperienze. Il Mistero Shaver divenne la principale attrattiva di Amazing Stories e Palmer arrivò addirittura a rifiutare storie di Ray Bradbury e Henry Hasse pur di fare spazio alle nuove puntate del Mistero.

Ma non tutti i fan erano entusiasti della piega presa dalla rivista. Una parte del fandom, quella più giovane e riottosa, vedeva la fantascienza come un mezzo per mettere in discussione le convenzioni della società in cui vivevano. Più affini alla fantascienza sofisticata e intellettuale di Astounding Science-Fiction di John W. Campbell che a quelle avventurosa e populistica della rivista di Palmer, questi nuovi fan vedevano sé stessi come atei, comunisti e ribelli. Gente che non era disposta a bersi le favole di Palmer, che per loro erano ormai divenute la Beffa Shaver.

Il boicottaggio del Mistero Shaver iniziò all’interno dei club di fantascienza locali. Ad esempio la Queens Science Fiction League di New York deliberò che le storie di Shaver ponevano una minaccia alla salute mentale dei lettori. Durante un congresso di fan a Filadelfia si pensò di presentare una petizione al Ministero delle Poste perché bloccasse l’inviò per corrispondenza di Amazing Stories.

Dalle colonne della sua rivista Palmer rispose ai tentativi di boicottaggio e ostracismo esponendosi in prima persona e ribattendo alle accuse di quelli che lo accusavano di ingannare il suo pubblico.

Presto nella rubrica delle lettere di Amazing Stories iniziarono ad apparire missive sempre più bizzarre e improbabili di cui forse la più spassosa e la seguente. “Sono un laureato in scienze occulte presso la Miskantonic University e sono stato coinvolto nella lotta contro i “ dero sotterranei” del signor Shaver sin dalla mia laurea nel 1935 … La Traduzione dell’undicesimo capitolo del Necronomicon tramite “l’alfabeto lemuriano” potrebbe aiutare a scovare i pezzi mancanti.” Il curatore della posta Howard Browne non colse i riferimenti a Lovecraft e pubblicò la lettera nel numero seguente con tanto di risposta di Palmer “Il suo uso delle virgolette intorno ai “dero sotterranei” ci interessa assai, poiché è esattamente quello che avremmo fatto noi, conoscendo ciò che noi conosciamo!”

Quando Palmer ricevette la lettera in cui il lettore confessava lo scherzo, decise di passare al contrattacco. Tramite il suo collega Hamiling, Palmer inviò una lettera ad un fan suo detrattore in cui si riferiva della sua scomparsa improvvisa. Sempre nella lettera si raccontava che Palmer era stato ritrovato in stato confusionale con in mano un pezzo di carbone e un magnete. La diagnosi era chiara: esaurimento nervoso con immediato ricovero in manicomio. I critici di Palmer, tra cui molti eminenti fan, ci si buttarono a capofitto e rimasero di stucco quando quest’ultimo confessò la burla.

Il critico più agguerrito di Palmer fu un certo Thomas Gardner, un fan molto attivo nel perorare la causa della fantascienza. Scriveva “I picchiatelli, come vengono chiamati, sono almeno un milione negli Stati Uniti. Si tratta perlopiù di adulti, con un livello di istruzione che va dal semianalfabetismo a quello di laureati impiegati nel settore tecnico. Molti di essi sono seriamente convinti dell’esistenza di civiltà superiori alla nostra …” Una delle paure di Gardner era che questo nuovo “culto” potesse espandere la sua influenza sul settore dell’educazione pubblica.

La storia più sensazionale mai raccontata

Shaver-Mystery-June-1945Il 1947 segnò lo zenith del Mistero Shaver ma anche l’avvio del suo inesorabile declino. Il numero di giugno fu interamente dedicato al Mistero e Palmer nel suo editoriale lasciò intendere che i dero avevano fatto il possibile per ostacolarne la pubblicazione e ribadì pubblicamente la sua fede nelle affermazioni di Shaver. “L’uomo non governa questa Terra e questa è la pura verità. Continua ad intrigarci, Mistero Shaver!”

Ma il vento stava cambiando. L’editore William Ziff non era più contento di vedere il suo nome accostato ad un argomento diventato ormai troppo controverso per non dire ridicolo e iniziò a fare pressioni su Palmer perché la piantasse con questa baracconata. A tutt’oggi non sono chiare le ragioni di questo improvviso cambio di rotta e nel corso degli anni si sono ventilate diverse ipotesi. Si parlò della mole sempre più insostenibile di lamentele da parte di vecchi fan disgustati dal nuovo corso della rivista, come di una decisione dello stesso Palmer che vedeva il Mistero come un argomento poco adatto ad una rivista di fiction . Nel 1961 Palmer dichiarò addirittura che Ziff aveva deciso di troncare la serie perché le idee di Shaver contraddicevano le idee di Einstein (qualsiasi cosa voglia dire). Comunque sia dal numero di gennaio 1948 i racconti di Shaver iniziarono a diradare. In contemporanea Palmer se ne usciva con annunci roboanti sull’imminente pubblicazione della prova che avrebbe validato una volta per tutte le teorie di Shaver, che sarebbe stata rivelata sul numero di Aprile 1948.

Ma intanto un nuovo fenomeno stava catalizzando l’attenzione degli appassionati di mistero. Il 24 giugno 1947 il pilota civile Kenneth Arnold aveva riferito di aver avvistato in volo nove oggetti di origine sconosciuta: era iniziata l’era degli UFO. Palmer fu uno dei più entusiasti promotori di questo nuovo fenomeno tanto che dedicherà la copertina della sua nuova rivista Fate all’avvistamento di Arnold. Shaver dal canto suo intuiva che i dischi volanti stavano rubando la scena al suo Mistero.

Il numero di Marzo 1948 arrivò in edicola con una nuova storia di Shaver, “Gods of Venus”. Dalle posizioni intransigenti di qualche mese prima, Palmer divenne più elastico sulla veridicità delle storie di Shaver “Per quelli che chiamano le nostre storie verità (che lo siano o meno!) che chiamino questa qui finzione, e che lascino quelli che sanno riconoscere le parti vere (se ce ne sono) discernerle da soli” Ma subito dopo Palmer annunciava che la prova definitiva sarebbe stata presentata nel numero del mese successivo.

Il mese di Aprile 1948 arrivò e con esso il nuovo numero di Amazing Stories. Quello che non arrivò fu la tanto agognata prova. Nel suo editoriale, in un articolato panegirico, Palmer si arrampicava sugli specchi cercando di giustificarsi, ma alla fine concludeva perentoria: Amazing Stories raccontava storie di fantasia che non avevano nulla a che fare con la realtà.

Nel 1949 Ray Palmer lasciava la Ziff-Davis. Il nuovo direttore di Amazing Stories divenne Howard Browne, proprio l’uomo che aveva buttato nel cestino la prima lettera di Shaver e che definirà tutta la faccenda “La porcheria più disgustosa in cui mi sia mai imbattuto.” L’epopea del Mistero Shaver finiva così.

Epilogo

other_worlds_4911Lasciatosi alle spalle l’esperienza di Amazing Stories Palmer si dedicò anima e corpo alla sua nuova avventura editoriale, Fate, una rivista interamente dedicata al mistero in tutte le sue declinazioni: occultismo, UFO, parapsicologia ecc … Fate sarà destinata a diventare una delle più longeve riviste del settore. Alcuni anni dopo Palmer venderà la rivista e successivamente avvierà una serie di testate analoghe come Imagination, Mystic, Serach e Other Worlds sulle quali continuerà a dare spazio agli scritti di Shaver che avevano ormai abbandonato la consueta forma narrativa e assunto quella farneticanti ammonimenti.

All’inizio degli anni Sessanta Richard e Dorothy Shaver si trasferirono in una fattoria ad Amherst nel Wisconsin, a pochi passi dalla casa di Palmer e la sua famiglia. Qui tra il 1961 e il 1964 Palmer e Shaver poterono dedicarsi al loro magnum opus, The Hidden World, una serie di sedici volumi per un totale di tremila pagine presentata come l’opera definitiva sul Mistero Shaver.

Negli ultimi vent’anni della sua vita Shaver fu totalmente assorbito da quella che ai suoi occhi doveva essere la prova delle sue teorie sui dero. Cominciò a produrre quelle che lui chiamò “Pietre di Arte Prediluviana”. Secondo Shaver gli antichi abitanti della Terra avevano impresso i loro pensieri sulle pietre sotto forma di immagini che potevano essere portate alla luce attraverso un particolare procedimento. Chiamati anche “libri di roccia” questi artefatti consistevano in lastre di agata tagliate in due che poi venivano proiettate su lastre di cartone tramite un proiettore opaco. A quel punto, dopo aver trattato il cartone con coloranti e detergenti da tintoria, Shaver vi dipingeva sopra per mostrare a tutti ciò che lui vedeva. Shaver era convinto che studiando i libri di roccia si sarebbero potuti estrapolare i segreti dell’avanzatissima tecnologia dei Titani. Nell’attesa di studi approfonditi, Shaver iniziò a vendere per corrispondenza questi pezzi di art brut tramite inserzioni su varie riviste.

Shaver-p90-22x17_lrg

Richard Shaver morì di cancro nel 1975, ormai dimenticato da tutti.

Ray Palmer, dopo una vita spesa a pubblicizzare un mistero dopo l’altro mantenendo un atteggiamento sempre furbamente agnostico, si spense nell’agosto 1977.

Che dire di tutta questa storia? La storiografia della fantascienza ci ha tramandato le figure di Palmer e Shaver come quelle di due profittatori che presero in giro l’ingenuo pubblico dei pulp degli anni Quaranta. Ma fu davvero così?

Ma soprattutto Shaver e Palmer credevano davvero a ciò che andavano raccontando? Per quanto riguarda Shaver la risposta è probabilmente affermativa. Tutti quelli che lo conobbero riconoscono la sua ferma fede nelle sue convinzioni. Si è speculato anche su una possibile schizofrenia, viste le somiglianze tra il telaug con cui i dero lo tormentavano e la cosiddetta macchina influenzante, elemento tipico delle fantasie degli schizofrenici.

Per quanto riguarda Palmer la faccenda è più complessa. Nonostante si sia ormai cristallizzata l’immagine di un Palmer manipolatore e cinico, alcuni dei suoi colleghi invece raccontano un Palmer genuinamente affascinato dal mistero. La sua fu una figura molto più complessa. Come spiega Richard Toronto nel suo War Over Lemuria: Richard Shaver, Ray Palmer and the Strangest Chapter of 1940s Science Fiction il nome del Mistero Shaver non fu scelto a caso. Un mistero per Palmer era qualcosa che non doveva né poteva essere risolto poiché la sua esistenza ci spingeva a pensare e a mettere in discussione le nostre certezze. Nel 1977 intervenendo ad una conferenza sui dischi volanti esplicitò così il suo pensiero “Se sapessimo esattamente cosa siano i dischi volanti … avremmo risolto il mistero e torneremmo alla noia e avremmo di nuovo smesso di pensare. I spero che il mistero dei dischi volanti non sia mai risolto.”
Toronto dipinge un Palmer convinto che il 99% della popolazione fosse rimbecillita dall’istruzione e dalla religione. Un Palmer convinto che le nuove e provocatorie idee della fantascienza potessero produrre cittadini dotati di senso critico.

Per quanto mi riguarda penso che Shaver e Palmer si limitarono a vendere ad una nazione stremata dalla guerra e dalla crisi economica un sogno, una realtà alternativa nella quale rifugiarsi. Una nuova mitologia che spiegasse le leggi segrete che sottostavano ad un mondo sempre più caotico ed incomprensibile.
Oggi all’alba del XXI secolo tutto ciò si sta ripetendo ancora una volta, con il fiorire di mitologie pseudoscientifiche che non si avvalgono più della carta economica dei pulp magazines per diffondersi, ma delle pagine web e della rete. Come fa giustamente notare Walter Krafton-Minkel nel suo seminale Mondi Sotterranei: il mito della Terra Cava, la mitologia di Shaver non sopravvisse a sé stessa poiché mancava di un elemento salvifico. La sua visione del mondo prospettava un umanità in balia di forze oscure, condannata ancora prima di nascere.

In un breve articolo su The Hidden World Shaver sintetizzò così la sua visione del mondo in poche righe: “Se solo oggi avessimo amore invece di odio. Se solo … possedessimo la conoscenza dei nostri predecessori. Se solo … le nostre brevi vite fossero felici. Se solo … essi fossero tutti morti, e noi fossimo mai nati; non sarebbe stato meglio?”

FONTI

Mondi Sotterranei: il mito della Terra Cava di Walter Krafton-Minkel

War Over Lemuria: Richard Shaver, Ray Palmer and the Strangest Chapter of 1940s Science Fiction  di Richard Toronto

Maurice G. Dantec, Profeta Cyberpunk

Maurice-G.-Dantec-interview-exclusive-autour-de-Metacortex_w670_h372

Apocalittica. Questo è il termine che meglio descrive la produzione letteraria di Maurice G. Dantec.Una parola che ne da una descrizione precisa per diversi motivi. Il primo, quello più superficiale e immediato, è dovuto la fatto che il mondo in cui si muovono i suoi personaggi è un universo in dissoluzione dove infuriano conflitti e le città bruciano, un universo sempre sull’orlo di una catastrofe finale e catartica. Ma il termine apocalittico si abbina ancor meglio alla sua opera se si risale fino al significato etimologico della parola, ovvero quello di “rivelazione”. I romanzi di Dantec sono in qualche modo rivelatori. Squarciano le illusioni del presente, ci svelano il caso che germina sotto una realtà apparentemente ordinata e controllabile. I romanzi di Dantec sono apocalittici anche per un ulteriore ragione: sono libri profetici , che ci permettono di dare uno sguardo ad un futuro sempre più prossimo, dove la tecnologia in sinergia con l’evoluzione umana apre scenari ora utopistici ora terrificanti. Questa dote fa di Dantec una delle voci più brillanti della narrativa di genere degli ultimi due decenni. Una voce, purtroppo, ancora poco ascoltata.

Maurice Dantec nasce nel 1959 nella banlieu di Grenoble. La sua è una famiglia di comunisti duri e puri, il padre dirige l’agenzia stampa del PCF. Dantec inizia ad interessarsi alla narrativa negli anni delle scuole superiori a seguito dell’incontro con Jean-Bernard Puoy, futuro autore noir. Più tardi negli anni Settanta, dopo aver mollato l’università, mette su con alcuni amici il gruppo musicale État d’urgence, una delle prime band punk francesi. Una passione, quella della musica, che porta tutt’ora avanti in parallelo alla sua attività di romanziere. Nel 1994 lo troviamo inviato in Bosnia come reporter di guerra, un esperienza che lascerà un segno profondo nella sua opera. I ricordi e le riflessioni scaturite da questo periodo confluiranno nei tre volumi di diari e saggi Le théâtre des opérations: journal métaphysique et polémique, pubblicati tra il 2000 e il 2006. Avvertendo la vita culturale francese sempre più stretta si trasferisce in Québec nel 1998. Personaggio controverso e polemico, negli anni successivi Dantec ha tenuto fede alla sua fama di cattivo ragazzo della letteratura francese. Dapprima l’improvvisa conversione al cattolicesimo nei primi anni Duemila che ha spiegato al suo pubblico con queste parole “Io sono andato sino in fondo al nichilismo. Ma a differenza di Houellebecq, ho attraversato lo specchio, e mi sono convertito al cristianesimo. Cosa impossibile per un nichilista”. Poi nel corso degli anni sono seguite durissime prese di posizione su varie tematiche come l’Islam. L’indole ribelle, battagliera e anticonformista non ha fatto certo bene alla sua fama, specie presso l’intellighentia francese che lo ha da tempo ostracizzato. Burrascoso anche il suo rapporto con il cinema: due gli adattamenti cinematografici dei suoi romanzi ovvero Red Siren (2002) e Babylon A.D. (2008), quest’ultimo diretto da Mathieu Kassovitz che clamorosamente disconobbe il film a riprese terminate. Lo stesso Dantec pare non fosse molto soddisfatto del risultato finale.

Come tutti gli scrittori anche Dantec ha una storia divertente da raccontare su come ha intrapreso questa professione. La rivelazione risale al periodo in cui Dantec lavorava come pubblicitario alle dipendenze di un famoso magnate del marketing. Con sua grande sorpresa il giovane Dantec scoprì che il suo boss, a dispetto dello sfavillante tenore di vita era un uomo divorato dal rimorso, un rimorso che lo portava a scolarsi un litro di whisky al giorno: il rimorso di non essere mai riuscito a scrivere un romanzo.
Così Dantec si mise a scrivere e nel giro di qualche mese sfornò un corposo romanzo fantascientifico che inviò al suo vecchio amico Jean-Bernard Puoy il quale a sua volta lo inoltrò a Patrick Raynal, responsabile della prestigiosa Serie Noire della Gallimard. Raynal giudicò il manoscritto poco consono al genere della collana ma chiese lo stesso a Dantec di scrivere un romanzo ex novo.

Il romanzo risultante è La Sirena Rossa, pubblicato nel 1993. La storia ruota attorno all’incontro tra due anime perse, Alice Kristensen, geniale dodicenne in fuga dalla madre dopo aver scoperto che essa è implicata in un traffico di snuff movies, e Hugo Toorop, l’antieroe per eccellenza della narrativa di Dantec, reduce dalla guerra in Bosnia e membro di una rete clandestina di freedom fighters. I due fuggono attraversando mezza Europa alla ricerca del padre di Alice, continuamente tallonati dai sicari al soldo della diabolica madre. La Sirena Rossa è un thriller ancora molto convenzionale ma in cui traspare il perfetto controllo dei meccanismi narrativi. In nuce vi sono già tematiche che Dantec svilupperà appieno nei romanzi successivi tra i quali il generale pessimismo sul destino della civiltà occidentale.
Del resto Dantec mette in bocca al suo Toorop quella che in retrospettiva può essere letta come una vera e propria dichiarazione poetica “Della necessità di una letteratura diretta. Qui e subito. Adesso. Semplice attraversamento della grande civilizzazione conurbana, mentre la fine del mondo, o qualcosa che vi assomiglia, si avvicina a passo inesorabile. Il pensiero è un virus. Continuerà ad espandersi, oppure si addormenterà momentaneamente, aspettando che si voglia un giorno, svegliarlo davvero. I libri sono delle autentiche bombe a scoppio ritardato”. Un concetto, quello dei libri come virus, come armi, che il vulcanico Dantec riproporrà in maniera quasi ossessiva negli anni successivi.

Ma è solo con il romanzo successivo, Le Radici del Male, che Dantec raggiunge la maturità stilistica e poetica. La storia prende avvio nel 1994 con la polizia francese sulle tracce di Andreas Schaltzmann, serial killer che sta attraversando il paese in preda ad una terribile frenesia omicida. Ad aiutare gli investigatori viene chiamato Arthur Darquandier, esperto di intelligenze artificiali che ha così l’opportunità di testare sul campo la sua ultima invenzione, la neuromatrice, una macchina che imita i processi cognitivi umani, in grado di apprendere ed evolversi autonomamente. La cattura del serial killer non è che l’inizio della discesa all’inferno di Darquandier. Alcuni degli omicidi attribuiti a Schaltzmann non sembrano coincidere con il modus operandi dell’uomo. Indagando a ritroso Darquandier scopre che qualcuno da anni uccide impunito, forse un vero e proprio gruppo di assassini che agisce secondo regole note solo a loro.
Le Radici del Male abbandona presto i territori del noir per addentrarsi in quelli del cyberpunk fino a diventare una riflessione metafisica sulla malvagità. Facendoci scrutare nell’abisso fino in fondo, Dantec non ci consola con facili spiegazioni psico-sociologiche. I suoi assassini sono figli della società dello svago, uccidono per il gusto di farlo e la loro follia è una riproduzione frattale di quella che si appresta ad investire il mondo nel XXI secolo. Romanzo fluviale che bombarda il lettore di input senza mai cadere nello sfoggio di erudizione fine a sé stesso, il romanzo di Dantec trascende i confini della narrativa di genere per diventare una acuta riflessione sui nostri tempi.

Il 1999 è l’anno di Babylon Babies (ripubblicato con il titolo Babylon A.D. sull’onda dell’adattamento cinematografico). In questo romanzo convergono personaggi, idee e tematiche dei due precedenti e lo si può considerare la fine di un ciclo per Dantec. La storia si svolge in un futuro prossimo in cui il mondo sembra condannato ad una lenta e inesorabile deriva il cui punto d’arrivo è l’abisso. Una violente guerra civile sta insanguinando la Cina e minaccia di espandersi fino alla Russia. Le biotecnologie sono state proibite a livello globale e adesso le mafie ne monopolizzano il mercato. Sette religiose inseguono deliranti piani d’immortalità e si combattono tra loro usando come soldati gang di bikers armate come milizie paramilitari. Torna Hugo Toorop che, scampato al carnaio cinese, viene incaricato da un mafioso siberiano e dal suo socio, un colonnello del GRU, di scortare un carico dalla Siberia al Québec. Il carico in questione è Marie Zorn, una ragazza dal passato misterioso che porta con sé qualcosa che fa gola a molti. Toorop non è l’unico personaggio dei romanzi precedenti a tornare. Ricompare anche il dottor Arthur Darquandier, adesso a capo di un misterioso progetto che come un filo rosso collega il destino delle sue neuromatrici a quello di Marie. Come ne Le Radici del Male Dantec predilige la complessità tempestando il romanzo di una tal quantità di stimoli e rimandi che a tratti si fa fatica ad assimilare nella loro totalità. Questioni concernenti la bioetica e la genetica vanno di pari passo con gli studi sullo sciamanesimo e il DNA di Jeremy Narby, Gilles Deleuze, le intelligenze artificiali e la schizofrenia. Una delle idee più potenti del romanzo e senza dubbia quella della convergenza tra evoluzione biologica, rappresentata per Dantec dalla schizofrenia, e evoluzione tecnologica. Finora questi due percorsi sono andati a due velocità diverse ma se dovessero incontrarsi si assisterebbe ad un nuovo tipo di evoluzione per l’essere umano, né interamente biologico né interamente artificiale, ma una totalità maggiore della somma delle sue parti. Al contrario del suo predecessore, ricco di azione e colpi di scena, Dantec predilige qui uno stile lento, meditativo, lascia diramare la trama tra le vicende di una miriade di personaggi di contorno, senza indulgere troppo nell’azione o nella suspense. Babylon Baibes è principalmente un romanzo di idee e sono queste a farla da padrone. Dopo l’abisso senza fondo, la notte più nera de Le Radici del Male, Babylon Babies è il primo romanzo di Dantec a presentare un elemento salvifico nella figura di Marie perché al contempo rappresenta l’unico personaggio davvero puro del romanzo e perché ciò che porta dentro di lei potrebbe significare un riscatto per l’umanità tutta. Pur essendo precedente alla conversione di Dantec il romanzo è pervaso da un forte senso di misticismo e di attesa millenaristica. Ma si tratta di un misticismo eterodosso che mescola elementi arcaici, come il mito della Vergine, a suggestioni contemporanee (l’ingegneria genetica) con una predilezione per personaggi imperfetti e fallibili come il protagonista Toorop. Il romanzo ha avuto un seguito nel 2012, Satellite Sisters ancora inedito in Italia.

La narrativa di Dantec ha il raro dono di nutrire il cervello e non solo perché è dannatamente intelligente. Ogni suo romanzo contiene spunti che rimandano a nuove letture e nuovi argomenti da approfondire, ed ogni opera si presta a più di una rilettura. Come molti scrittori suoi connazionali possiede una acume raro che lo porta da avere uno sguardo clinico sul mondo e su questo periodo storico. Lasciarlo sullo scaffale sarebbe un peccato.

Fonti

“Solo il caso è reale”. Un incontro con Maurice Dantec

Un cristiano cyberpunk fin troppo scorretto

Ancient interview with Maurice G. Dantec