John Dies at the End

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In un ristorante cinese deserto il reporter Arnie (Paul Giamatti) sta intervistando il giovane David Wong (Chase Williamson) a proposito della professione che esercita assieme all’amico John (Rob Mayes), quella di investigatori del paranormale. Il reporter è dapprima scettico, credendo che il ragazzo sia solo un mitomane ma David dimostra di possedere capacità telepatiche e così Arnie si decide ad ascoltare la storia di come i due amici hanno deciso di intraprendere questa professione.

Tutto ha avuto inizio qualche anno prima quando i due, assieme ad alcuni amici hanno assunto una bizzarra droga sintetica chiamata Soy Sauce, salsa di soia, una sorta di liquido nero proteiforme semi-senziente. La Soy Sauce dà a chi la assume la capacità di trascendere lo spazio e il tempo, leggere nel pensiero e vedere lati della realtà che sarebbe meglio rimanessero nascosti, e non è scevra da mortali effetti collaterali. Il contatto dei due con questa sconvolgente realtà da inizio ad una serie di peripezie lisergiche, in cui i nostri eroi avranno a che fare con demoni, telefonate dal futuro, ultracorpi ed altre amenità simili, che culmineranno in una disperata missione per salvare la Terra da un invasione proveniente da una realtà parallela.

C’è una cosa che accumuna Don Coscarelli al Tall Man del suo Phantasm e non parlo della statura. Come lo spettrale becchino del suo film d’esordio ogni volta che ci siamo convinti di esserci liberati di lui, eccolo rispuntare fuori dove meno ci si aspetta.

Regista discontinuo e dai risultati altalenanti, si è guadagnato un posto nel cuore degli appassionati di b-movie (e del sottoscritto) grazie al già citato Phantasm (1979), film semi-amatoriale, dai grandi limiti tecnici che però si riscattava grazia alla grande inventiva con cui Coscarelli metteva in scena un personalissimo universo che mescolava horror, fantascienza e una buona dose di incubi infantili. L’inaspettato successo di pubblico e critica lo porta negli anni seguenti a lavorare su progetti dal budget più elevato ma dagli esiti dimenticabili come Phantasm II (1988)o Kaan Principe Guerriero (1982). Alla fine degli anni Novanta la carriera di Coscarelli sembra essere ormai al capolinea e neppure la sceneggiatura scritta da Roger Avary (quello di Pulp Fiction e Le Regole dell’Attrazione) per un ipotetico capitolo finale della serie di Phantasm sembra convincere qualche produttore a scommettere di nuovo su di lui. Ma nel 2002 torna alla ribalta con l’esilarante Bubba Ho-Tep , tratto da un racconto di Joe Lansdale e con protagonista Bruce Campbell . Il film, che racconta la lotta tra un Elvis Presley ormai vecchio decrepito e una mummia egizia a caccia di anime in un ospizio del Texas, può essere annoverato tra i primi film di culto del terzo millennio (ammesso che questa definizione significhi ancora qualcosa).

Da allora sono passati dieci anni di silenzio, con il nostro diviso tra battaglie legali per i diritti su alcuni suoi film e il tentativo fallito (per ora) di realizzare un prequel a Bubba Ho-Tep . Era la volta buona che davo la carriera di Coscarelli giunta al suo epilogo e invece se ne esce con questo John Dies at the End (JDATE d’ora in poi) che è la prima grossa sorpresa di questo 2013.

JDATE è una pellicola indefinibile, vulcanica, ibrida e dannatamente divertente, quel tipo di film fantastico che il cinema statunitense sembra non riuscire più a produrre da qualche decennio a questa parte.  Tratto dal web serial (poi romanzo cartaceo)omonimo di Jason Pargin , JDATE eredità tutto ciò che funzionava in Phantasm e Bubba Ho-Tep e lo ricombina con svariati elementi nuovi. Dal primo film eredità le tematiche, l’irruzione di una minacciosa realtà parallela nella tranquilla provincia americana (e relativo percorso inverso, ovvero l’intrusione dentro quella stessa dimensione aliena) e il rapporto “fraterno” che lega i due protagonisti (nel 1979 dovuto all’effettiva parentela, qui dovuto alla Soy Sauce che ha “scelto” i due). Invece da Bubba Ho-Tep viene il perfetto equilibrio tra ironia e orrore e l’ottima gestione degli attori. A tutto ciò si aggiungono una marea di influenze , da quelle letterarie che includono i Grandi Antichi di H.P. Lovecraft , una certa comicità memore di Douglas Adams e l’immaginario paranoico e psichedelico di Robert A. Wilson, mentre sul versante cinematografico la mente corre subito al Sam Raimi degli esordi e al John Carpenter di Essi Vivono.

Il mescolarsi di elementi così eterogenei, origina una narrazione densissima, in cui avvenimenti, colpi di scena , trovate visive e narrative si susseguono senza dare un attimo di respiro allo spettatore, facendo risultare il tutto a tratti assurdamente (ma piacevolmente) caotico. La vicenda procede per balzi avanti e indietro nel tempo , voli pindarici, accumulando sempre nuovi elementi , ma la storia non esce mai dai binari e non molla un attimo la presa sullo spettatore. E per una volta, caso raro al cinema, la cornice psichedelica non risulta indigesta e non inficia la comprensione della storia , anzi aggiunge un ulteriore fattore di imprevedibilità ad una narrazione che già di suo fa molto affidamento sul fattore sorpresa. L’approccio ironico (ma non disincantato) e ludico al fantastico colloca il film più dalle parti di certi film anni 80 come Grosso Guaio a Chinatown o Buckaroo Banzai (scevro però da qualsiasi intento nostalgico) che nei territori più inquietanti alla Stati di Allucinazione, anche se non mancano momenti genuinamente spaventosi.

Alla riuscita complessiva contribuisce l’ottima gestione degli attori, azzeccatissimi nei rispettivi ruoli. Oltre alla scelta coraggiosa di piazzare due sconosciuti nel ruolo di protagonisti, vanno ricordate le ottime performance di Paul Giamatti , Clancy Brown e di Doug Jones, (che credo sia la prima volta che vedo quest’ultimo senza un qualche mostruoso make-up sulla faccia).

Insomma, con i titoli di coda ormai imminenti ho sperato che ci fossero ancora altri tenta minuti di film, cosa che mi capita raramente ed è un segnale inequivocabile che , nel caso non si fosse capito, JDATE m’è garbato un bel po’. E per una volta, uno avverso alla serialità come me, si trova a sperare che nel caso JDATE riscuota il successo che si merita, si possa presto tornare a visitare il bizzarro universo di Dave e John, ci sono ancora molte cose da dire e tante idee da sviluppare, così tante che se ne potrebbero ricavare tranquillamente altri due film.

Probabilmente non è un film per tutti i palati ma è il film giusto se volete qualcosa che vi porti in luoghi dell’immaginario veramente strani e inaspettati. Il tutto senza gli effetti collaterali della Soy Sauce.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

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