La Fine del Mondo

World's End

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“Scusi, ce l’avete l’Alba dei Morti Dementi?”

Il commesso del Blockbuster, un ragazzone di bell’aspetto picchiettò sulla tastiera del pc.

L’Alba dei Morti Viventi? Guarda è in quello scaffale là in fondo, terzo ripiano”

Il ragazzino che aveva chiesto il film esitò un attimo. Poi:

“No, io volevo l’Alba dei Morti Dementi.

Il commesso fece quell’espressione da “mi stai prendendo per il culo o che?”

Viventi vorrai dire”

“No, proprio dementi

Quel ragazzino ero io, e questo è stato il mio primo incontro con il cinema di Edgar Wright e del duo Simon Pegg/ Nick Frost. Ed è anche stato il momento in cui ho iniziato ad odiare i titolisti italiani, poiché il titolo originale de L’Alba dei Morti Dementi, uscito in Italia con un anno di ritardo e direttamente in home video, era Shaun of the Dead. Qualche giorno dopo riuscì comunque a procurarmi il film e me ne innamorai. Penso di averlo rivisto almeno otto volte da quel lontano 2005.

Nell’estate 2007 fu la volta del nuovo sforzo del dinamico trio, Hot Fuzz, visto in una sala vuota della multisala. Con questi due film Wright, Pegg e Frost hanno mostrato al mondo come sia ancora possibile fare del cinema di genere denso di ironia e intelligenza, tanto che Quentin Tarantino li ha chiamati a dirigere e interpretare uno dei finti trailer di Grindhouse. Negli anni trascorsi da Hot Fuzz, questi tre ragazzacci inglesi si sono concentrati sulle loro carriere soliste: Pegg e Frost sono apparsi rispettivamente in Star Trek e I Love Radio Rock, oltre a scrivere e interpretare un altro film in coppia, Paul, divertente ma non all’altezza dei due precedenti. Wright invece ha girato il suo primo film americano, Scott Pilgrim Vs. the World, un giocattolone francamente deludente.

Nel 2012,dopo tanti rimandi è finalmente arrivato il terzo capitolo di quella che i diretti interessati hanno ribattezzato la “Cornetto Trilogy”: The World’s End.

Mi sono avvicinato a questo film con le farfalle nello stomaco. Da una parte non vedevo l’ora di vedere un nuovo exploit dei tre, poiché ormai battute, espressioni e citazioni da Hot Fuzz e Shaun of the Dead fanno parte della mia personale mitologia. Dall’altra temevo che questo sarebbe stato il capitolo flop, e non solo perché il terzo episodio è di solito quello più difficile. Su quest’ultimo punto, per fortuna mi sbagliavo di grosso.

Gli Ingredienti di Shaun erano “commedia romantica” più “epidemia zombie”. Quelli di Hot Fuzz “horror rurale britannico” più “film d’azione tamarro” più “satira sulla provincia inglese”. The World’s End si può riassumere in “crisi di mezza età” più “birra” più “alieni”.

Gary King è un quarantenne fallito che decide di ricontattare i suoi amici delle superiori per ritentare l’impresa che avevano fallito vent’anni prima: scolarsi pinte attraverso tutti i dodici pub della loro cittadina natale fino a giungere al pub più famigerato di tutti, il World’s End. I nostri eroi si imbarcano nell’impresa ma dovranno fare presto i conti con il fatto che sono cresciuti e cambiati, che non sono più scafati diciottenni. Ma non sono solo loro ad essere diversi, qualcosa di strano sembra permeare la loro cittadina natale e scopriranno presto di cosa si tratta: tutti gli abitanti sono stati sostituiti da replicanti al servizio di un intelligenza aliena dai misteriosi intenti. Riusciranno Gary e i suoi amici a salvare il mondo? Ma soprattutto riusciranno ad arrivare ancora in piedi al World’s End?

World’s End mantiene lo stesso approccio al genere che aveva reso grandi due film precedenti. Wright e Pegg, che firmano anche la sceneggiatura, dimostrano di conoscere a fondo i generi in cui si infiltrano e dove   innestano massicce dosi di commedia. Questa volta è il turno della fantascienza, con un occhio di riguardo a classici della sci-fi british come Il Villaggio dei Dannati e alle atmosfere di certi episodi di Doctor Who. L’operazione è condotta come al solito con grande tatto senza mai sfociare apertamente nella parodia.

Questo ultimo capitolo della trilogia si riallaccia direttamente al primo, a Shaun of the Dead, e non solo per l’importanza che i pub rivestono all’interno della storia. Il film del 2004 era la storia di due trentenni intrappolati in una sorta di limbo post-adolescenziale che erano costretti a crescere dall’irrompere di un apocalisse zombie. Qua invece abbiamo un gruppo di quarantenni che vuole tornare ai loro anni ruggenti. In Shaun of the Dead era il passaggio all’età adulta (simboleggiato dal sacrificio della madre e dell’amico del cuore) a permettere al protagonista di salvarsi, qua invece la soluzione sarà ben diversa e decisamente più imprevedibile. In quest’ottica World’s End pare una versione aggiornata e rivista di Shaun of the Dead, alla luce di quasi dieci anni di maturazione artistica, alla luce di un età della vita diversa. Infatti è innegabile che lungo tutto il film si respiri una aria decisamente malinconica e lievemente agrodolce, simile a quella che si respira alle periodiche cene di classe delle superiori.

A suggellare questo cambiamento di tono c’è una vera e propria rivoluzione copernicana sul piano attoriale, ovvero lo scambio di ruoli nel duo Pegg/Frost. Nei due film precedenti Pegg aveva sempre avuto la parte del personaggio più maturo mentre a Frost toccava la parte dell’ingenuo e del casinista. I ruoli qua si invertono, Frost si becca un personaggio complesso e tormentato, Pegg interpreta l’idea platonica del coglionazzo. I due, che già funzionavano alla grande nella precedente configurazione, colgono l’occasione per regalare performance enormi, specie Frost si scopre capace di un intensità che non avresti mai detto. Anche il cast di supporto è valorizzato e calato dentro personaggi caratterizzati in maniera sottile ed efficace.

World’s End è una visione obbligata per chi ha amato i due film precedenti (che nel caso non aveste visto vi imploro di recuperare, è per il vostro bene) ,per tutti gli amanti della fantascienza, specie in questo periodo di vacche magre e per chi ama il cinema di genere vitale e intelligente.

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