Sogni di Gloria

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Anche il più ignorante degli studenti di cinema saprà dirvi che la commedia è stato il genere cinematografico che maggiormente ha saputo raccontare la società italiana, di narrarne le trasformazioni culturali e le contraddizioni che l’hanno attraversata dal dopoguerra in poi. Il nostro studente immaginario saprà senz’altro dirvi anche che a partire dai nefasti anni Ottanta la grande tradizione della commedia all’italiana è stata soppiantata da un orrida caricatura della stessa, la quale, oltre ad avere eletto la flatulenza a massima espressione della comicità nostrana, ha smesso di raccontare gli italiani con quell’onesta implacabile che ha reso grande il genere, per raccontare un Italia fatta di vacanze, lusso e mondanità che esisteva sopratutto sulla celluloide e sugli schermi televisivi. Di tutto questo, a meno che non viviate su Marte, vi sarete senz’altro accorti anche voi.

Negli anni della Crisi, in cui l’Italia è scossa da mutamenti traumatici e forse irreversibili, si sente più che mai l’assenza di pellicole che attraverso il linguaggio del cinema popolare possano narrare questo momento di incertezza. Segnali incoraggianti in questo senso arrivano dal cinema indipendente. Infatti nell’ultimo anno sono arrivate in sala due commedie che raccontano realtà quali la disoccupazione e il precariato, ovvero Spaghetti Story e Smetto quando voglio, film che hanno ottenuto riscontri da pubblico e critica tanto ottimi quanto inaspettati. A queste pellicole va aggiunto Sogni di Gloria, ultima fatica del collettivo di registi pratesi John Snellinberg.

Il film è diviso in due episodi, ambientati entrambi nella medesima, anonima, cittadina toscana. Protagonista del primo episodio è Giulio, un trentenne cassaintegrato la cui unica speranza di lavorare è venire estratto ad una sorta di lotteria che il suo datore di lavoro usa per decidere chi tra gli operai in cassa integrazione lavorerà questo mese. Il tempo passa e il nome di Giulio non sembra voler uscire. Sua zia costringe il ragazzo a sorbirsi interminabili messe, nella speranza (letteralmente) di un aiuto dal cielo . Disilluso, Giulio perde prima la fede nella possibilità di ricominciare a lavorare, poi quella religiosa. Su consiglio di un amico, Giulio decide così di sbattezzarsi compilando un apposito modulo. Venuta a sapere delle intenzioni sacrileghe del nipote, la zia escogita un piano per far ritrovare la fede a Giulio e salvare così la sua anima. La donna convince il marito, attore di teatro dilettante, a fingersi morente. Il piano sembra funzionare, ma un imprevisto ribalterà la situazione …

Anche il protagonista del secondo episodio si chiama Giulio. Tuttavia il suo vero nome è Kan. Infatti il Giulio di questa storia è un ventenne cinese, studente di enologia e viticoltura all’università, nonostante la contrarietà della famiglia che lo vorrebbe ingegnere. Giulio è, inoltre, ancora innamorato della sua ex fidanzata italiana che di lui però non vuole saperne. Il ragazzo finisce per fare amicizia con Maurino, un navigato e vissuto giocatore di carte, il quale lo prende sotto la sua ala e inizia ad allenarlo nelle discipline del tresette e della briscola, in vista di un torneo in cui i due affronteranno una serie di bizzarri e variopinti sfidanti.

Dalla loro opera prima, ovvero La Banda del Brasiliano, gli Snellinberg riprendono i temi del precariato e dello scontro generazionale per rileggerli sotto una luce nuova. La Banda del Brasiliano raccontava del conflitto tra padri e figli, Sogni di Gloria racconta piuttosto delle difficoltà e delle incomprensioni che sorgono quando due generazioni pur così vicine provano ad aiutarsi, ma anche della forza dei rapporti che si possono creare tra persone all’apparenza lontanissime. Le frizioni tra vecchie e nuove generazioni sono il nodo centrale della narrazione e nella provincia in cui hanno luogo le vicende del film tale frizione è immediatamente visibile: i giovani protagonisti,i quali incarnano i problemi e le incognite di questi anni , si muovono in luoghi che evocano un Italia che appartiene sempre più al passato(l’oratorio, il circolo in cui si tiene il torneo di carte).

Nel primo tragicomico segmento si ride parecchio, ma la risata ha un retrogusto amaro, essendo palpabile l’atmosfera di incertezza e fatalismo in cui vive immerso il protagonista, alla cui angoscia Gabriele Pini da corpo e voce in maniera eccezionale. Tuttavia il personaggio più memorabile dell’episodio è quello di Don Mariano (Riccardo Goretti), giovane parroco interessato più che alle questioni spirituali, a quelle calcistiche.

Il secondo episodio è quello più riuscito, nel quale il canovaccio da commedia sfuma in una sorta di epica “da bar” al tempo stesso esaltante e toccante. Questa storia di rapporto discepolo-maestro, di vecchi rancori, di conti da regolare al tavolo da gioco, è parsa a chi scrive (che su queste cose, è bene ribadirlo, è incline alla pareidolia), anche un neanche tanto velato omaggio al cinema sportivo alla Rocky e a quello di arti marziali. Il rapporto tra il maestro Maurino e l’allievo Giulio è un efficace ribaltamento il ribaltamento dell’abusatissimo cliché originatosi con Karate Kid, con la sostanziale differenza che le lezioni pratiche e filosofiche di Maurino mi sono parse più sensate, mentre il temibile avversario finale, il Disumano, svolge una funzione analoga a quella dei tanti epigoni di Ivan Drago. Onanismo cinefilo a parte, l’episodio riesce davvero a catturare il cuore, e vanta una sequela di personaggi memorabili, dal già citato Disumano, passando per le letali Sposine fino al becchino che sfrutta le sue capacità medianiche per sapere quale carta calare. Gran parte del merito dell’alchimia che fa funzionare il tutto è del grande Carlo Monni, qui nel suo ultimo ruolo, che ci regala un ultima interpretazione intensa e sentita.

Tutto ciò c’era di buono ne La Banda del Brasiliano è germogliato e fa piacere vedere quanto lo stile degli Snellinberg sia maturato. La regia si è ulteriormente raffinata e nel complesso risulta più ragionata, essenziale ed efficace. Un analoga evoluzione la si può constatare nella gestione degli attori e nella scrittura dei dialoghi. Infine, è d’obbligo menzionare la notevole colonna sonora ad opera dei Calibro 35, vera coprotagonista del film.

Divertente, pungente e perfino commovente, Sogni di Gloria è una di quelle pellicole che dimostra come per uscire dall’abisso produttivo e qualitativo in cui il cinema italiano è impantanato da decenni, ci sia bisogno anche di un cinema popolare semplice, onesto e intelligente, che sappia trarre ispirazione da uno sguardo originale sulla realtà quotidiana del paese.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

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