La Banda del Brasiliano

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Che piaccia o meno è innegabile che molti giovani filmaker guardino al vecchio cinema di genere italiano come ad una fonte di ispirazione. Gli horror truculenti e caserecci di Lucio Fulci e Joe d’Amato, i poliziotteschi di Umberto Lenzi e Fernando Di Leo sono divenuti punti saldi nell’immaginario di questa nuova generazione di registi indipendenti. Si potrebbe liquidare il fenomeno come un infatuazione modaiola, come un modo per accodarsi all’onda della rivalutazione critica che è stat fatta di questa stagione del nostro cinema. Oppure come un prodotto del classico atteggiamento da fan che eleva queste pellicole allo status di cult a prescindere dal loro effettivo valore artistico. Altri, invece, lo ritengono, forse un po’ romanticamente, un processo inevitabile: giovani registi squattrinati, costretti ad auto prodursi, spesso posti al di fuori del circuito del cinema romano, che vedono sé stessi come eredi di quella generazione di artigiani del cinema bistratti e ridicolizzati, i cui lavori però mantenevano in attivo (così vuole la leggenda) i conti delle case di produzione, mentre i registi seri si beccavano i premi e gli onori. Si tratta di due visoni drastiche e idealizzate. Forse stavolta la verità sta davvero nel mezzo, con le opportune oscillazioni verso una parte o verso l’altra a seconda del singolo caso.

Quando si sceglie di omaggiare un determinato genere, sopratutto se si tratta di un genere di nicchia, i risultati sono spesso deludenti. A meno di non essere Quentin Tarantino, il prodotto finito sarà un film che ricalca con la fedeltà maniacale propria del fan tutti gli stilemi estetici e narrativi del genere di riferimento, sarà disseminato di citazioni esoteriche dalle pellicole più note come dai titoli più bizzarri e oscuri, ammiccamenti che verranno colti solo da coloro che tra il pubblico sono stati iniziati ai Sacri Misteri del Cinema di Genere. In poche parole ci si ritrova con un film che difficilmente verrà apprezzato al di fuori della cerchia di pubblico di riferimento. Un esercizio di manierismo con poco o nulla da dire. Questa lunga introduzione l’ho fatta giusto per mettere in chiaro una cosa: La Banda del Brasiliano non è niente del genere. Anzi, è tutt’altra cosa.

Realizzato da John Snellinberg, nome collettivo con cui si firma un gruppo di giovani registi pratesi, con un budget di appena 2000 euro, La Banda del Brasiliano è una sorta di Milano Odia: La Polizia non può Sparare trapiantato nella provincia toscana, che dagli anni Settanta viene teletrasportato negli anni Duemila e con Carlo Monni al posto di Henry Silva.

Un impiegato del comune di Vaiano viene rapito da un gruppo di banditi conosciuti come la Banda del Brasiliano. Si tratta di quattro trentenni disoccupati (o comunque prossimi a perdere il lavoro) che hanno deciso di iniziare una campagna di terrore indirizzata contro quelli che vedono come i loro nemici: la generazione dei cinquantenni, quella dei loro genitori. Sulle loro tracce si mettono il duro e disilluso Ispettore Brozzi e il goffo assistente Vannini.

Piuttosto che mettere in scena una rievocazione pedissequa di un cinema ormai estinto ad uso e consumo del pubblico cinefilo, gli Snellinberg hanno usato l’estetica e l’immaginario di quel cinema che spopolava nell’Italia di quarant’anni fa per raccontare, a modo loro, l’Italia di oggi. Certo, il plot si sviluppa lungo i binari abituali del poliziottesco e l’ispettore Brozzi, interpretato dal grande Carlo Monni, sembra davvero il protagonista ormai invecchiato di un film di Fernando Di Leo. Tuttavia, a partire dall’ambientazione provinciale che trasuda normalità e ordinarietà in ogni fotogramma, si capisce che il film andrà a muoversi in territori assai diversi da quelli dei suoi modelli.

I membri della Banda sono trentenni che una volta finiti gli studi si sono trovati catapultati in un mondo del lavoro fatto di impieghi precari e di retribuzioni ridicole, di soprusi e di possibilità uccise sul nascere da una generazione, quella dei loro padri, che ha divorato tutto senza lasciargli nulla. Parafrasando il Brasiliano “ci avete dato i mezzi ma ci avete tolto gli scopi”. Nonostante il forte sottotesto sociale, fortunatamente la pellicola non si trasforma neanche per un secondo in un comizio filmato. Invece, grazie ad un buon lavoro di scrittura, ai momenti più drammatici fanno quasi sempre da contraltare siparietti comici e grotteschi.

Gli uomini del Brasiliano non sono criminali professionisti, ma un gruppo di disperati che hanno modellato i loro “personaggi” sui criminali dei film poliziotteschi, film di cui il Brasiliano è un fan sfegatato. Il Brasiliano è assieme a quello di Monni, il personaggio più memorabile, un bandito cinefilo che, fallito come regista, vuole omaggiare il cinema che tanto ama mettendolo in scena nella vita vera. Esaltante il momento in cui espone ad un ostaggio terrorizzato i parallelismi che vede tra il declino dell’Italia e la morte del grande cinema italiano.

La regia fa uso e abuso di tutti marchi di fabbrica del cinema anni settanta, come le classiche zoomate repentine sui volti e le riprese delle strade cittadine dal parabrezza dell’auto. Al di là di queste strizzate d’occhio, gli Snellinberg non hanno lasciato nulla al caso, riponendo particolare attenzione nella costruzione delle inquadrature e nella gestione dei movimenti di macchina. La colonna sonora contribuisce in maniera determinante a conferire alla pellicola un atmosfera vintage, con pezzi dalle sonorità che richiamano le colonne sonore di quegli anni, tra cui spiccano alcuni contribuiti degli specialisti Calibro 35. L’unica pecca in questa produzione che per molti altri aspetti dimostra di saper aggirare i limiti di un budget irrisorio, è la recitazione a volte troppo dilettantesca, che se in alcuni punti viene riscattata dalla fisicità e dall’estro degli interpreti in altri risulta non all’altezza.

In parte omaggio cinefilo, in parte amaro ritratto della “generazione perduta”, La Banda del Brasiliano è divenuto un piccolo caso, accumulando decine di proiezioni in giro per l’Italia e venendo distribuito in DVD. Al di là dei limiti tecnici comunque fisiologici in produzioni di questo tipo, La Banda del Brasiliano riesce dove nomi più altisonanti hanno fallito, ovvero raccontare l’Italia di oggi attraverso la lente del cinema di genere, mettendo in scena sia una dichiarazione d’amore per quel cinema grezzo e selvaggio spazzato via dalla paccottiglia televisiva, sia un l’urlo rabbioso e sincero, quello di una marea di giovani (e meno giovani) privati del loro avvenire.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

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