Teosofia

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Teosofia parte da una constatazione difficilmente contestabile, ovvero che le nostre interazioni sociali sono sempre più mediate dai mezzi di comunicazione: un processo partito con la diffusione capillare dei cellulari e culminato con l’odierna onnipresenza dei social network. Sms, e-mail, chat, foto e video: volenti o nolenti le nostre interazioni vengono registrate e memorizzate, e se potessimo avere accesso illimitato alle memorie di cellulari e PC potremmo ricostruire senza problemi, le vicende umane di chi ha comunicato tramite questi mezzi: è proprio questa opera di “archeologia digitale” l’idea alla base di Teosofia.

Tutto nasce da un incontro in chat tra quelli che all’inizio sono solo due nickname senza volto, dietro cui a poco a poco, conversazione dopo conversazione, emergono i due protagonisti. Da una parte c’è Teo, trentenne intrappolato in una vita monotona e priva di soddisfazioni, dall’altra Sofia studentessa universitaria, ricca, fancazzista e complessata. Entrambi sono alla ricerca di un avventura, di una distrazione, ma il loro rapporto (complice la libertà offerta dal quel limbo virtuale che è la chat) si fa di volta in volta più intimo e non passa troppo tempo che i due decidono di incontrarsi. L’occasione è data da una festa esclusiva organizzata da MasterJoe, un amico di Sofia. Ma la realtà si rivela presto più complessa, e situazioni paradossali, equivoci e gelosia metteranno a dura prova i due.

Il mediometraggio di Michele Vaccari e Lucio Basadonne ( che si firmano Nemo e Joe Menarca) dopo aver vinto il premio del pubblico al Tentacoli Film Festival, è stato distribuito gratuitamente in rete a partire dal 2007 per circa due anni, diventando in breve tempo un piccolo caso (si stima abbia avuto oltre 20.000 download).

Teosofia utilizza un linguaggio perfettamente coerente con ciò che racconta. Vaccari e Bosadonne scelgono di narrare le peripezie dei due protagonisti solo ed esclusivamente tramite i media attraverso cui si evolve la loro relazione, dal primo approccio su un programma di chat stile MSN, per poi passare alle webcam e gli sms, per poi finire a spiare il loro primo incontro fisico attraverso l’occhio delle videocamere digitali e delle telecamere a circuito chiuso. Le uniche concessioni al linguaggio cinematografico classico sono date dal montaggio e dalla colonna sonora. Certo, generi come il mockumentary o il found footage sono stati sdoganati da tempo anche nel cinema mainstream, ma Vaccari e Basadonne hanno l’intelligenza di rileggerli alla luce della rete e dei mutamenti di costume che essa ha portato. Si tratta di un idea forte ed efficace per diversi motivi. Questa scelta permette di mettere in scena una storia molto più densa di quella che i quaranta minuti scarsi di durata (e i 600 euro di budget) avrebbero permesso in un film “normale”, la natura frammentaria, frenetica del racconto bombarda lo spettatore di informazioni frammentarie, incomplete, provenienti dalle fonti più disparate, che permettono però di farsi un quadro complessivo della vicenda e delle vite dei personaggi (si, proprio come accade in rete). Ma il maggiore punto di forza di questa modalità di narrazione risiede nella forte risposta emotiva che essa suscita nello spettatore, una reazione dettata, mi viene da pensare, dall’ormai istintiva associazione tra ripresa amatoriale e realtà.

Partendo da queste premesse sarebbe stato fin troppo facile imboccare la strada del film sperimentale intellettualoide, completamente assorto nella sua sperimentazione sul linguaggio. Per fortuna Vaccari e Basadonne decidono di raccontare una storia e di raccontarla a modo loro. I due protagonisti (interpretati magnificamente da Fabrizio Levrero e Marta Antonucci) sono persone normali, forse pure mediocri, che incappano, a loro spese, in qualcosa di più profondo che una banale scopata, ma sono destinati a capirlo troppo tardi, quando la situazione è ormai sfuggita al loro controllo. I due registi non hanno pietà per i loro protagonisti , li gettano in una storia intrisa di cinismo e cattiveria (una volta tanto genuina), circondandoli di personaggi ambigui e disgustosi. Si ride di gusto per la prima metà del film, ma poi ci si addentra in un territorio più inquietante, che crea nello spettatore un disagio palpabile. Di fronte a questo paesaggio desolante (seppur distorto dalle lenti del grottesco) Vaccari e Basadonne non sputano sentenze o giudizi, salvando così Teosofia dall’ossessione per il messaggio (leggasi “moraletta facile facile”) che ammorba il cinema italiano degli ultimi anni.

Come forse avrete già intuiti dalla recensione, Teosofia non è un film per tutti, sia per i contenuti “forti” (su cui a tratti si sofferma in maniera fin troppo compiaciuta) sia per il suo linguaggio atipico, ma merita sicuramente la visione, essendo l’ennesima dimostrazione della vitalità che si agita nei recessi del sottobosco indipendente italiano.

Il film è disponibile gratuitamente sul canale ufficiale Vimeo del film. QUI.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

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