Zigo Stella

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Inizio questa recensione con un po’ di sano sconforto (che non fa mai male). Gli ultimi anni hanno visto un massiccio sdoganamento presso il pubblico mainstream di generi che appena un decennio fa sarebbero stati considerati prerogativa di un tanto esigua quanto agguerrita nicchia di appassionati. Serie televisive fantasy e fantascientifiche possono vantare un seguito insperato fino a pochi anni fa e attorno ad esse gravita un fandom che sfugge allo stereotipo del nerd asociale; mentre sugli schermi dei cinema i supereroi, genere considerato un tempo pacchiano e puerile, sono divenuti presenza fissa e investimento sicuro per i produttori di Hollywood.

Negli ultimi tempi si è fatta strada in me la spiacevole sensazione che questo sdoganamento abbia comportato uno snaturamento di quei generi che normalmente si raggruppano sotto l’etichetta-ombrello di “fantastico”. Per prevenire le possibili obiezioni dico subito che ci sono, ovviamente, lodevoli eccezioni e che nonostante questo sentore ho apprezzato molte delle opere che vanno per la maggiore ultimamente. Tuttavia, anche dove ho gradito, mi è sembrato di notare una tendenza a voler rassicurare a tutti i costi lo spettatore, riempiendo il tutto di rimandi e citazioni, e attenendosi a strutture e formule collaudate.
Per me il fantastico è altro. Credo che il fantastico sia uno dei generi che meglio si presta ad esplorare le tante sfaccettature della vita. Gettando il lettore e lo spettatore in situazioni o mondi altri rispetto alla vita di tutti i giorni, esso riesce a svelare aspetti della realtà che non sospettavamo neppure che esistessero. Insomma, per me il fantastico deve spronarci, dev’essere qualcosa che ci spinga a mettere e a metterci in discussione. Per questo rileggersi ogni tanto Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig è una boccata di ossigeno.

Zigo è un normale ragazzino di quindici anni (per quanto normale possa essere il figlio del più grande detective del mondo e una dea egizia) la cui tranquilla vita passata tra scuola, amici e la ragazza di cui è innamorato viene sconvolta all’improvviso. Zigo muore e ritorna in vita mutato: adesso ha impiantati in corpo un braccio da rettile e un occhio bianco dotati di strani poteri. Ha anche una bella amnesia che gli ha fatto dimenticare le circostanze del suo decesso. In cerca di risposte, Zigo dovrà imbarcarsi in un allucinante viaggio attraverso un caleidoscopio di universi paralleli cercando di rimanere vivo e trovare la strada di casa.

L’aggettivo migliore per definire Zigo Stella è “debordante”. Zombi, orsetti, alieni, e tanto rock n’roll. La storia procede per accumulo, come una valanga che ingloba man mano che avanza situazioni e personaggi sempre più bizzarri e surreali. I disegni di Rosenzweig rompono la gabbia ed esplodono addirittura in spettacolari triple e quadruple pagine. Con Zigo Stella Rosenzweig gioca con la matericità del medium del fumetto, mutando stile e addirittura ordine di lettura delle pagine a seconda della parte della storia che sta raccontando, come nella sequenza in cui Zigo finisce in un universo parallelo dal look nipponico, in cui pagine vanno lette da destra a sinistra come si fa con i manga. Una rivendicazione della dignità dei formati fisici che ben si allinea con la pungente satira che il fumetto fa sul mondo digitale. Satira che fortunatamente è condotta con ironia e intelligenza senza sprofondare nel luddismo.
Zigo Stella è uno zibaldone in cui l’autore getta di tutto e di più, toccando i temi più svariati. La cornice di citazioni pop, che vanno dalla venerazione per i KISS al cinema splatter di Lucio Fulci e Takashi Miike, non deve distogliere dalle miriadi di argomenti affrontati il piglio tanto sarcastico quanto arguto da Rosenzweig.
Si parla di amore e morte ma anche dell’alienazione tecnologica e del deserto culturale che caratterizzano i nostri tempi. E, se vi interessa ce n’è anche per i blogger. Man mano che si procede con la lettura si va sempre più in profondità. Una splendida riflessione sull’arte, viene fatta per bocca dell’enigmatico personaggio di Leloux “Adesso la creazione è qualcosa che ha una forma molto bella ma niente dentro. Alla fine, con il tempo, sono le idee ad essere superiori, non la veste…”. Una dichiarazione poetica di cui Zigo Stella, sembra una perfetta messa in pratica.
L’idea che batte nel cuore di Zigo Stella è che lo rende un opera tanto divertente quanto densa e complessa è l’operazione di rilettura che tramite il suo protagonista Rosenzweig fa dell’archetipo dell’eroe e del suo viaggio, potenti metafore della vita umana. Nel monologo finale (fatto da un personaggio che è meglio non svelare) capiamo che Zigo non è altro che l’ultima di una lunga fila di incarnazioni dell’eroe. E come ogni eroe egli è protagonista di una storia e il suo compito è raccontare. Il racconto, la base della cultura e l’unico metodo infallibile per superare la nostra mortalità. Raccontare per non morire. Perché come dice il misterioso personaggio “Creare storie è un istinto di sopravvivenza”.

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I Giustizieri della Rete

i giustizieri della rete

Ormai accade con una certa regolarità. Qualcuno, che sia un personaggio pubblico o una persona comune, si macchia di qualche colpa, non importa se un vero e proprio delitto o una leggerezza come una battuta infelice o una foto inopportuna, e subito tutta la rete gli è addosso. Commenti indignati, offese, fotomontaggi sarcastici. Col passare del tempo la sproporzione tra la colpa commessa e la reazione di migliaia di utenti diventa sempre più evidente. Pensavamo di essercela lasciata alle spalle, che ormai fosse un ricordo di epoche incivili, invece eccola qua: la gogna è tornata, stavolta in versione 2.0. L’umiliazione pubblica è di nuovo uno strumento di punizione e controllo sociale.

Ci voleva il talento di un giornalista attento e intraprendente come Jon Ronson per esplorare questo aspetto allo stesso tempo grottesco e inquietante della contemporaneità. Partendo come spesso accade da un’esperienza personale, Ronson cerca con questo I Giustizieri della Rete di capire le cause e le conseguenze di questo fenomeno.
La ricerca di Ronson si muove in due direzioni. Da una parte ci racconta l’impatto che l’umiliazione in rete ha avuto sulle vite di coloro che l’hanno subita. Si va dal divulgatore scientifico Jonah Lehrer “linciato” per aver inventato di sana pianta delle citazioni di Bob Dylan per un suo libro, fino Justine Sacco il cui tweet ironico si Africa e AIDS le è costato il licenziamento.
L’altro campo oggetto di ricerca da parte di Ronson è quello che concerne le motivazioni per le quali troviamo irresistibile umiliare le persone online. Come suo solito Ronson non dà risposte definitive ma si limita suggerire spunti tanto interessanti quanto inquietanti. Su tutti quello a cui arriva dopo una discussione con lo psicologo Philip Zimbardo, la mente dietro il famigerato esperimento carcerario di Standford: spesso e volentieri questi comportamenti sono motivati dalla certezza di chi li mette in atto di fare in qualche modo del bene. Così si spiega perché mentre scandali sessuali come quello di Max Mosley, il boss della Formula 1 pizzicato durante un orgia a tema nazista, non facciano più  notizia, cadute di stile che toccano nervi scoperti della nostra società quali razzismo, sessismo e omofobia diano origini a reazioni estremamente feroci anche se  in parte giustificate.

Più ci si addentra nell’inchiesta di Ronson più si comprende che il nostro rapporto con la vergogna è cambiato. E su questo cambiamento c’è anche chi prova a costruirci sopra un business. È il caso di un azienda in cui Ronson si imbatte nel corso delle sue ricerche, specializzata nel creare finte pagine internet per fare in modo che le notizie imbarazzanti sui loro facoltosi clienti finiscano nelle ultime pagine delle ricerche di Google.

Come tutti i libri di Jon Ronson I Giustizieri della Rete  lascia più domande che risposte. Con il suo stile e leggero e il suo umorismo sottile Ronson esplora un segmento marginale della società per svelare qualcosa che riguarda anche noi “nomali” e apre uno spiraglio sul mondo che ci attende.

Alienween – The Melting Movie

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Con I Rec U Federico Sfascia si è imposto come una delle voci più originali e personali nel panorama del cinema indipendente italiano. In questi tre anni passati dal film d’esordio il vulcanico regista folignate non è stato certo a guardarsi l’ombelico, anzi, ha sfornato pregevoli cortometraggi quali il dittico de Le Notti del Maligno e D.S, quest’ultimo trasmesso addirittura dalla BBC all’interno di un programma dedicato al cinema horror. Così Sfascia ha attirato l’attenzione del veterano dell’horror indipendente italiano Alex Visani che ha deciso di produrgli un film. Il risultato di questo sodalizio è Alienween.

Ernesto e alcuni amici hanno deciso di passare la notte di Halloween all’insegna della baldoria e così hanno organizzato, in un vecchio casolare abbandonato, un party a base di droga e prostitute. I giovani pensano che le loro fidanzate siano all’oscuro di tutto ciò ma si sbagliano: le ragazze hanno pedinato uno di loro e stanno per piombare in casa e rovinargli la festa. Ma una minaccia ancora peggiore delle fidanzate gelose attende i protagonisti. Infatti una pioggia di meteoriti ha portato sulla Terra dei pericolosi parassiti alieni che si impossessano dei corpi umani per poi liquefarli e mutarli dall’interno. Ernesto e i suoi amici dovranno cercare di sopravvivere a tutti i costi.

È chiaro fin da subito che Sfascia conosce alla perfezione i meccanismi, le regole e la storia del cinema horror. Alienween attinge a piene mani dagli ultimi cinquant’anni del genere: c’è la sindrome da assedio e la paura del contagio mutuata direttamente dalla saga dei morti viventi di George A. Romero. C’è la mutazione dei corpi del cinema di Cronenberg e de La Cosa di Carpenter. L’uso della luce mutuato da Mario Bava e da Dario Argento. La comicità splatter/slapstick de La Casa e le meccaniche degli slasher. Ma anche riferimenti meno ovvi come il Lucio Fulci di Zombi 2 e i giochi di sguardi di Storia di Fantasmi Cinesi. Ed è proprio in virtù di questa dimestichezza col genere horror che Sfascia non si limita ad eseguire il compitino e appiccicargli sopra due citazioni. No, Sfascia ribalta stereotipi e sovverte aspettative. Come aveva già fatto con il precedente film, Sfascia contamina l’horror tanto con l’umorismo dissacrante quanto con il melodramma.

Se I Rec U trattava di temi legati grossomodo al periodo dell’adolescenza, quali la ricerca dell’amore e il dolore derivante dall’essere diversi, Alienween ha il suo focus sull’età adulta: i personaggi sono vissuti, si portano dietro un passato di dolori, errori e rimpianti, sono già scesi a compromessi con la vita. Come nei modelli a cui il film si ispira, l’elemento alieno o mostruoso funge da catalizzatore per i conflitti latenti tra i protagonisti, pronti a deflagrare da un momento all’altro. Per questo Alienween è un film più cattivo e più cinico di quanto non lo fosse I Rec U. Sfascia fa oscillare la storia tra il dramma e la comicità nera, anzi, nerissima. Esilaranti sono le morti di alcuni personaggi che subiscono un vero e proprio contrappasso dantesco: fidanzatini possessivi che finiscono fusi in un bolo di carne e bigotte che esplodono dopo un ascesso di lussuria alcuni dei tanti esempi. E in questa pellicola fa capolino un aspetto che in I Rec U era appena accennato, ovvero una forte componente satirica. Nessuno dei nostri miti contemporanei è risparmiato, dall’abuso di smartphone e social network fino alla moltitudine di gangsta rapper, o sedicenti tali, che affollano la scena musicale italiana, passando per il bigottismo strisciante; Alienween offre anche uno spaccato degli aspetti più grotteschi dei nostri tempi.

Con questa pellicola Sfascia sembra aver raggiunto la piena maturità stilistica. Le piccole incertezze che affliggevano alcune parti di I Rec U sono ormai ricordi del passato. Sfascia sa benissimo come manipolare la materia filmica. La narrazione di Alienween è forsennata e velocissima, sostenuta da un montaggio ipercinetico e da una regia che, come già nei suoi lavori precedenti, opta per ardite soluzioni che avvicinano l’estetica del film a quella del cinema d’animazione.
Da I Rec U Sfascia si porta dietro alcuni preziosi collaboratori quali il compositore Alberto Masoni e il deus ex machina degli effetti speciali Marco Camellini che si occupa di dare vita al serraglio di mostri che abita la pellicola. Un plauso particolare va al cast (che di solito è la nota dolente nei film indipendenti). Guglielmo Favilla e Raffaele Ottolenghi hanno una chimica straordinaria e rendono alla perfezione il rapporto di amicizia/odio che lega i loro due personaggi, mentre Giulia Zeetti regala una protagonista femminile di rara intensità. Da non perdere invece è il personaggio interpretato da un altro volto noto dell’indie italiano, Alex Lucchesi, che veste i  panni di un DJ metallaro che ha visto giorni migliori, protagonista di un esilarante sub-plot.

Alienween è un atto d’amore per un tipo di cinema che forse è quasi definitivamente scomparso. Ma sarebbe riduttivo liquidare la produzione di Federico Sfascia ad una mera operazione nostalgica e citazionista. Per chi scrive sotto la scintillante superficie ultrapop vi è un cinema che parla di temi quali la vita, l’amore, la morte. Il cinema di Sfascia scaturisce da un urgenza di raccontare ed è, davvero, ciò di cui mortalmente abbiamo bisogno.

Trailer

Millennium Actress

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In una mattina dell’Agosto del 2010 ci lasciava per sempre Satoshi Kon. Stroncato da un tumore al pancreas che gli era stato diagnosticato in fase terminale soltanto qualche mese prima, il regista si era congedato, con una lettera pubblicata sul suo sito web, usando queste parole “Pieno di gratitudine per tutto ciò che di buono c’è nel mondo, poso la mia penna.” Con la crudele ironia di cui solo la vita è capace proprio in quei mesi uscivano nelle sale due film, Inception di Christopher Nolan e Il Cigno Nero di Darren Aronofsky, i quali attingevano a piene mani dall’immaginario del regista giapponese, sancendone in un certo senso la consacrazione anche presso il pubblico occidentale.
Kon ci ha lasciato quattro lungometraggi e una serie televisiva. Chissà, se gli fosse stato concesso di vivere ancora, quali altre storie ci avrebbe raccontato, quali altri mondi ci avrebbe fatto visitare.
Kon apparteneva alla stessa razza di autori come Mamoru Oshii, Hideaki Anno e Katsuhiro Ōtomo, artisti in grado di mettere in discussione gli stilemi dell’animazione e di cambiarle le regole del gioco. Kon nella sua fulminante carriera ha lasciato un’eredità importante con la quale tutti i futuri autori dovranno confrontarsi.

Una delle su opere più complesse e stratificate, ma anche personali e sentite, è sicuramente Millennium Actress. Realizzato diversi anni dopo il suo primo lungometraggio, Perfect Blue, Millennium Actress è uno strano oggetto che trascende generi e convenzioni.

Gen’ya Tachibana è un regista televisivo con un chiodo fisso, realizzare un intervista alla famosa attrice Chiyoko Fujiwara, stella del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, di cui egli è un ammiratore sfegatato.
Il regista, assieme al suo cameraman, riesce a farsi ricevere dall’attrice nella villa in cui si è ritirata a vivere. Chiyoko inizia a raccontare la sua storia ma presto gli eventi reali si mescolano alle trame dei film in cui ha recitato. A fare da filo conduttore c’è la sua ricerca di un misterioso e giovane pittore di cui si era innamorata da ragazza e una chiave che lui le aveva affidato, la quale era stata smarrita da Chiyoko e che adesso Gen’ya ha riportato all’anziana attrice.

Kon rinuncia sin da subito a qualsiasi pretesa di oggettività della narrazione. La vita si mescola alla finzione e all’arte, Gen’ya e il suo cameramen entrano letteralmente dentro i ricordi/film di Chiyoko, assumendo di volta in volta i ruoli più pertinenti alla situazione. Kon aveva capito perfettamente le potenzialità dell’animazione quando si tratta di raccontare il ricordo, il sogno, la fantasia. Vagando attraverso la memoria dell’attrice si passa di genere in genere, da uno stile grafico all’altro. Il regista svilupperà ulteriormente queste intuizioni nella serie Paranoia Agent e le porterà all’estremo nella sua ultima opera, ovvero Paprika.

Un altro tema che verrà ripreso e approfondito è quello delle identità fluide dei protagonisti. In questo film il pretesto è dato dalla professione di Chiyoko, quella di attrice, che per lavoro deve essere, o meglio fingere di essere, altre persone. La tematica della personalità scissa, proteiforme e liquida tornerà in diversi episodi di Paranoia Agent e nella protagonista dalla doppia personalità del già citato Paprika.

Come tutte le opere migliori il film di Satoshi Kon ha più piani di lettura e quindi più modi di apprezzarlo.
Balza subito agli occhi come questa pellicola sia anche una lettera d’amore all’epoca d’oro del cinema giapponese. Viaggiando tra i film interpretati da Chiyoko, Kon omaggia i grandi del cinema nipponico: Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi, Yasujirō Ozu e perfino Ishirō Honda sono oggetto di un sentito tributo da parte del regista. Del resto gli appassionati del cinema del Sol Levante non faticheranno a notare come la stessa Chiyoko sia modellata sull’attrice Setsuko Hara che ha interpretato numerosi film tra quelli dei registi sopracitati.

Ma forse il tema portante di Millennium Actress è l’amore, per inciso quello platonico, quello che ci perseguita come una maledizione e che si insegue per tutta una vita senza mai realizzarsi e forse proprio per questo più puro e al sicuro dall’inevitabile dolore, dalle delusioni e dalla monotonia. Il motivo che spinge Chiyoko a consacrarsi anima e corpo alla recitazione è il desiderio di incontrare di nuovo il pittore senza nome di cui si era innamorata anni prima. Passerà decenni alla ricerca di segnali e indizi, arrivando a sposare un uomo che non ama pur continuando a sperare che un giorno possa ricongiungersi con il suo vero amore. Ma amore platonico è anche quello di Gen’ya che passa la sua vita ad ammirare Chiyoko, prima sul grande schermo poi da vicino come attrezzista negli studios cinematografici, senza essere mai notato dalla diretta interessata. La battuta con cui si chiude il film sancisce il senso della storia di Chiyoko “Perché dopo tutto è il fatto di inseguirlo ciò che amo davvero.

Parte melodramma, parte omaggio cinefilo, Millennium Actress dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’animazione ha la stessa dignità del cinema convenzionale e anzi, sotto certi aspetti è pure avvantaggiata quando si tratta di guardare alla realtà da angolazioni che non siano quelle ortodosse. Un film che si gusta tanto con la testa quanto con il cuore.

 

Ai Confini della Fandonia

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Penso che i Krakatoa abbiano la capacità di spaccare il pubblico come poche altre cose. Se siete persone a modo, equilibrate e con una vita sociale e affettiva soddisfacente probabilmente vedrete nelle loro opere il lavoro di simpatici cazzoni che imbrattano pagine e schermi con fantasie contrarie al comune buon gusto e ad ogni canone estetico accettato. Se invece, come me, siete gente che vede poesia nei mostri in stop motion, per le quali le secchiate di sangue finto sono il naturale culmine di una gag comica, per cui l’universo è crudele e tanto vale riderci sopra, sicuramente vedrete nei Krakatoa un gruppo di eroici iconoclasti, un nucleo di resistenza contro l’omologazione dell’immaginario. Probabilmente entrambe le visioni sono in qualche modo valide, ma se propendete per la seconda fossi in voi inizierei a preoccuparmi.

Attivi dal 1997 i Krakatoa ( che si autodefiniscono “il boato nella psiche fragile del cineamatore”) si dividono tra fumetti e cinema, facendo dell’autoproduzione e della scarsità di mezzi un tratto distintivo, trasformando quelli che per altri sarebbero limiti in in una vera e propria scelta estetica. Sul versante fumettistico non si può non citare il loro Carogne , una cattivissima storia a base di zombi e serate alcoliche, che contiene tutti gli elementi della loro poetica: l’immaginario horror e fantascientifico, l’umorismo che oscilla tra il grottesco e lo scurrile, una sorta di bizzarro ibrido tra i Monty Python e i filmacci della Troma.

Ai Confini della Fandonia: L’uomo che flagellò l’intelletto contiene tutti gli ingredienti sopracitati. Protagonista della storia è un giovane studente universitario che nonostante i suoi sforzi non riesce a superare alcun esame. Il ragazzo è frustrato e ritiene colpevoli della sua situazione tutti i grandi pensatori di cui è costretto a studiare le opere. L’occasione per vendicarsi arriverà quando il giovane entrerà in possesso di una Lavatrice del Tempo. Grazie al prodigioso ordigno , il ragazzo inizierà a viaggiare nel tempo per eliminare gli odiati pensatori. Dopo la mattanza di poeti, filosofi e scienziati, il nostro eroe torna nel presente per scoprire che ha ridotto il mondo ad una landa dominata da violenza e brutalità. E questo è solo l’inizio delle sue disavventure.

Il film dei Krakatoa non tenta neanche per un attimo di assomigliare al cinema “serio”, sia nella messa in scena che nella struttura narrativa, ed è proprio questo il suo pregio più grande. I Krakatoa lanciano lo spettatore in una corsa sfrenata in cui si susseguono a velocità impressionante decine e decine di trovate, in cui si salta da un genere all’altro senza apparente soluzione di continuità. Dentro c’è di tutto: comicità demenziale, mostri, post-apocalisse e splatter, quasi troppa roba per soli sessanta minuti.   Nonostante la povertà di mezzi e l’atmosfera caciarona che si respira lungo tutta la pellicola, la regia Dagoberto Brasile è attenta e ricca di soluzioni interessanti.

Come avrete intuito, Ai Confini della Fandonia non è un film per tutti i palati, anzi forse i palati in grado di apprezzarlo sono davvero una nicchia ristretta. Se amate un certo tipo di immaginario,se non potete fare a meno di vedere quel genere di filmacci a cui i Krakatoa fanno un sentito omaggio con questo film, allora potreste essere il pubblico ideale per Ai Confini della Fandonia. Un cinema estremo, anarchico, eccessivo, ma di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Soliloquio: Emmerich, l’Ejzenštejn dell’americanata

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Mi è capitata sotto gli occhi la notizia dell’imminente uscita di Stonewall, film dedicato alla famosa rivolta di Stonewall appunto, accaduta la notte del 27 Giugno 1969, vicenda che ha segnato un punto di svolta nella lotta per diritti delle persone LGBT. Mi ha lasciato perplesso scoprire che alla regia c’è Roland Emmerich. Si chiaro, sono certo che il vecchio Roland (gay e attivista LGBT lui stesso) si sia imbarcato in quest’impresa con le migliori intenzioni, ma faccio fatica a immaginare come la poetica catastrofica a cui ci ha abituato per più di vent’anni possa servire a raccontare temi così delicati.
Parlare di Roland Emmerich e dei suoi film mi riporta inevitabilmente alla mia infanzia. Chiunque sia cresciuto negli anni Novanta avrà almeno visto uno dei suoi film al cinema. Io e i miei amici delle elementari aspettavamo con ansia l’annuale replica di Stargate o Indipendence Day per poi discuterne a colazione nel corridoio della scuola “Hai visto quando disintegrano New York?” “E la scena in cui esplode l’astronave madre?”
Assieme a Jurassic Park, Indiana Jones e Rambo i film del tedesco (anche se non sapevamo fossero suoi, visto che pensavamo che tutti i film del mondo fossero girati da Steven Spielberg) formavano una sorta di bizzarro canone cinematografico degli ottenni.
Insomma, col tempo sono arrivato ad accettare che Emmerich ha formato una parte, anche se piccola del mio immaginario.

 
Ma sgombriamo subito il campo da equivoci: non è mia intenzione rivalutare i film di Emmerich o elevarli ad un qualche status di “cult”. Non sono uno di quegli sciagurati che mitizzano tutto ciò che appartiene alla loro infanzia o adolescenza. Mi interessa più che altro rivedere, spesso a distanza di anni, cose che un tempo mi avevano colpito. Fa un effetto strano, anche perchè l’alone magico che questi film avevano un tempo se ne è ormai andato.
Il mio primo incontro con il buon Emmerich fu con Stargate. Lo vidi in televsione e lo registrai, consumando il nastro della VHS negli anni seguenti. Essendo all’epoca io un bambino affascinato dall’Antico Egitto e appassionato di fantascienza, questo film non sfondava una ma ben due porte aperte, mescolando le due cose in una trama che sembra uscita da un libro di Peter Kolosimo.
Breve riassunto della storia per quei due che non l’hanno visto: il dottor Daniel Jackson, studioso emarginato dalla comunità scientifica per via delle sue teorie bizzarre, viene arruolato in un progetto segreto volto a decifrare alcuni geroglifici che nascondono il modo di far funzionare uno strano artefatto trovato in Egitto decenni prima. Jackson, grazie alla sua conoscenza dell’egiziano antico ci riesce e si scopre che l’artefatto è una porta per un mondo alieno. Viene inviata un gruppo di militari con Jackson al seguito che scoprono un pianeta abitato da umani, molto simile per cultura e ambiente all’antico Egitto. Non fanno in tempo ad ambientarsi che ecco arrivare, con la sua astronave a forma di piramide, il despota alieno che controlla il pianeta e contro cui i protagonisti dovranno scontrarsi.
Rivisto oggi il film brilla per un buon cast che annovera James Spader, Kurt Russell (che ha la battuta migliore del film “Porta i miei saluti a Tutankhamon, stronzo!“) e Jaye Davison, quello de La Moglie del Soldato, qui alla sua ultima interpretazione prima dell’addio alle scene. Come tutti i film di Emmerich, Stargate mette a dura prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore. ll peggio però e la schematicità, la dicotomia assoluta sui cui pone tutto il film, con i soldati americani buoni da una parte e i tiranni extraterrestri (ma leggasi mediorientali) dall’altra e il popolo oppresso in mezzo che aspetta il salvatore, incarnato dal biondo personaggio di James Spader. A otto anni non ci fai caso, ma oggi, complice anche una sensibilità del cinema in generale che è cambiata, tutto ciò fa un po’ sorridere. Ma non è ancora niente in confronto ad Indipendence Day.

 
Visto per la prima volta in una VHS noleggiata da Blockbuster (RIP), Indipendence Day può ambire al titolo di filmone patriottico/propagandistico per eccellenza, forse solo Armageddon di Micheal Bay può competerci. Entrambi i film vedono la Terra minacciata dallo spazio, entrambi ci dicono che il mondo si può salvare solo accettando la leadership americana. Il canovaccio di Indipendence Day è di una semplicità disarmante. Gli alieni attaccano la Terra, accanendosi sulle principali capitali mondiali. Le forze armate terrestri vengono spazzate via, mentre i civili cercano di salvarsi come possono. Seguiamo le vicende di varie persone, tra cui il presidente degli Stati Uniti, un ricercatore del SETI e un pilota di caccia.
Il film di Emmerich ricicla idee, a partire dalle navi aliene sopra le città come nella serie Visitors e attinge nel finale dal classico La Guerra dei Mondi con un virus che stavolta è informatico.
Forte di un budget più alto, Emmerich da sfogo alla sua passione per la distruzione urbana, che diventerà un marchio di fabbrica nei suoi lavori successivi.
Visto che siamo in pieni anni Novanta e X-Files impazza in TV, non può mancare una puntata nella famigerata Area 51, dove tra alieni in salamoia e navette schiantate si prepara il contrattacco terrestre. Questa fu la scena che colpì di più la mia immaginazione di bambino. Questa e quella che viene subito dopo, con l’autopsia del pilota alieno che finisce nel peggior modo possibile. In mezzo c’è Will Smith, che all’epoca aveva appena smesso i panni del principe di Bel Air, che stende a cazzotti un extraterrestre e un rapito dagli alieni che vuole vendicarsi dei suoi aguzzini spaziali. Il tutto culmina in un tripudio di patriottismo e retorica che darebbe fastidio anche a John Milius, con il presidente degli Stati Uniti che guida l’attacco alla nave madre aliena giusto in tempo per il quattro luglio. Tutto finisce con l’auspicio di una nuova concordia tra i popoli per far fronte alla nuova minaccia dallo spazio.
Anche per questo film Emmerich ha potuto fare affidamente su un cast di prim’ordine, tra cui Jeff Goldblum che dopo La Mosca e Jurassic Park torna a fare la parte dello scienziato eccentrico.

 
Il 1998 è l’anno del remake americano di Godzilla ma è anche l’anno in cui il mio rapporto con Emmerich inizia ad incrinarsi. Il mostro che distrugge New York nel film infatti condivide con il suo omologo giapponese solo il nome. Il film mi piacque anche ma mi aspettavo di trovarci quel fantasmagorico mondo presente nei film nipponici (e di cui i bambini più grandi che li avevano visti, si bullavano con me). Il Godzilla di Emmerich non spara raggi atomici, non è un dinosauro mutato. Perdipiù, per non urtare il pubblico a stelle e strisce, non sono più le bombe H americane ad aver mutato il rettile, bensì quelle francesi, e con questa scusa nel film viene infilato Jean Renò. Riguardandolo adesso è palese come Emmerich tenti in tutti i modi di flettere i muscoli in vista del confronto con i due Jurassic Park di Spielberg: questo è palese nella scena finale dove assistiamo alla schiusa delle uova di Godzilla, dalle quali escono animalacci fin troppo memori dei Velociraptor del dittico giurassico.

 
Il “divorzio” definitivo tra me ed Emmerich avviene nel 2004. L’occasione è la visione in sala di The Day After Tomorrow. In quell’anno, non solo entro anagraficamente nella mia adolescenza, ma cosa molto più importante inizio ad esploarare il cinema nella sua interezza, uscendo dal seminato del mainstream. Un ruolo importante lo gioca internet, i forum e i siti mi fanno scoprire nuovi film e autori, i programmi P2P mi permettono di procurarmi un sacco di titoli altrimenti irrecuperabili. Nomi come Carpenter, Cronenberg e Romero sono i miei nuovi fari. E quindi guardo con cun po’ di spocchia ciò che m piaceva da piccolo. Il film in sè non aiuta. Stavolta la minaccia è quella di una nuova era glaciale. Niente di che, ricordo poco del film.

 
Sono passati anni. Emmerich ha intanto diretto 2012 per poi passare ad Anonymous. Io, passata la mia convulsa adolescenza cinefila, sono molto più clemente con il cinema mainstream in generale. Presto uscirà Indipendence Day: Resurgence, a vent’anni esatti dal primo capitolo. I miei doveri di cinefilo mi imporrebbero di snobbarlo ma questi propositi sono come quelli degli alcolizzati. Nel profondo so che mi fionderò alla prima poiezione economica e mentre aspetterò che si faccia buio in sala, spererò che almeno per due orette io possa tornare quel bambino di otto anni con gli occhi sbarrati per la meraviglia.

Soliloquio: Che fine ha fatto l’Avventura?

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Oggi inauguro una nuova rubrica chiamata Soliloqui. Per capire in breve di cosa si tratta spiegherò i motivi che mi hanno spinto a crearla. Il primo riguarda nello specifico quella che potremmo chiamare in maniera un po’ roboante, “l’ispirazione”. Negli ultimi tempi mi si sono accavallate nella testa molte riflessioni, molti spunti che difficilemente potrebbero essere inseriti nel format della recensione o dell’approfondimento. Ciò e il fatto di essere in molti casi slegati da un film, un fumetto o un libro in particolare mi ha fatto optare per creare questo nuovo spazio.
Il secondo motivo è prettamente pragmatico. Negli ultimi mesi, causa studio, ho avuto e continuo ad avere davvero poco tempo per leggere e guardare film. Mi manca la calma per metabolizzarli e scriverne come vorrei. Questo lo rimando a tempi migliori.
Questi soliloqui saranno riflessioni in libertà su argomenti più o meno legati a questo blog. Saranno scritti molto di getto e mi scuso in anticipo per eventuali imprecisioni.
Spero anche che generino anche un po’ di dibattito su queste pagine.

L’argomento di oggi mi è stato suggerito da due eventi totalmente indipendenti tra loro. Il primo è stato leggere la notizia che Steven Spielberg sta progettando un quinto capitolo della saga di Indiana Jones, sempre con Harrison Ford come protagonista.
L’altro evento è stato vedere che qualcuno aveva postato su Facebook la sigla del mitico cartone animato DuckTales.
Questi due avvenimenti, che hanno provocato in me una forte nostalgia, mi hanno fatto realizzare come l’avventura sia, da quindici anni a questa parte, svanita dal nostro immaginario.

Luoghi esotici e lontani, giungle impenetrabili e deserti ostili, città perdute colme di tesori e di letali pericoli: grazie a DuckTales e alla coeva serie animata Le avventure di Tin Tin ebbi durante l’infanzia il mio primo assaggio di questo tipo di narrazioni che esercitarono su di me un fascino magnetico, secondo solo a quello della fantascienza. I film di Spielberg completarono l’opera instillando in me una fascinazione per l’archeologia che continua anche oggi.
Tuttavia da almeno venti-quindici anni l’avventura sembra essere sparita da libri, fumetti, film e videogiochi. Certo ci sono stati tentativi isolati di rivitalizzare il genere. Il fracassone La Mummia di Stephen Sommers, i due National Treasure con Nicholas Cage che hanno cercato di instillare nel genere suggestioni alla Dan Brown. Sul versante videogiochi dicono in giro essere molto bella la serie di Uncharted. Ah, e poi, anche se lo vorremmo tutti dimenticare, c’è stato Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo. Questo e poco altro.
Ma cosa ha portato a questo declinio? Penso che si tratti di una questione culturale e azzardo due ipotesi che sono in un certo senso complementari.
La prima è legata ai cambiamenti culturali che hanno investito la società occidentale con l’avvento della Guerra al Terrore e a cui il cinema (americano ovviamente) si è dovuto adeguare.

 
Da quindici anni il cinema popolare americano è preda di una retorica bellicista, in cui il discorso finisce sempre per ruotare attorno allo scontro tra due mondi, tra l’ordine il disordine. Basti pensare alla trilogia di Batman di Nolan o ai nuovi Star Trek. Fantascienza, azione e supereroi sono generi che si prestano perfettamente a tale retorica, mentre l’avventura, in cui il focus è spostato sul mistero e sulla meraviglia della scoperta piuttosto che sul conflitto tra due fazioni, si rivela inadatta.
In più l’avventura titilla spesso (ma non sempre visto che talvolta non mancano sottotesti xenofobi) la curiosità e il fascino per mondi e genti “altre”, mentre nella narrazione imperante il nemico deve essere sempre esterno alla società che minaccia e incinciliabile con i valori di cui essa si fa portatrice.

 
Senza voler far per forza i sociologi della domenica bisogna anche considerare che il motivo potrebbe essere molto più banale: la nostra percezione del mondo è cambiata.
I libri che hanno definito il genere come lo conosciamo noi, ad esempio Le Miniere di Re Salomone o i romanzi di Emilio Salgari sono usciti a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’epoca delle ultime grandi esplorazioni, l’epoca in cui a livello popolare si iniziava ad avere coscienza di mondi altri come l’Africa, l’Asia e il Sud America, ma che, a meno di non svolgere specifiche professioni, era assai difficile visitare di persona. A colmare questo vuoto interveniva la fantasia dei romanzieri popolari, che spesso ne scrivevano senza essersi mai mossi da casa. Oggi certe mete, se non alla portata di tutti, sono molto più accessbili e la globalizzazione che avanza ce ne consegna un immagine decisamente più disincantata. Del resto doveva essere un problema avvertito anche tempo fa se Spielberg decise di ambientare le avventure del suo Indiana Jones negli anni Trenta.

 
L’avventura tornerà alla ribalta prima o poi? Chissà. Quello di cui sono convinto è che difficilmente i generi muiono. Al limite vanno in letargo in attesa di autori che con le idee giuste sappiano rinvigorirli e portarli a nuova vita.