Alienween – The Melting Movie

alienween

Con I Rec U Federico Sfascia si è imposto come una delle voci più originali e personali nel panorama del cinema indipendente italiano. In questi tre anni passati dal film d’esordio il vulcanico regista folignate non è stato certo a guardarsi l’ombelico, anzi, ha sfornato pregevoli cortometraggi quali il dittico de Le Notti del Maligno e D.S, quest’ultimo trasmesso addirittura dalla BBC all’interno di un programma dedicato al cinema horror. Così Sfascia ha attirato l’attenzione del veterano dell’horror indipendente italiano Alex Visani che ha deciso di produrgli un film. Il risultato di questo sodalizio è Alienween.

Ernesto e alcuni amici hanno deciso di passare la notte di Halloween all’insegna della baldoria e così hanno organizzato, in un vecchio casolare abbandonato, un party a base di droga e prostitute. I giovani pensano che le loro fidanzate siano all’oscuro di tutto ciò ma si sbagliano: le ragazze hanno pedinato uno di loro e stanno per piombare in casa e rovinargli la festa. Ma una minaccia ancora peggiore delle fidanzate gelose attende i protagonisti. Infatti una pioggia di meteoriti ha portato sulla Terra dei pericolosi parassiti alieni che si impossessano dei corpi umani per poi liquefarli e mutarli dall’interno. Ernesto e i suoi amici dovranno cercare di sopravvivere a tutti i costi.

È chiaro fin da subito che Sfascia conosce alla perfezione i meccanismi, le regole e la storia del cinema horror. Alienween attinge a piene mani dagli ultimi cinquant’anni del genere: c’è la sindrome da assedio e la paura del contagio mutuata direttamente dalla saga dei morti viventi di George A. Romero. C’è la mutazione dei corpi del cinema di Cronenberg e de La Cosa di Carpenter. L’uso della luce mutuato da Mario Bava e da Dario Argento. La comicità splatter/slapstick de La Casa e le meccaniche degli slasher. Ma anche riferimenti meno ovvi come il Lucio Fulci di Zombi 2 e i giochi di sguardi di Storia di Fantasmi Cinesi. Ed è proprio in virtù di questa dimestichezza col genere horror che Sfascia non si limita ad eseguire il compitino e appiccicargli sopra due citazioni. No, Sfascia ribalta stereotipi e sovverte aspettative. Come aveva già fatto con il precedente film, Sfascia contamina l’horror tanto con l’umorismo dissacrante quanto con il melodramma.

Se I Rec U trattava di temi legati grossomodo al periodo dell’adolescenza, quali la ricerca dell’amore e il dolore derivante dall’essere diversi, Alienween ha il suo focus sull’età adulta: i personaggi sono vissuti, si portano dietro un passato di dolori, errori e rimpianti, sono già scesi a compromessi con la vita. Come nei modelli a cui il film si ispira, l’elemento alieno o mostruoso funge da catalizzatore per i conflitti latenti tra i protagonisti, pronti a deflagrare da un momento all’altro. Per questo Alienween è un film più cattivo e più cinico di quanto non lo fosse I Rec U. Sfascia fa oscillare la storia tra il dramma e la comicità nera, anzi, nerissima. Esilaranti sono le morti di alcuni personaggi che subiscono un vero e proprio contrappasso dantesco: fidanzatini possessivi che finiscono fusi in un bolo di carne e bigotte che esplodono dopo un ascesso di lussuria alcuni dei tanti esempi. E in questa pellicola fa capolino un aspetto che in I Rec U era appena accennato, ovvero una forte componente satirica. Nessuno dei nostri miti contemporanei è risparmiato, dall’abuso di smartphone e social network fino alla moltitudine di gangsta rapper, o sedicenti tali, che affollano la scena musicale italiana, passando per il bigottismo strisciante; Alienween offre anche uno spaccato degli aspetti più grotteschi dei nostri tempi.

Con questa pellicola Sfascia sembra aver raggiunto la piena maturità stilistica. Le piccole incertezze che affliggevano alcune parti di I Rec U sono ormai ricordi del passato. Sfascia sa benissimo come manipolare la materia filmica. La narrazione di Alienween è forsennata e velocissima, sostenuta da un montaggio ipercinetico e da una regia che, come già nei suoi lavori precedenti, opta per ardite soluzioni che avvicinano l’estetica del film a quella del cinema d’animazione.
Da I Rec U Sfascia si porta dietro alcuni preziosi collaboratori quali il compositore Alberto Masoni e il deus ex machina degli effetti speciali Marco Camellini che si occupa di dare vita al serraglio di mostri che abita la pellicola. Un plauso particolare va al cast (che di solito è la nota dolente nei film indipendenti). Guglielmo Favilla e Raffaele Ottolenghi hanno una chimica straordinaria e rendono alla perfezione il rapporto di amicizia/odio che lega i loro due personaggi, mentre Giulia Zeetti regala una protagonista femminile di rara intensità. Da non perdere invece è il personaggio interpretato da un altro volto noto dell’indie italiano, Alex Lucchesi, che veste i  panni di un DJ metallaro che ha visto giorni migliori, protagonista di un esilarante sub-plot.

Alienween è un atto d’amore per un tipo di cinema che forse è quasi definitivamente scomparso. Ma sarebbe riduttivo liquidare la produzione di Federico Sfascia ad una mera operazione nostalgica e citazionista. Per chi scrive sotto la scintillante superficie ultrapop vi è un cinema che parla di temi quali la vita, l’amore, la morte. Il cinema di Sfascia scaturisce da un urgenza di raccontare ed è, davvero, ciò di cui mortalmente abbiamo bisogno.

Trailer

Annunci

Millennium Actress

Millennium_Actress_005

In una mattina dell’Agosto del 2010 ci lasciava per sempre Satoshi Kon. Stroncato da un tumore al pancreas che gli era stato diagnosticato in fase terminale soltanto qualche mese prima, il regista si era congedato, con una lettera pubblicata sul suo sito web, usando queste parole “Pieno di gratitudine per tutto ciò che di buono c’è nel mondo, poso la mia penna.” Con la crudele ironia di cui solo la vita è capace proprio in quei mesi uscivano nelle sale due film, Inception di Christopher Nolan e Il Cigno Nero di Darren Aronofsky, i quali attingevano a piene mani dall’immaginario del regista giapponese, sancendone in un certo senso la consacrazione anche presso il pubblico occidentale.
Kon ci ha lasciato quattro lungometraggi e una serie televisiva. Chissà, se gli fosse stato concesso di vivere ancora, quali altre storie ci avrebbe raccontato, quali altri mondi ci avrebbe fatto visitare.
Kon apparteneva alla stessa razza di autori come Mamoru Oshii, Hideaki Anno e Katsuhiro Ōtomo, artisti in grado di mettere in discussione gli stilemi dell’animazione e di cambiarle le regole del gioco. Kon nella sua fulminante carriera ha lasciato un’eredità importante con la quale tutti i futuri autori dovranno confrontarsi.

Una delle su opere più complesse e stratificate, ma anche personali e sentite, è sicuramente Millennium Actress. Realizzato diversi anni dopo il suo primo lungometraggio, Perfect Blue, Millennium Actress è uno strano oggetto che trascende generi e convenzioni.

Gen’ya Tachibana è un regista televisivo con un chiodo fisso, realizzare un intervista alla famosa attrice Chiyoko Fujiwara, stella del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, di cui egli è un ammiratore sfegatato.
Il regista, assieme al suo cameraman, riesce a farsi ricevere dall’attrice nella villa in cui si è ritirata a vivere. Chiyoko inizia a raccontare la sua storia ma presto gli eventi reali si mescolano alle trame dei film in cui ha recitato. A fare da filo conduttore c’è la sua ricerca di un misterioso e giovane pittore di cui si era innamorata da ragazza e una chiave che lui le aveva affidato, la quale era stata smarrita da Chiyoko e che adesso Gen’ya ha riportato all’anziana attrice.

Kon rinuncia sin da subito a qualsiasi pretesa di oggettività della narrazione. La vita si mescola alla finzione e all’arte, Gen’ya e il suo cameramen entrano letteralmente dentro i ricordi/film di Chiyoko, assumendo di volta in volta i ruoli più pertinenti alla situazione. Kon aveva capito perfettamente le potenzialità dell’animazione quando si tratta di raccontare il ricordo, il sogno, la fantasia. Vagando attraverso la memoria dell’attrice si passa di genere in genere, da uno stile grafico all’altro. Il regista svilupperà ulteriormente queste intuizioni nella serie Paranoia Agent e le porterà all’estremo nella sua ultima opera, ovvero Paprika.

Un altro tema che verrà ripreso e approfondito è quello delle identità fluide dei protagonisti. In questo film il pretesto è dato dalla professione di Chiyoko, quella di attrice, che per lavoro deve essere, o meglio fingere di essere, altre persone. La tematica della personalità scissa, proteiforme e liquida tornerà in diversi episodi di Paranoia Agent e nella protagonista dalla doppia personalità del già citato Paprika.

Come tutte le opere migliori il film di Satoshi Kon ha più piani di lettura e quindi più modi di apprezzarlo.
Balza subito agli occhi come questa pellicola sia anche una lettera d’amore all’epoca d’oro del cinema giapponese. Viaggiando tra i film interpretati da Chiyoko, Kon omaggia i grandi del cinema nipponico: Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi, Yasujirō Ozu e perfino Ishirō Honda sono oggetto di un sentito tributo da parte del regista. Del resto gli appassionati del cinema del Sol Levante non faticheranno a notare come la stessa Chiyoko sia modellata sull’attrice Setsuko Hara che ha interpretato numerosi film tra quelli dei registi sopracitati.

Ma forse il tema portante di Millennium Actress è l’amore, per inciso quello platonico, quello che ci perseguita come una maledizione e che si insegue per tutta una vita senza mai realizzarsi e forse proprio per questo più puro e al sicuro dall’inevitabile dolore, dalle delusioni e dalla monotonia. Il motivo che spinge Chiyoko a consacrarsi anima e corpo alla recitazione è il desiderio di incontrare di nuovo il pittore senza nome di cui si era innamorata anni prima. Passerà decenni alla ricerca di segnali e indizi, arrivando a sposare un uomo che non ama pur continuando a sperare che un giorno possa ricongiungersi con il suo vero amore. Ma amore platonico è anche quello di Gen’ya che passa la sua vita ad ammirare Chiyoko, prima sul grande schermo poi da vicino come attrezzista negli studios cinematografici, senza essere mai notato dalla diretta interessata. La battuta con cui si chiude il film sancisce il senso della storia di Chiyoko “Perché dopo tutto è il fatto di inseguirlo ciò che amo davvero.

Parte melodramma, parte omaggio cinefilo, Millennium Actress dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’animazione ha la stessa dignità del cinema convenzionale e anzi, sotto certi aspetti è pure avvantaggiata quando si tratta di guardare alla realtà da angolazioni che non siano quelle ortodosse. Un film che si gusta tanto con la testa quanto con il cuore.

 

Ai Confini della Fandonia

logo

Penso che i Krakatoa abbiano la capacità di spaccare il pubblico come poche altre cose. Se siete persone a modo, equilibrate e con una vita sociale e affettiva soddisfacente probabilmente vedrete nelle loro opere il lavoro di simpatici cazzoni che imbrattano pagine e schermi con fantasie contrarie al comune buon gusto e ad ogni canone estetico accettato. Se invece, come me, siete gente che vede poesia nei mostri in stop motion, per le quali le secchiate di sangue finto sono il naturale culmine di una gag comica, per cui l’universo è crudele e tanto vale riderci sopra, sicuramente vedrete nei Krakatoa un gruppo di eroici iconoclasti, un nucleo di resistenza contro l’omologazione dell’immaginario. Probabilmente entrambe le visioni sono in qualche modo valide, ma se propendete per la seconda fossi in voi inizierei a preoccuparmi.

Attivi dal 1997 i Krakatoa ( che si autodefiniscono “il boato nella psiche fragile del cineamatore”) si dividono tra fumetti e cinema, facendo dell’autoproduzione e della scarsità di mezzi un tratto distintivo, trasformando quelli che per altri sarebbero limiti in in una vera e propria scelta estetica. Sul versante fumettistico non si può non citare il loro Carogne , una cattivissima storia a base di zombi e serate alcoliche, che contiene tutti gli elementi della loro poetica: l’immaginario horror e fantascientifico, l’umorismo che oscilla tra il grottesco e lo scurrile, una sorta di bizzarro ibrido tra i Monty Python e i filmacci della Troma.

Ai Confini della Fandonia: L’uomo che flagellò l’intelletto contiene tutti gli ingredienti sopracitati. Protagonista della storia è un giovane studente universitario che nonostante i suoi sforzi non riesce a superare alcun esame. Il ragazzo è frustrato e ritiene colpevoli della sua situazione tutti i grandi pensatori di cui è costretto a studiare le opere. L’occasione per vendicarsi arriverà quando il giovane entrerà in possesso di una Lavatrice del Tempo. Grazie al prodigioso ordigno , il ragazzo inizierà a viaggiare nel tempo per eliminare gli odiati pensatori. Dopo la mattanza di poeti, filosofi e scienziati, il nostro eroe torna nel presente per scoprire che ha ridotto il mondo ad una landa dominata da violenza e brutalità. E questo è solo l’inizio delle sue disavventure.

Il film dei Krakatoa non tenta neanche per un attimo di assomigliare al cinema “serio”, sia nella messa in scena che nella struttura narrativa, ed è proprio questo il suo pregio più grande. I Krakatoa lanciano lo spettatore in una corsa sfrenata in cui si susseguono a velocità impressionante decine e decine di trovate, in cui si salta da un genere all’altro senza apparente soluzione di continuità. Dentro c’è di tutto: comicità demenziale, mostri, post-apocalisse e splatter, quasi troppa roba per soli sessanta minuti.   Nonostante la povertà di mezzi e l’atmosfera caciarona che si respira lungo tutta la pellicola, la regia Dagoberto Brasile è attenta e ricca di soluzioni interessanti.

Come avrete intuito, Ai Confini della Fandonia non è un film per tutti i palati, anzi forse i palati in grado di apprezzarlo sono davvero una nicchia ristretta. Se amate un certo tipo di immaginario,se non potete fare a meno di vedere quel genere di filmacci a cui i Krakatoa fanno un sentito omaggio con questo film, allora potreste essere il pubblico ideale per Ai Confini della Fandonia. Un cinema estremo, anarchico, eccessivo, ma di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Teosofia

teosofia

Teosofia parte da una constatazione difficilmente contestabile, ovvero che le nostre interazioni sociali sono sempre più mediate dai mezzi di comunicazione: un processo partito con la diffusione capillare dei cellulari e culminato con l’odierna onnipresenza dei social network. Sms, e-mail, chat, foto e video: volenti o nolenti le nostre interazioni vengono registrate e memorizzate, e se potessimo avere accesso illimitato alle memorie di cellulari e PC potremmo ricostruire senza problemi, le vicende umane di chi ha comunicato tramite questi mezzi: è proprio questa opera di “archeologia digitale” l’idea alla base di Teosofia.

Tutto nasce da un incontro in chat tra quelli che all’inizio sono solo due nickname senza volto, dietro cui a poco a poco, conversazione dopo conversazione, emergono i due protagonisti. Da una parte c’è Teo, trentenne intrappolato in una vita monotona e priva di soddisfazioni, dall’altra Sofia studentessa universitaria, ricca, fancazzista e complessata. Entrambi sono alla ricerca di un avventura, di una distrazione, ma il loro rapporto (complice la libertà offerta dal quel limbo virtuale che è la chat) si fa di volta in volta più intimo e non passa troppo tempo che i due decidono di incontrarsi. L’occasione è data da una festa esclusiva organizzata da MasterJoe, un amico di Sofia. Ma la realtà si rivela presto più complessa, e situazioni paradossali, equivoci e gelosia metteranno a dura prova i due.

Il mediometraggio di Michele Vaccari e Lucio Basadonne ( che si firmano Nemo e Joe Menarca) dopo aver vinto il premio del pubblico al Tentacoli Film Festival, è stato distribuito gratuitamente in rete a partire dal 2007 per circa due anni, diventando in breve tempo un piccolo caso (si stima abbia avuto oltre 20.000 download).

Teosofia utilizza un linguaggio perfettamente coerente con ciò che racconta. Vaccari e Bosadonne scelgono di narrare le peripezie dei due protagonisti solo ed esclusivamente tramite i media attraverso cui si evolve la loro relazione, dal primo approccio su un programma di chat stile MSN, per poi passare alle webcam e gli sms, per poi finire a spiare il loro primo incontro fisico attraverso l’occhio delle videocamere digitali e delle telecamere a circuito chiuso. Le uniche concessioni al linguaggio cinematografico classico sono date dal montaggio e dalla colonna sonora. Certo, generi come il mockumentary o il found footage sono stati sdoganati da tempo anche nel cinema mainstream, ma Vaccari e Basadonne hanno l’intelligenza di rileggerli alla luce della rete e dei mutamenti di costume che essa ha portato. Si tratta di un idea forte ed efficace per diversi motivi. Questa scelta permette di mettere in scena una storia molto più densa di quella che i quaranta minuti scarsi di durata (e i 600 euro di budget) avrebbero permesso in un film “normale”, la natura frammentaria, frenetica del racconto bombarda lo spettatore di informazioni frammentarie, incomplete, provenienti dalle fonti più disparate, che permettono però di farsi un quadro complessivo della vicenda e delle vite dei personaggi (si, proprio come accade in rete). Ma il maggiore punto di forza di questa modalità di narrazione risiede nella forte risposta emotiva che essa suscita nello spettatore, una reazione dettata, mi viene da pensare, dall’ormai istintiva associazione tra ripresa amatoriale e realtà.

Partendo da queste premesse sarebbe stato fin troppo facile imboccare la strada del film sperimentale intellettualoide, completamente assorto nella sua sperimentazione sul linguaggio. Per fortuna Vaccari e Basadonne decidono di raccontare una storia e di raccontarla a modo loro. I due protagonisti (interpretati magnificamente da Fabrizio Levrero e Marta Antonucci) sono persone normali, forse pure mediocri, che incappano, a loro spese, in qualcosa di più profondo che una banale scopata, ma sono destinati a capirlo troppo tardi, quando la situazione è ormai sfuggita al loro controllo. I due registi non hanno pietà per i loro protagonisti , li gettano in una storia intrisa di cinismo e cattiveria (una volta tanto genuina), circondandoli di personaggi ambigui e disgustosi. Si ride di gusto per la prima metà del film, ma poi ci si addentra in un territorio più inquietante, che crea nello spettatore un disagio palpabile. Di fronte a questo paesaggio desolante (seppur distorto dalle lenti del grottesco) Vaccari e Basadonne non sputano sentenze o giudizi, salvando così Teosofia dall’ossessione per il messaggio (leggasi “moraletta facile facile”) che ammorba il cinema italiano degli ultimi anni.

Come forse avrete già intuiti dalla recensione, Teosofia non è un film per tutti, sia per i contenuti “forti” (su cui a tratti si sofferma in maniera fin troppo compiaciuta) sia per il suo linguaggio atipico, ma merita sicuramente la visione, essendo l’ennesima dimostrazione della vitalità che si agita nei recessi del sottobosco indipendente italiano.

Il film è disponibile gratuitamente sul canale ufficiale Vimeo del film. QUI.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

La Banda del Brasiliano

bandadelbrasiliano

Che piaccia o meno è innegabile che molti giovani filmaker guardino al vecchio cinema di genere italiano come ad una fonte di ispirazione. Gli horror truculenti e caserecci di Lucio Fulci e Joe d’Amato, i poliziotteschi di Umberto Lenzi e Fernando Di Leo sono divenuti punti saldi nell’immaginario di questa nuova generazione di registi indipendenti. Si potrebbe liquidare il fenomeno come un infatuazione modaiola, come un modo per accodarsi all’onda della rivalutazione critica che è stat fatta di questa stagione del nostro cinema. Oppure come un prodotto del classico atteggiamento da fan che eleva queste pellicole allo status di cult a prescindere dal loro effettivo valore artistico. Altri, invece, lo ritengono, forse un po’ romanticamente, un processo inevitabile: giovani registi squattrinati, costretti ad auto prodursi, spesso posti al di fuori del circuito del cinema romano, che vedono sé stessi come eredi di quella generazione di artigiani del cinema bistratti e ridicolizzati, i cui lavori però mantenevano in attivo (così vuole la leggenda) i conti delle case di produzione, mentre i registi seri si beccavano i premi e gli onori. Si tratta di due visoni drastiche e idealizzate. Forse stavolta la verità sta davvero nel mezzo, con le opportune oscillazioni verso una parte o verso l’altra a seconda del singolo caso.

Quando si sceglie di omaggiare un determinato genere, sopratutto se si tratta di un genere di nicchia, i risultati sono spesso deludenti. A meno di non essere Quentin Tarantino, il prodotto finito sarà un film che ricalca con la fedeltà maniacale propria del fan tutti gli stilemi estetici e narrativi del genere di riferimento, sarà disseminato di citazioni esoteriche dalle pellicole più note come dai titoli più bizzarri e oscuri, ammiccamenti che verranno colti solo da coloro che tra il pubblico sono stati iniziati ai Sacri Misteri del Cinema di Genere. In poche parole ci si ritrova con un film che difficilmente verrà apprezzato al di fuori della cerchia di pubblico di riferimento. Un esercizio di manierismo con poco o nulla da dire. Questa lunga introduzione l’ho fatta giusto per mettere in chiaro una cosa: La Banda del Brasiliano non è niente del genere. Anzi, è tutt’altra cosa.

Realizzato da John Snellinberg, nome collettivo con cui si firma un gruppo di giovani registi pratesi, con un budget di appena 2000 euro, La Banda del Brasiliano è una sorta di Milano Odia: La Polizia non può Sparare trapiantato nella provincia toscana, che dagli anni Settanta viene teletrasportato negli anni Duemila e con Carlo Monni al posto di Henry Silva.

Un impiegato del comune di Vaiano viene rapito da un gruppo di banditi conosciuti come la Banda del Brasiliano. Si tratta di quattro trentenni disoccupati (o comunque prossimi a perdere il lavoro) che hanno deciso di iniziare una campagna di terrore indirizzata contro quelli che vedono come i loro nemici: la generazione dei cinquantenni, quella dei loro genitori. Sulle loro tracce si mettono il duro e disilluso Ispettore Brozzi e il goffo assistente Vannini.

Piuttosto che mettere in scena una rievocazione pedissequa di un cinema ormai estinto ad uso e consumo del pubblico cinefilo, gli Snellinberg hanno usato l’estetica e l’immaginario di quel cinema che spopolava nell’Italia di quarant’anni fa per raccontare, a modo loro, l’Italia di oggi. Certo, il plot si sviluppa lungo i binari abituali del poliziottesco e l’ispettore Brozzi, interpretato dal grande Carlo Monni, sembra davvero il protagonista ormai invecchiato di un film di Fernando Di Leo. Tuttavia, a partire dall’ambientazione provinciale che trasuda normalità e ordinarietà in ogni fotogramma, si capisce che il film andrà a muoversi in territori assai diversi da quelli dei suoi modelli.

I membri della Banda sono trentenni che una volta finiti gli studi si sono trovati catapultati in un mondo del lavoro fatto di impieghi precari e di retribuzioni ridicole, di soprusi e di possibilità uccise sul nascere da una generazione, quella dei loro padri, che ha divorato tutto senza lasciargli nulla. Parafrasando il Brasiliano “ci avete dato i mezzi ma ci avete tolto gli scopi”. Nonostante il forte sottotesto sociale, fortunatamente la pellicola non si trasforma neanche per un secondo in un comizio filmato. Invece, grazie ad un buon lavoro di scrittura, ai momenti più drammatici fanno quasi sempre da contraltare siparietti comici e grotteschi.

Gli uomini del Brasiliano non sono criminali professionisti, ma un gruppo di disperati che hanno modellato i loro “personaggi” sui criminali dei film poliziotteschi, film di cui il Brasiliano è un fan sfegatato. Il Brasiliano è assieme a quello di Monni, il personaggio più memorabile, un bandito cinefilo che, fallito come regista, vuole omaggiare il cinema che tanto ama mettendolo in scena nella vita vera. Esaltante il momento in cui espone ad un ostaggio terrorizzato i parallelismi che vede tra il declino dell’Italia e la morte del grande cinema italiano.

La regia fa uso e abuso di tutti marchi di fabbrica del cinema anni settanta, come le classiche zoomate repentine sui volti e le riprese delle strade cittadine dal parabrezza dell’auto. Al di là di queste strizzate d’occhio, gli Snellinberg non hanno lasciato nulla al caso, riponendo particolare attenzione nella costruzione delle inquadrature e nella gestione dei movimenti di macchina. La colonna sonora contribuisce in maniera determinante a conferire alla pellicola un atmosfera vintage, con pezzi dalle sonorità che richiamano le colonne sonore di quegli anni, tra cui spiccano alcuni contribuiti degli specialisti Calibro 35. L’unica pecca in questa produzione che per molti altri aspetti dimostra di saper aggirare i limiti di un budget irrisorio, è la recitazione a volte troppo dilettantesca, che se in alcuni punti viene riscattata dalla fisicità e dall’estro degli interpreti in altri risulta non all’altezza.

In parte omaggio cinefilo, in parte amaro ritratto della “generazione perduta”, La Banda del Brasiliano è divenuto un piccolo caso, accumulando decine di proiezioni in giro per l’Italia e venendo distribuito in DVD. Al di là dei limiti tecnici comunque fisiologici in produzioni di questo tipo, La Banda del Brasiliano riesce dove nomi più altisonanti hanno fallito, ovvero raccontare l’Italia di oggi attraverso la lente del cinema di genere, mettendo in scena sia una dichiarazione d’amore per quel cinema grezzo e selvaggio spazzato via dalla paccottiglia televisiva, sia un l’urlo rabbioso e sincero, quello di una marea di giovani (e meno giovani) privati del loro avvenire.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Sogni di Gloria

sogni-di-gloria

Anche il più ignorante degli studenti di cinema saprà dirvi che la commedia è stato il genere cinematografico che maggiormente ha saputo raccontare la società italiana, di narrarne le trasformazioni culturali e le contraddizioni che l’hanno attraversata dal dopoguerra in poi. Il nostro studente immaginario saprà senz’altro dirvi anche che a partire dai nefasti anni Ottanta la grande tradizione della commedia all’italiana è stata soppiantata da un orrida caricatura della stessa, la quale, oltre ad avere eletto la flatulenza a massima espressione della comicità nostrana, ha smesso di raccontare gli italiani con quell’onesta implacabile che ha reso grande il genere, per raccontare un Italia fatta di vacanze, lusso e mondanità che esisteva sopratutto sulla celluloide e sugli schermi televisivi. Di tutto questo, a meno che non viviate su Marte, vi sarete senz’altro accorti anche voi.

Negli anni della Crisi, in cui l’Italia è scossa da mutamenti traumatici e forse irreversibili, si sente più che mai l’assenza di pellicole che attraverso il linguaggio del cinema popolare possano narrare questo momento di incertezza. Segnali incoraggianti in questo senso arrivano dal cinema indipendente. Infatti nell’ultimo anno sono arrivate in sala due commedie che raccontano realtà quali la disoccupazione e il precariato, ovvero Spaghetti Story e Smetto quando voglio, film che hanno ottenuto riscontri da pubblico e critica tanto ottimi quanto inaspettati. A queste pellicole va aggiunto Sogni di Gloria, ultima fatica del collettivo di registi pratesi John Snellinberg.

Il film è diviso in due episodi, ambientati entrambi nella medesima, anonima, cittadina toscana. Protagonista del primo episodio è Giulio, un trentenne cassaintegrato la cui unica speranza di lavorare è venire estratto ad una sorta di lotteria che il suo datore di lavoro usa per decidere chi tra gli operai in cassa integrazione lavorerà questo mese. Il tempo passa e il nome di Giulio non sembra voler uscire. Sua zia costringe il ragazzo a sorbirsi interminabili messe, nella speranza (letteralmente) di un aiuto dal cielo . Disilluso, Giulio perde prima la fede nella possibilità di ricominciare a lavorare, poi quella religiosa. Su consiglio di un amico, Giulio decide così di sbattezzarsi compilando un apposito modulo. Venuta a sapere delle intenzioni sacrileghe del nipote, la zia escogita un piano per far ritrovare la fede a Giulio e salvare così la sua anima. La donna convince il marito, attore di teatro dilettante, a fingersi morente. Il piano sembra funzionare, ma un imprevisto ribalterà la situazione …

Anche il protagonista del secondo episodio si chiama Giulio. Tuttavia il suo vero nome è Kan. Infatti il Giulio di questa storia è un ventenne cinese, studente di enologia e viticoltura all’università, nonostante la contrarietà della famiglia che lo vorrebbe ingegnere. Giulio è, inoltre, ancora innamorato della sua ex fidanzata italiana che di lui però non vuole saperne. Il ragazzo finisce per fare amicizia con Maurino, un navigato e vissuto giocatore di carte, il quale lo prende sotto la sua ala e inizia ad allenarlo nelle discipline del tresette e della briscola, in vista di un torneo in cui i due affronteranno una serie di bizzarri e variopinti sfidanti.

Dalla loro opera prima, ovvero La Banda del Brasiliano, gli Snellinberg riprendono i temi del precariato e dello scontro generazionale per rileggerli sotto una luce nuova. La Banda del Brasiliano raccontava del conflitto tra padri e figli, Sogni di Gloria racconta piuttosto delle difficoltà e delle incomprensioni che sorgono quando due generazioni pur così vicine provano ad aiutarsi, ma anche della forza dei rapporti che si possono creare tra persone all’apparenza lontanissime. Le frizioni tra vecchie e nuove generazioni sono il nodo centrale della narrazione e nella provincia in cui hanno luogo le vicende del film tale frizione è immediatamente visibile: i giovani protagonisti,i quali incarnano i problemi e le incognite di questi anni , si muovono in luoghi che evocano un Italia che appartiene sempre più al passato(l’oratorio, il circolo in cui si tiene il torneo di carte).

Nel primo tragicomico segmento si ride parecchio, ma la risata ha un retrogusto amaro, essendo palpabile l’atmosfera di incertezza e fatalismo in cui vive immerso il protagonista, alla cui angoscia Gabriele Pini da corpo e voce in maniera eccezionale. Tuttavia il personaggio più memorabile dell’episodio è quello di Don Mariano (Riccardo Goretti), giovane parroco interessato più che alle questioni spirituali, a quelle calcistiche.

Il secondo episodio è quello più riuscito, nel quale il canovaccio da commedia sfuma in una sorta di epica “da bar” al tempo stesso esaltante e toccante. Questa storia di rapporto discepolo-maestro, di vecchi rancori, di conti da regolare al tavolo da gioco, è parsa a chi scrive (che su queste cose, è bene ribadirlo, è incline alla pareidolia), anche un neanche tanto velato omaggio al cinema sportivo alla Rocky e a quello di arti marziali. Il rapporto tra il maestro Maurino e l’allievo Giulio è un efficace ribaltamento il ribaltamento dell’abusatissimo cliché originatosi con Karate Kid, con la sostanziale differenza che le lezioni pratiche e filosofiche di Maurino mi sono parse più sensate, mentre il temibile avversario finale, il Disumano, svolge una funzione analoga a quella dei tanti epigoni di Ivan Drago. Onanismo cinefilo a parte, l’episodio riesce davvero a catturare il cuore, e vanta una sequela di personaggi memorabili, dal già citato Disumano, passando per le letali Sposine fino al becchino che sfrutta le sue capacità medianiche per sapere quale carta calare. Gran parte del merito dell’alchimia che fa funzionare il tutto è del grande Carlo Monni, qui nel suo ultimo ruolo, che ci regala un ultima interpretazione intensa e sentita.

Tutto ciò c’era di buono ne La Banda del Brasiliano è germogliato e fa piacere vedere quanto lo stile degli Snellinberg sia maturato. La regia si è ulteriormente raffinata e nel complesso risulta più ragionata, essenziale ed efficace. Un analoga evoluzione la si può constatare nella gestione degli attori e nella scrittura dei dialoghi. Infine, è d’obbligo menzionare la notevole colonna sonora ad opera dei Calibro 35, vera coprotagonista del film.

Divertente, pungente e perfino commovente, Sogni di Gloria è una di quelle pellicole che dimostra come per uscire dall’abisso produttivo e qualitativo in cui il cinema italiano è impantanato da decenni, ci sia bisogno anche di un cinema popolare semplice, onesto e intelligente, che sappia trarre ispirazione da uno sguardo originale sulla realtà quotidiana del paese.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

W Zappatore

wzappatore

Ci sarà sicuramente nella vostra cerchia di amici e conoscenti almeno un individuo bizzarro e sopra le righe di cui avrete pensato “Ehi, sarebbe da girarci un film su di lui”. Se è così non vi preoccupate, è normalissimo. Massimiliano Verdesca però si è spinto oltre e un film su un suo amico l’ha girato per davvero. La sua “musa ispiratrice” è Marcello Zappatore, ex compagno di scuola che aveva perso di vista per alcuni anni. Verdesca gli ha cucito addosso prima un corto, In religioso disagio, e poi un lungometraggio, questo W Zappatore.

Al catechismo avrete senz’altro imparato che Dio si manifesta principalmente agli ultimi e talvolta anche ai peccatori per redimerli, W Zappatore porta quest’idea alle estreme conseguenze, con Zappatore (nei panni di sé stesso) chitarrista di una band metal satanista a cui improvvisamente spuntano le stimmate. Buttato fuori dalla sua band, lasciato dalla sua ragazza, Zappatore deve trovare un nuovo posto nel mondo per sé stesso e nel frattempo fare i conti con la madre ultrareligiosa che vorrebbe redimerlo e con una nonna arzilla e trasgressiva ( Sandra Milo), che invece vuole riportarlo nella strada del rock n’roll.

Con una trovata del genere può essere grande la tentazione di buttare tutto nella caciara demenziale, rinunciare ad ogni pretesa di regia ragionata e di serio lavoro sugli attori, nascondendo il tutto dietro l’esile paravento del “trash consapevole di essere trash”. Queste scelte sarebbero state anche di facile presa nei confronti di certe fette di pubblico, invece Verdesca , molto coraggiosamente, decide di seguire una precisa poetica, spiazzante e non adatta a tutti ma che risulta originale e fresca. Le bizzarre avventure di Zappatore sono portate su uno schermo con un cura formale davvero notevole, con una predilezione le inquadrature simmetriche, che sintetizzano il conflitto tra le due parti per l’anima di Zappatore.

Più che avere un intreccio vero e proprio, la trama procede per episodi, che vedono Zappatore di volta in volta, suonare con un decrepito sosia di Elvis, rinchiudersi in un convento e altre amenità simili, mentre le sue stimmate peggiorano sempre di più. Tutti questi siparietti, venati di una comicità spiazzante e “glaciale” (che strizza l’occhio a film come Leningrad Cowboys Go America) sono l’occasione per far sfilare di fronte alla macchina da presa una parata di personaggi assurdi, a partire dal leader della band di Zappatore, un bruto enorme e irsuto che si esprime solo in dialetto leccese stretto (opportunamente sottotitolato). In questo comparto è notevole il lavoro fatto sugli attori, quasi tutti non professionisti, con scelte azzeccate di corpi e facce, a partire dallo stesso Zappatore, strepitoso nella sua apatia

Ma forse uno dei personaggi più riusciti del film è l’ambiente in cui Zappatore si muove, una Puglia fatta di palazzoni di cemento e spiagge sudice e desolate, contrapposta con lo spettrale campo zeppo di croci che Zappatore vede nelle sue visioni mistiche, un contrasto che riassume ancora una volta il conflitto che sta alla base del film, il conflitto tra le due anime di Zappatore, che forse sono un po’ le due anime del nostro Paese, perennemente in bilico tra un passato arcaico e tradizionale ed una modernità che forse è già sorpassata. Conflitto che culmina nel breve ed intenso monologo della Milo:

Se hai una vita di merda perché hai ascoltato tuo padre, tua sorella, il tuo prete che ti dicevano come farti gli affari tuoi, quella vita di merda te la meriti”

Una filosofia che andrebbe applicata, oltre che nella vita, anche nel fare cinema in Italia.

 

Un piccolo post scriptum sulla distribuzione del film : I tipi di Distribuzione Indipendente hanno proiettato il film in un circuito di sale selezionate per poi renderlo disponibile dopo una settimana sulla piattaforma di Video On Demand OwnAir. A mio parere si tratta di una scelta intelligente in un periodo in cui la crisi sta spazzando via cinema d’essai e videoteche, lasciando terreno libero al dominio dei multiplex, una scelta che preserva lo spazio per un cinema alternativo e al tempo stesso lo amplia, rendendone possibile la fruizione ad un pubblico molto più ampio.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.