L’Apocalittica vita di Doc Savage

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È molto probabile che al lettore italiano il nome di Doc Savage non dica nulla. Qualche appassionato di fantascienza di vecchia data potrebbe invece ricordare la manciata di romanzi che lo avevano come protagonista che vennero pubblicati su Urania tra il 1974 e il 1975. Io l’ho conosciuto per “interposta persona” attraverso la serie a fumetti Tom Strong di Alan Moore e quel piccolo gioiellino della fantascienza anni Ottanta che è Buckaroo Banzai. Entrambe le opere sono tanto un omaggio quanto una rilettura e aggiornamento dell’epopea di Doc Savage. Il motivo di tanta influenza e risonanza è presto detto. Negli Stati Uniti l’Uomo di Bronzo (come è soprannominato) è stato il beniamino di almeno due generazioni di lettori. Assieme a The Shadow è una delle figure più iconiche dell’era dei pulp magazines e sono ben 181 i romanzi a lui dedicati, pubblicati tra il 1933 e il 1949, scritti in gran parte dall’infaticabile Lester Dent sotto lo pseudonimo di Kenneth Robertson.

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Doc Savage è un eroe poliedrico, sottoposto sin dall’infanzia ad un serrato programma di allenamento fisico e di approfondito studio in tutte le aree del sapere. Egli è arrivato ad esprimere il massimo potenziale biologico e intellettivo dell’essere umano. Tutto ciò per volontà del padre (che doveva sicuramente avere idee curiose in materia di pedagogia), deciso ad allevare il più grande combattente del crimine che il mondo abbia mai conosciuto. Oltre alla preparazione fisica e mentale necessaria, Doc ha ricevuto dal padre una cospicua rendita sotto forma di azioni, eredità e un regolare rifornimento di oro proveniente da un sito archeologico segreto nella foresta amazzonica. Dalla sua base operativa all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building Doc porta avanti la sua crociata contro il crimine con l’aiuto di sofisticati gadget concepiti dalla sua mente geniale e soprattutto dei suoi cinque aiutanti e della cugina Patricia. Quando Doc vuole prendersi una pausa si ritira nella sua Fortezza della Solitudine situata nell’Artico dove si dedica alla ricerca scientifica.

Le analogie con personaggi che debutteranno qualche anno dopo come Superman e Batman sono innegabili e non è un caso: Doc Savage viene considerato l’anello di congiunzione tra gli eroi letterari classici come Sherlock Holmes e Arsenio Lupin e i supereroi dei fumetti. Lester Dent aggiornò la formula classica dei pulp infondendovi temi fantascientifici e vera scienza all’avanguardia (per l’epoca), aprendo così la strada alla fiumana di supereroi che di lì a poco affollerà la carta stampata.

A partire dal 1964 Doc Savage conobbe una rinnovata notorietà grazie alle ristampe della Bantham Boooks. La riscoperta del personaggio spinge un illustre fan della prima ora come Philip J. Farmer a scrivere una vera e propria biografia del personaggio, con la stessa rigorosità e serietà che si riserverebbe ad una personalità realmente esistita. Già autore della biografia definitiva su Lord Greystoke, Tarzan Alive, nel 1975 Farmer da alle stampe Doc Savage: His Apocalyptic Life.

In Farmer, noto soprattutto per la serie iniziata con Il Fiume della Vita, hanno sempre convissuto due anime, da una parte quella dello scrittore di letteratura popolare, dall’altra quella che tendeva alla letteratura “alta” (tanto per usare un termine che disprezzo). Invece che privilegiare l’una o l’altra, Farmer riuscì a trovare una sintesi nella forma di anarchici pastiche letterari, dando vita ad uno stile ibrido di cui la biografia dell’Uomo di Bronzo è sicuramente uno degli esiti più felici. Farmer incapsula la narrazione all’interno di una complessa sovrapposizione di cornici narrative in cui letteratura e realtà si mescolano. Nella finzione letteraria Farmer è chiamato a redigere una biografia di Doc Savage, persona realmente esistita, attingendo ai romanzi di Dent che altro non erano che resoconti romanzati delle avventure vissute da Doc e i suoi amici. A sua volta Dent aveva costruito i suoi romanzi a partire da note e appunti che gli erano stati forniti dagli assistenti di Savage. Partendo da questo assunto Farmer contestualizza Doc nello scenario, urbano, sociale e culturale della New York degli anni Trenta, cercando di razionalizzare gli aspetti più romanzeschi dei romanzi di Dent e di sanare le inevitabili contraddizioni nella continuity che erano emerse nel corso della lunga vita editoriale del personaggio. Farmer ricostruisce la biografia di Doc, con particolare attenzione al periodo delle giovinezza a cui Dent aveva solo accennato, per poi passare ad una minuziosa, a tratti maniacale, descrizione dei luoghi ricorrenti della saga: il quartier generale che domina New York, la Fortezza della Solitudine, la base segreta in cui vengono custoditi gli avveniristici mezzi di trasporto che Doc e soci usano nelle loro avventure e infine il College, una sorta di ospedale dove Doc sottopone i supercattivi sconfitti ad un ricondizionamento psicologico volto a trasformarli in bravi e onesti cittadini. Segue poi un’approfondita disamina dei sidekick di Doc, dalle spalle comiche Monk e Ham, fino all’unica figura femminile ricorrente della serie, Patricia Savage.

Ridurre questa autobiografia ad un semplice tributo da fanboy sarebbe fare un grave torto a Farmer. Lo scrittore non si limita a offrire al lettore, magari totalmente a digiuno della materia, una panoramica dell’universo creato da Dent. Anzi, la presenza di Farmer è palpabile in tutto il testo e se è innegabile l’amore che trasuda per il personaggio da ogni pagine, è anche vero che Farmer approccia il tutto con uno sguardo adulto e talvolta critico. Come già detto, Farmer compie un’opera di razionalizzazione, rileggendo le ingenue avventure che tanto lo avevano appassionato da ragazzino negli anni Trenta attraverso gli occhi di un uomo maturo che scrive nella disillusa America degli anni Settanta. Ciò permette a Farmer di giocare con gli aspetti problematici del personaggio e cercare di esplorare quelli che per forza di cose Dent dovette lasciare in ombra, come la sessualità.

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Si può pensare che attraverso l’opera di Farmer Doc Savage abbia ancora una volta influenzato il mondo dei supereroi. Infatti l’operazione di razionalizzazione, il tentativo di rendere adulti personaggi pensati per un pubblico di bambini e adolescenti, verrà replicato quasi quindici anni dopo da Alan Moore con il suo seminale Watchmen. A riprova di questo fatto bisogna ricordare che Moore ha più volte espresso ammirazione per Farmer e un’altra delle sue opere principali, La Lega degli Straordinari Gentlemen, deve molto alle idee che Farmer sviluppò a partire dalle sue due biografie. Infatti, in appendice a Doc Savage: His Apocalyptic Life e Tarzan Alive troviamo un’ampia dissertazione sulla genealogia dei due eroi, che scopriamo appartenere alla così detta Wold Newton Family, una fitta genealogia che collega una miriade di personaggi della letteratura popolare dal diciottesimo secolo ad oggi, da Sherlock Holmes al Capitano Nemo, fino al Kilgore Trout dei romanzi di Kurt Vonnegut, passando per Nero Wolfe e geni del male come Fu Manchu). Un concetto, quello di un universo in cui tutti i personaggi letterari coesistono, che verrà riutilizzato non solo da Moore ma anche dal fumettista Warren Ellis con il suo Planetary.
La biografia di Doc Savage è la prova che si può provare nostalgia per epoche che non abbiamo diffuso. Noi cinici, sarcastici, post-ironici lettori del XXI secolo possiamo per qualche ora lasciarsi alle spalle tutto questo e perderci nella fitta cronaca delle gesta dell’Uomo di Bronzo, e scorrazzare per un mondo dove gli eroi sono buoni e senza macchia, i cattivi possono essere sempre redenti e la tecnologia porta con se la promessa di un futuro più giusto e civile. Forse in un’epoca come la nostra non c’è più spazio per eroi come Doc Savage. O forse quest’epoca ne ha mortalmente bisogno.

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7 storie sugli Altri

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Riuscire a smuovere dalle sue abitudini uno ottuso e cocciuto come me, specie quando si tratta di leggere-vedere-ascoltare format a cui non riesco ad appassionarmi, è un’impresa a dir poco gargantuesca. Però capita che qualcuno ci riesca e Celeste Sidoti c’è riuscito in ben due occasioni.
Seguo Celeste ormai da qualche anno, dai tempi del suo blog Carta Traccia e quando è migrato su Youtube è riuscito ad appassionarmi anche in versione audiovisiva (per me audio e basta a dire il vero, visto che me lo ascolto con le cuffie tipo podcast), vincendo la mia naturale avversione per il mondo degli youtuber. Nel suo canale affronta principalmente temi di cultura pop come anime, serie tv e film, ma lo fa con una competenza rara, riuscendo ad analizzare e a osservare le cose da prospettive originali e stimolanti. In un mondo in cui dissertare di serie tv e fumetti sulla rete ha sostituito il discutere di calcio il lunedì mattina al bar, le analisi che Celeste fa sul suo canale sono una boccata di ossigeno.

Celeste è anche uno scrittore emergente e ha da poco reso disponibile su varie piattaforme la sua prima raccolta di racconti, 7 Storie sugli Altri. Per qualche misterioso motivo, chi scrive non ha, salvo rare eccezioni (leggi Borges), una grande passione per i racconti. Non so spiegare bene il perché ma mentre non esito a buttarmi nella lettura di romanzi fluviali (i tomi-fermaporta che affollano gli scaffali di camera mia come li chiama mia madre) vado invece in crisi di fronte ad una narrazione di qualche pagina.
Con il lavoro di Celeste ho deciso fare un piccolo sforzo, sforzo che è stato ampiamente ripagato. E non solo perché i sette racconti sono notevoli tanto per stile quanto per contenuto, ma anche perché una volta tanto ho letto qualcosa in cui mi sono rivisto, vi ho ritrovato sensazioni ed emozioni che mi è capitato di provare. Talvolta in un’opera scorgi, anche fugacemente, un riflesso di te, ti fa ricordare qualcosa che avevi dimenticato, ti smuove qualcosa dentro. Purtroppo ciò mi accade sempre più di rado.

I racconti che compongono la raccolta sono brevi, in certi casi brevissimi. Difficile etichettarli per genere perché anche nei casi in cui dal genere prendono le mosse la narrazione verte improvvisamente in direzioni inaspettate. È il caso di Natale ad Hamelin, nerissima riscrittura della fiaba del pifferaio magico, e Parlare con i Morti, racconto dalle atmosfere gotiche che deborda nell’orrore esistenziale. Seguono quelli davvero impossibili da categorizzare come Carie e Skynepia, quest’ultimo un incubo a base di alienazione e retrogaming, sicuramente il racconto più inquietante del lotto.
Quelle che ti rimangono nel cuore sono però quelle storie che affrontano più o meno velatamente il rapporto con l’Altro, intenzione dichiarata sin dal titolo. Che sia l’ordinaria storia di emarginazione scolastica di Evidenziatore Stabilo Giallo, l’alterità fisica e psichica data dalla disabilità di Sirena o l’Altro inteso come parti della nostra identità frammentata di Per Sempre Insieme, Celeste affronta questi temi in maniera autentica, perciò a tratti pure disturbante, ribaltando ruoli, preconcetti e prospettive. Sette piccole storie raccontate attraverso uno stile che, pur adattandosi alle atmosfere più eterogenee, denota già una sua identità ben definita.
Per terminare una nota prettamente affettiva e personale. Gli scorci di infanzia (altro tema che ricorre nella raccolta), come la descrizione della quotidianità della scuola elementare, evocati in alcuni racconti mi hanno fatto travolgere dalla malinconia e dalla nostalgia, quella vera, quella delle cose vissute. Come accennavo sopra, una volta tanto ho ritrovato un vissuto genuino, esperienze analoghe che ho la sensazione di aver condiviso. Non so se fosse lo scopo dell’autore, ma è un interessante effetto collaterale.

Come primo piccolo passo di Celeste sulla via della scrittura questo  libro fa ben presagire.  Sul suo blog trovate tutto ciò che c’è da sapere sulla raccolta (disponibile in formato digitale e del tutto gratis). E non dimenticatevi di fare visita anche al suo canale Youtube!

Paperbacks from Hell: The Twisted History of ‘70s and ‘80s Horror Fiction

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Esiste una teoria che individua negli arcipelaghi delle Azzorre e delle Canarie le ultime vestigia del mitico continente di Atlantide. Queste isole non sarebbero altro che le cime delle grandi catene montuose che dominavano il continente prima che esso si inabissasse. Non so quanto questa teoria sia plausibile dal punto di vista storico-geologico ma mi è tornata in mente leggendo Paperbacks from Hell: The Twisted History of ‘70s and ‘80s Horror Fiction perché è un analogia perfetta dello stato delle conoscenze sulla letteratura fantastica e su quella horror in particolare. Ormai fantascienza, fantasy ed horror (e sottogeneri connessi) sono entrati a pieno titolo nel mainstream e fioccano saggi, articoli e studi sui grandi autori come H.P. Lovecraft, Philip K. Dick e Ray Bradbury. È giustissimo che questi giganti della letteratura siano oggetto di così tante attenzioni ma penso che limitarsi ad essi ci dia una visione parziale, se non distorta, dell’evoluzione di questi generi letterari e degli ambienti in cui questi autori operarono ed emersero. Insomma, essi sono le montagne che svettano dall’oceano mentre sott’acqua c’è un intero, sterminato continente ancora inesplorato. Un continente fatto di case editrici avide e di un esercito di anonimi scrittori che lavoravano a cottimo. Solo analizzando la titanica mole di riviste, racconti e romanzi economici si potrebbe tracciare una storia più accurata di questi generi, individuando l’evoluzione generale di questo o quel filone piuttosto che limitare l’attenzione solamente ai singoli autori e non ultimo far emergere le storie umane dietro la fiction come nel caso del Mistero Shaver. Purtroppo da parte del mondo accademico non ci sono segnali incoraggianti e quindi questo gravoso compito ricade sulle spalle degli appassionati. In questo caso è toccato a Grady Hendrix, che ha passato gli ultimi anni a rovistare nelle librerie dell’usato a caccia di romanzetti horror in edizione economica (attività che per chi scrive è tra le migliori che la vita possa offrire) per realizzare questo Paperbacks From Hell, una storia dell’epoca d’oro dell’horror su carta stampata.

Hendrix inizia la sua narrazione a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, quando tre romanzi, Rosemary’s Baby (1967), The Other (1971) e L’Esorcista (1973) riportano le storie dell’orrore nelle classifiche dei best seller e segnano di fatto l’inizio dell’horror moderno. Il momento non è casuale poiché questo nuova ondata di romanzi dell’orrore si nutre delle ansie e delle paure scaturite dagli epocali cambiamenti che attraversano la società statunitense in quegli anni. Questo nuovo orrore si disfà di tutta la logora iconografia e il vetusto immaginario fatto di castelli lugubri, vampiri in mantelli di velluto e amenità simili. Adesso l’orrore si aggira nelle città, nei quartieri malfamati, nelle fogne, nella tranquilla suburbia, nelle case e, nel caso limite della possessione diabolica, dentro di noi.
L’enorme domanda di letteratura horror porta le case editrici ad immettere nel mercato ogni mese decine di titoli e mette sotto pressione la creatività degli autori. Si generano così miriadi di sottogeneri che si scindono in altrettanti sottogeneri ancora più “specializati”, che attingono alle nuove paure degli americani. Il Diavolo rimane una delle preoccupazioni maggiori ma si presenta in una nuova veste: i vecchi adoratori del demonio in tunica rituale dei romanzi di Dennis Wheatley vengono soppiantati da bande di debosciati satanisti modellati su quella di Charles Manson. L’attitudine più liberale nei confronti di contraccezione e aborto, unita alla diffusione di pratiche come la procreazione assistita, popola le pagine di bambini mutanti e feti abortiti rianimati da fulmini in cerca di vendetta. E poi gli immancabili disastri ecologici nella forma di invasioni di granchi, mantidi, topi, gatti e di nebbie che inducono alla follia omicida chiunque vi entri in contatto. Neanche in casa propria ci si può considerare al sicuro, del resto si potrebbe finire seviziati dai propri figli traviati dalla musica metal o dai giochi di ruolo. Hendrix, che non vuole essere né esaustivo né accademico, passa in rassegna i principali filoni, con tono scanzonato ma da cui traspare sincero amore per la materia. Una sorta di tunnel dell’orrore letterario, che ci porta ben oltre la linea di confine del buon gusto.
 

In parallelo il volume ripercorre la storia dei maggiori autori e rintraccia gli esordi di scrittori oggi considerati all’unanimità rispettabili come Anne Rice, George R. Martin e Joe Lansdale proprio all’interno di questa industria. In mezzo a queste storie di militi ignoti della scrittura ce ne sono alcune surreali, come quella di V.C.  Andrews, che ha continuato a pubblicare anche decenni dopo la sua morte grazie ad un team di ghost writers ingaggiato dai suoi eredi. Il volume presenta anche una ricca selezione di riproduzioni delle splendide copertine dipinte le quali da sole ne  giustificherebbero l’acquisto, accompagnate da approfondimenti sugli artisti che le hanno realizzate.

A fine lettura, almeno per il sottoscritto, la tentazione di gettarsi alla ricerca di qualcuno di questi volumi è forte. Chi non vorrebbe leggere una storia su leprecani nazisti sadomasochisti con poteri psichici come quelli del romanzo The Little People di John Christopher? Oppure seguire le peripezie di un temerario prete irlandese che deve impedire ad un seducente demone femminile di fare sesso con Papa Woytila e dare inizio così all’apocalisse come nel romanzo Dark Angel? Ma per quanto mi riguarda il Sacro Graal dei paperback è Brotherkind di J. N. Williamson in cui gli alieni, il Bigfoot, l’Uomo Falena e i Men in Black si coalizzano per ingravidare donne umane al fine di generare una razza di superuomini. L’ultima linea di difesa per l’umanità contro questi abomini sono ovviamente i pezzi dei KISS.

Assurdi, oltraggiosi, volgari, gratuiti sotto qualunque aspetto. Hendrix nota giustamente che questi scrittori hanno infranto ogni regola tranne una: non annoiare.

I Giustizieri della Rete

i giustizieri della rete

Ormai accade con una certa regolarità. Qualcuno, che sia un personaggio pubblico o una persona comune, si macchia di qualche colpa, non importa se un vero e proprio delitto o una leggerezza come una battuta infelice o una foto inopportuna, e subito tutta la rete gli è addosso. Commenti indignati, offese, fotomontaggi sarcastici. Col passare del tempo la sproporzione tra la colpa commessa e la reazione di migliaia di utenti diventa sempre più evidente. Pensavamo di essercela lasciata alle spalle, che ormai fosse un ricordo di epoche incivili, invece eccola qua: la gogna è tornata, stavolta in versione 2.0. L’umiliazione pubblica è di nuovo uno strumento di punizione e controllo sociale.

Ci voleva il talento di un giornalista attento e intraprendente come Jon Ronson per esplorare questo aspetto allo stesso tempo grottesco e inquietante della contemporaneità. Partendo come spesso accade da un’esperienza personale, Ronson cerca con questo I Giustizieri della Rete di capire le cause e le conseguenze di questo fenomeno.
La ricerca di Ronson si muove in due direzioni. Da una parte ci racconta l’impatto che l’umiliazione in rete ha avuto sulle vite di coloro che l’hanno subita. Si va dal divulgatore scientifico Jonah Lehrer “linciato” per aver inventato di sana pianta delle citazioni di Bob Dylan per un suo libro, fino Justine Sacco il cui tweet ironico si Africa e AIDS le è costato il licenziamento.
L’altro campo oggetto di ricerca da parte di Ronson è quello che concerne le motivazioni per le quali troviamo irresistibile umiliare le persone online. Come suo solito Ronson non dà risposte definitive ma si limita suggerire spunti tanto interessanti quanto inquietanti. Su tutti quello a cui arriva dopo una discussione con lo psicologo Philip Zimbardo, la mente dietro il famigerato esperimento carcerario di Standford: spesso e volentieri questi comportamenti sono motivati dalla certezza di chi li mette in atto di fare in qualche modo del bene. Così si spiega perché mentre scandali sessuali come quello di Max Mosley, il boss della Formula 1 pizzicato durante un orgia a tema nazista, non facciano più  notizia, cadute di stile che toccano nervi scoperti della nostra società quali razzismo, sessismo e omofobia diano origini a reazioni estremamente feroci anche se  in parte giustificate.

Più ci si addentra nell’inchiesta di Ronson più si comprende che il nostro rapporto con la vergogna è cambiato. E su questo cambiamento c’è anche chi prova a costruirci sopra un business. È il caso di un azienda in cui Ronson si imbatte nel corso delle sue ricerche, specializzata nel creare finte pagine internet per fare in modo che le notizie imbarazzanti sui loro facoltosi clienti finiscano nelle ultime pagine delle ricerche di Google.

Come tutti i libri di Jon Ronson I Giustizieri della Rete  lascia più domande che risposte. Con il suo stile e leggero e il suo umorismo sottile Ronson esplora un segmento marginale della società per svelare qualcosa che riguarda anche noi “nomali” e apre uno spiraglio sul mondo che ci attende.

Nino G. D’Attis

portratit by Rossella Macchia

portratit by Rossella Macchia

Tutti i lettori sanno che esistono libri che fanno male. Libri in cui ti imbatti, che ti travolgono e lasciano cicatrici indelebili nel tuo animo. Ogni lettori ha i suoi. Nella mia lista c’è, tra gli altri, Mostri per le Masse. La mia strada e quella di questo libro si incrociarono quasi per caso in un uggioso autunno del 2008. La lettura mi scosse profondamente ma pagina dopo pagina non riuscivo a staccarmi da questo viaggio nelle parti più oscure dell’anima umana. Come mi capita periodicamente, di recente ho ridato una lettura al romanzo e mi sono deciso a recuperare gli altri due lavori dell’autore, Nino G. D’Attis. La lettura degli altri suoi romanzi mi ha confermato le impressioni positive avute con Mostri per le Masse. Personalmente trovo D’Attis una delle voci più interessanti della nuova narrativa italiana, un autore che scrive romanzi perfettamente in sintonia, per forma e contenuto, con la realtà dell’Italia contemporanea. Il suo è uno sguardo quasi antropologico sui riti,i costumi e le ossessioni dell’Italia d’inizio XXI secolo, uno sguardo che ha fatto tesoro delle lezioni di autori come Ballard, Burroughs e Palahniuk.

Nino G. D’Attis esordisce nel 2006 con Montezuma Airbag Your Pardon, romanzo che ci catapulta nella vita di un addetto alla sicurezza di un centro commerciale. D’Attis ci mette faccia a faccia con un personaggio rozzo e volgare, le cui uniche ambizioni sono possedere beni e scopare, che sogna di fuggire dal lavoro noioso, dai colleghi insulsi e dalla moglie incinta. Un individuo quasi bestiale, le cui esigenze si fermano agli istinti primari, ma anche un personaggio in cui noi tutti possiamo cogliere qualcosa che ci accomuna a lui, ovvero la compulsione al consumare, al desiderare, vera propulsione della moderna società capitalista. Attraverso il flusso di pensieri e pulsioni del suo protagonista D’Attis mette sulla pagina una società in cui tutto è ormai mercificato, che si tratti di cose o persone poco importa. Decisiva più che mai è l’ambientazione, il moderno centro commerciale che fa da sfondo alla vicenda, vero tempio contemporaneo in cui va in scena la quotidiana liturgia del consumismo.

Due anni dopo è la volta di Mostri per le Masse. Roma, i giorni dell’agonia di Giovanni Paolo II. L’ispettore Graziano Vignola indaga sull’efferato omicidio di una studentessa, forse caduta vittima di una setta satanica. Ma man mano che Vignola indaga sul caso risulta sempre più palese che qualcosa di molto più grande e oscuro si cela dietro il delitto. Qualcosa che ha a che fare con i capitoli più bui della storia recente e che coinvolge anche il passato di Vignola stesso. In Mostri per le Masse le figure in primo piano hanno lo stesso valore di quelle sullo sfondo. Mentre assistiamo alla discesa di Vignola nel suo inferno personale, intorno a lui si intrecciano le vicende disperate di amici e colleghi. Se c’è un messaggio nel romanzo, è forse che il male è contagioso, come una pestilenza si è già insinuata ovunque. Ben lungi dall’essere solo un noir, Mostri per le Masse è uno feroce narrazione dell’Italia contemporanea attuata con uno sguardo entomologico per quanto è distaccato e implacabile. La narrazione si frammenta in una moltitudine di schegge, come lo zapping tra i canali televisivi passa da un immagine all’altra senza soluzione di continuità. D’Attis ci da i pezzi, sta a noi fare i dovuti collegamenti, incollare un tassello all’altro, trarre le nostre conclusioni.

Dopo sei anni di silenzio nel 2014 è uscito Grandi Sorelle. Protagoniste del romanzo sono Teresa e Ester Malina, due sorelle ventenni, pugliesi trapiantate a Roma che non potrebbero essere più diverse: Teresa quando non balla sul cubo di una discoteca bada ad un anziano professore universitario per racimolare un po’ di soldi, sperando di sfondare nel mondo dello spettacolo prima o poi. Nel frattempo cerca di sopravvivere tra coinquiline casiniste, amiche acide e relazioni instabili. Ester invece è una starlette affermata, culturista, passa da un evento mondano all’altro come da uno scandalo all’altro. Alle spalle una famiglia che sta in piedi per miracolo.
In Grandi Sorelle D’Attis attua diversi cambiamenti rispetto ai suoi lavori precedenti a partire dalla scelta della terza persona a scapito della prima attraverso cui aveva narrato i suoi due primi lavori. La narrazione diventa più lineare e seppur persista il senso di desolazione e di abbandono tipico della sua prosa in questo romanzo ce’è spazio oltre che per la disperazione, anche per la nostalgia, la nostalgia per un’altra Italia, un’altra Roma, quella degli anni Sessanta, i cui ultimi superstiti sono i personaggi del professore universitario e della vecchia col crocefisso di ferro. Grandi Sorelle è una satira sul culto della celebrità che ossessiona da decenni la nostra società, propagato dapprima con la televisione e adesso tramite il web; ma è soprattutto una storia famigliare fatta di dolori, incomprensioni e cose non dette. Con Grandi Sorelle, D’Attis ha firmato il suo lavoro più compiuto.

Se per voi la lettura è il momento per staccare dal mondo e dalla società che avete intorno, allora probabilmente i romanzi d’ D’Attis non fanno per voi. Se invece volete qualcosa che vi colpisca, che vi faccia anche male ma che in compenso vi svegli forse i suoi libri sono quello che state cercando.

Il Regno

Emmanuel Carrere, pose a son domicile parisien. Avec

Di certo Emmanuel Carrère non poteva scegliere momento più difficile per scrivere di religione. Mentre in certe parti del mondo ci si uccide in nome di una fede o dell’altra, in Occidente la morale religiosa cede ogni giorno sempre più terreno all’etica secolare e il prestigio delle istituzioni religiose è ai minimi storici. Ma a rendere difficile intavolare un discorso serio e articolato sulla religione sono soprattutto le posizioni opposte e inamovibili su cui da qualche decennio si sono arroccati credenti e non credenti. I primi difendono con le unghie e con i denti i loro dogmi e le loro tradizioni che sentono minacciate dall’avanzata del laicismo, i secondi, ben rappresentati da luminari come Richard Dawkins considerano la religione come una pericolosa superstizione da cui l’umanità deve liberarsi al più presto. Sono due posizioni agli antipodi che nella mia esperienza personale sono accomunate molto spesso dall’ignoranza. Credenti che sovente sanno poco o nulla di quello in cui dicono di credere e atei che non si prendono nemmeno la briga di conoscere ciò che criticano. Tra questi due punti di vista si situa il lavoro di Emmanuel Carrère, Il Regno. Come me, Carrère condivide l’interesse per le religioni, un interesse agnostico e laico. Si tratta di estrapolare dalle religioni e dai loro testi sacri valori e idee condivisibili dall’uomo moderno senza però necessariamente abbracciare la fede. Come leggere e apprezzare la Dhammapada non mi rende per forza un buddhista, così studiare i vangeli non fa di me automaticamente un cristiano.

Come sempre nei lavori di Carrère l’elemento autobiografico è la molla che fa ingranare la narrazione. All’età di trent’anni l’autore si trova in mezzo ad una crisi esistenziale e creativa nerissima. L’unico appiglio a cui può agganciarsi è l’anziana madrina che lo introduce alla Fede. Seguono tre anni in cui per usare le parole dello stesso Carrère “sono stato cristiano”. Tutti i giorni a messa, tutti i giorni commenti scritti dei versetti del vangelo con cui riempirà ben diciotto quaderni in un anno. Sono proprio questi quaderni, ritrovati anni dopo, che spingono il Carrère di oggi che si è lasciato alle spalle fede e depressione, a raccontare la storia delle origini del cristianesimo.
Con grande acume Carrère evita di aggredire frontalmente la questione indagando la figura di Gesù. Invece si concentra sulle figure di San Paolo e dell’evangelista Luca e sulle loro peripezie in giro per l’impero romano del primo secolo dopo Cristo. Luca è la figura che Carrère sente più vicina poiché sono entrambi scrittori, e dedica la maggior parte dello spazio a lui.  La narrazione di Carrère è allo stesso tempo erudita e divulgativa e dipinge un mondo,quello dell’epoca di Paolo e Luca, per molti versi simile al nostro. Un mondo in cui l’insegnamento di un oscuro profeta della galilea suonava ai suoi abitanti strano e folle.
Avendo fatto la scuola dalle suore, più svariati anni di catechismo, posso ammettere senza vergogna di conoscere abbastanza bene parte della materia che tratta Carrère. Devo ammettere però che ho trovato la sua esegesi delle parabole interessante e illuminante, un impresa non facile visto quanto il materiale è inflazionato.
Altro merito di Carrère è essere riuscito a sottrarsi alla trappola del facile revisionismo, evitando così di mettere in bocca ai suoi personaggi un pensiero che appartiene più all’autore che al loro . Tutt’altro, Carrère si tiene sempre a debita distanza dai personaggi del suo racconto con distacco e una buona dose di scetticismo, attingendo non solo alle sacre scritture ma anche al lavoro di esegeti e filologi, come a fonti storiche contemporanee ai fatti narrati.

Il Regno è una lettura stimolante tanto per chi conosce già la materia quanto per chi è a digiuno sulla storia delle religioni. E un libro che pone molte domande e non da risposte, del resto Carrère conclude il libro con un lapidario e agnostico “non lo so”.

Le Terre Leggendarie

le terre leggendarieÈ curioso come a fronte di una grandissima quantità di testi di zoologia fantastica, a partire dal fondamentale Il Libro degli Esseri Immaginari di Jorge L. Borges, vi siano pochi e sparuti lavori dedicati al tema della geografia del fantastico. Forse i racconti di lande misteriose e ricche di meraviglie nascoste non tirano più in un mondo ormai completamente mappato e continuamente sorvegliato dagli occhi dei satelliti e degli smartphone.
Per chi si volesse comunque abbandonare all’esplorazione di questi meravigliosi mondi che la mente umana ha eretto dove un tempo c’era solo l’ignoto, non può che partire da questo volume d’annata, Le Terre Leggendarie. A farci da guida tra continenti scomparsi, terre incognite e oceani sterminati sono due ciceroni di eccezione, ovvero Lyon Sprague de Camp e Willy Ley, figure importantissime per la fantascienza americana.

Il libro non può che aprirsi sulla misteriosa scomparsa di Atlantide per poi passare al mitico viaggio di Ulisse. I due autori non si limitano a raccontare per l’ennesima volta queste storie ma tentano di scoprire da quali fatti reali possono aver tratto origine. Si prosegue con l’analisi delle vicissitudini del marinaio Sinbad, la sorte delle tribù perdute di Israele fino al misterioso regno del Prete Gianni e ai suoi bizzarri abitanti, di cui si è tanto favoleggiato nel medioevo.

L’approccio è rigorosamente scientifico e de Camp e Ley non si lasciano mai prendere la mano da speculazioni azzardate. Infatti Le Terre Leggendarie non è affatto un libro sui misteri, bensì un libro di divulgazione scientifica a tutto tondo. I due autori usano astutamente l’argomento esotico e misterioso per condurre passo passo il lettore in un viaggio lungo la grande storia delle esplorazioni, dando modo di vedere come esse abbiano cambiato la percezione che abbiamo del nostro pianeta. In questa storia epica si intrecciano le vicende di uomini guidati tanto da bramosia quanto da spirito d’avventura. Esemplari a questo titolo sono le storie del conquistador Lope de Aguirre con il suo sogno di fondare uno stato indipendente nelle profondità della foresta amazzonica, storia che verrà portata al cinema da Werner Herzog in Aguirre il Furore di Dio, e quella del colonnello Percy Harrison Fawcett , che sparì nella giungla mentre era alla ricerca della città di Eldorado.

Da bravi maestri narratori De Camp e Ley adottano uno stile dinamico, semplice ma non semplicistico, che a distanza di oltre sessant’anni risulta ancora fresco e vitale. Se riuscite a procurarvene una copia (il libro è fuori catalogo da una bel po’) Le Terre Leggendarie è un libro perfetto da portarsi con sé in viaggio: con i suoi racconti di meraviglie, bizzarrie, posti tanto lontani quanto belli e pericolosi, può essere considerato una valido antidoto alla standardizzazione e alla prevedibilità dei viaggi odierni.