I Giustizieri della Rete

i giustizieri della rete

Ormai accade con una certa regolarità. Qualcuno, che sia un personaggio pubblico o una persona comune, si macchia di qualche colpa, non importa se un vero e proprio delitto o una leggerezza come una battuta infelice o una foto inopportuna, e subito tutta la rete gli è addosso. Commenti indignati, offese, fotomontaggi sarcastici. Col passare del tempo la sproporzione tra la colpa commessa e la reazione di migliaia di utenti diventa sempre più evidente. Pensavamo di essercela lasciata alle spalle, che ormai fosse un ricordo di epoche incivili, invece eccola qua: la gogna è tornata, stavolta in versione 2.0. L’umiliazione pubblica è di nuovo uno strumento di punizione e controllo sociale.

Ci voleva il talento di un giornalista attento e intraprendente come Jon Ronson per esplorare questo aspetto allo stesso tempo grottesco e inquietante della contemporaneità. Partendo come spesso accade da un’esperienza personale, Ronson cerca con questo I Giustizieri della Rete di capire le cause e le conseguenze di questo fenomeno.
La ricerca di Ronson si muove in due direzioni. Da una parte ci racconta l’impatto che l’umiliazione in rete ha avuto sulle vite di coloro che l’hanno subita. Si va dal divulgatore scientifico Jonah Lehrer “linciato” per aver inventato di sana pianta delle citazioni di Bob Dylan per un suo libro, fino Justine Sacco il cui tweet ironico si Africa e AIDS le è costato il licenziamento.
L’altro campo oggetto di ricerca da parte di Ronson è quello che concerne le motivazioni per le quali troviamo irresistibile umiliare le persone online. Come suo solito Ronson non dà risposte definitive ma si limita suggerire spunti tanto interessanti quanto inquietanti. Su tutti quello a cui arriva dopo una discussione con lo psicologo Philip Zimbardo, la mente dietro il famigerato esperimento carcerario di Standford: spesso e volentieri questi comportamenti sono motivati dalla certezza di chi li mette in atto di fare in qualche modo del bene. Così si spiega perché mentre scandali sessuali come quello di Max Mosley, il boss della Formula 1 pizzicato durante un orgia a tema nazista, non facciano più  notizia, cadute di stile che toccano nervi scoperti della nostra società quali razzismo, sessismo e omofobia diano origini a reazioni estremamente feroci anche se  in parte giustificate.

Più ci si addentra nell’inchiesta di Ronson più si comprende che il nostro rapporto con la vergogna è cambiato. E su questo cambiamento c’è anche chi prova a costruirci sopra un business. È il caso di un azienda in cui Ronson si imbatte nel corso delle sue ricerche, specializzata nel creare finte pagine internet per fare in modo che le notizie imbarazzanti sui loro facoltosi clienti finiscano nelle ultime pagine delle ricerche di Google.

Come tutti i libri di Jon Ronson I Giustizieri della Rete  lascia più domande che risposte. Con il suo stile e leggero e il suo umorismo sottile Ronson esplora un segmento marginale della società per svelare qualcosa che riguarda anche noi “nomali” e apre uno spiraglio sul mondo che ci attende.

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Nino G. D’Attis

portratit by Rossella Macchia

portratit by Rossella Macchia

Tutti i lettori sanno che esistono libri che fanno male. Libri in cui ti imbatti, che ti travolgono e lasciano cicatrici indelebili nel tuo animo. Ogni lettori ha i suoi. Nella mia lista c’è, tra gli altri, Mostri per le Masse. La mia strada e quella di questo libro si incrociarono quasi per caso in un uggioso autunno del 2008. La lettura mi scosse profondamente ma pagina dopo pagina non riuscivo a staccarmi da questo viaggio nelle parti più oscure dell’anima umana. Come mi capita periodicamente, di recente ho ridato una lettura al romanzo e mi sono deciso a recuperare gli altri due lavori dell’autore, Nino G. D’Attis. La lettura degli altri suoi romanzi mi ha confermato le impressioni positive avute con Mostri per le Masse. Personalmente trovo D’Attis una delle voci più interessanti della nuova narrativa italiana, un autore che scrive romanzi perfettamente in sintonia, per forma e contenuto, con la realtà dell’Italia contemporanea. Il suo è uno sguardo quasi antropologico sui riti,i costumi e le ossessioni dell’Italia d’inizio XXI secolo, uno sguardo che ha fatto tesoro delle lezioni di autori come Ballard, Burroughs e Palahniuk.

Nino G. D’Attis esordisce nel 2006 con Montezuma Airbag Your Pardon, romanzo che ci catapulta nella vita di un addetto alla sicurezza di un centro commerciale. D’Attis ci mette faccia a faccia con un personaggio rozzo e volgare, le cui uniche ambizioni sono possedere beni e scopare, che sogna di fuggire dal lavoro noioso, dai colleghi insulsi e dalla moglie incinta. Un individuo quasi bestiale, le cui esigenze si fermano agli istinti primari, ma anche un personaggio in cui noi tutti possiamo cogliere qualcosa che ci accomuna a lui, ovvero la compulsione al consumare, al desiderare, vera propulsione della moderna società capitalista. Attraverso il flusso di pensieri e pulsioni del suo protagonista D’Attis mette sulla pagina una società in cui tutto è ormai mercificato, che si tratti di cose o persone poco importa. Decisiva più che mai è l’ambientazione, il moderno centro commerciale che fa da sfondo alla vicenda, vero tempio contemporaneo in cui va in scena la quotidiana liturgia del consumismo.

Due anni dopo è la volta di Mostri per le Masse. Roma, i giorni dell’agonia di Giovanni Paolo II. L’ispettore Graziano Vignola indaga sull’efferato omicidio di una studentessa, forse caduta vittima di una setta satanica. Ma man mano che Vignola indaga sul caso risulta sempre più palese che qualcosa di molto più grande e oscuro si cela dietro il delitto. Qualcosa che ha a che fare con i capitoli più bui della storia recente e che coinvolge anche il passato di Vignola stesso. In Mostri per le Masse le figure in primo piano hanno lo stesso valore di quelle sullo sfondo. Mentre assistiamo alla discesa di Vignola nel suo inferno personale, intorno a lui si intrecciano le vicende disperate di amici e colleghi. Se c’è un messaggio nel romanzo, è forse che il male è contagioso, come una pestilenza si è già insinuata ovunque. Ben lungi dall’essere solo un noir, Mostri per le Masse è uno feroce narrazione dell’Italia contemporanea attuata con uno sguardo entomologico per quanto è distaccato e implacabile. La narrazione si frammenta in una moltitudine di schegge, come lo zapping tra i canali televisivi passa da un immagine all’altra senza soluzione di continuità. D’Attis ci da i pezzi, sta a noi fare i dovuti collegamenti, incollare un tassello all’altro, trarre le nostre conclusioni.

Dopo sei anni di silenzio nel 2014 è uscito Grandi Sorelle. Protagoniste del romanzo sono Teresa e Ester Malina, due sorelle ventenni, pugliesi trapiantate a Roma che non potrebbero essere più diverse: Teresa quando non balla sul cubo di una discoteca bada ad un anziano professore universitario per racimolare un po’ di soldi, sperando di sfondare nel mondo dello spettacolo prima o poi. Nel frattempo cerca di sopravvivere tra coinquiline casiniste, amiche acide e relazioni instabili. Ester invece è una starlette affermata, culturista, passa da un evento mondano all’altro come da uno scandalo all’altro. Alle spalle una famiglia che sta in piedi per miracolo.
In Grandi Sorelle D’Attis attua diversi cambiamenti rispetto ai suoi lavori precedenti a partire dalla scelta della terza persona a scapito della prima attraverso cui aveva narrato i suoi due primi lavori. La narrazione diventa più lineare e seppur persista il senso di desolazione e di abbandono tipico della sua prosa in questo romanzo ce’è spazio oltre che per la disperazione, anche per la nostalgia, la nostalgia per un’altra Italia, un’altra Roma, quella degli anni Sessanta, i cui ultimi superstiti sono i personaggi del professore universitario e della vecchia col crocefisso di ferro. Grandi Sorelle è una satira sul culto della celebrità che ossessiona da decenni la nostra società, propagato dapprima con la televisione e adesso tramite il web; ma è soprattutto una storia famigliare fatta di dolori, incomprensioni e cose non dette. Con Grandi Sorelle, D’Attis ha firmato il suo lavoro più compiuto.

Se per voi la lettura è il momento per staccare dal mondo e dalla società che avete intorno, allora probabilmente i romanzi d’ D’Attis non fanno per voi. Se invece volete qualcosa che vi colpisca, che vi faccia anche male ma che in compenso vi svegli forse i suoi libri sono quello che state cercando.

Il Regno

Emmanuel Carrere, pose a son domicile parisien. Avec

Di certo Emmanuel Carrère non poteva scegliere momento più difficile per scrivere di religione. Mentre in certe parti del mondo ci si uccide in nome di una fede o dell’altra, in Occidente la morale religiosa cede ogni giorno sempre più terreno all’etica secolare e il prestigio delle istituzioni religiose è ai minimi storici. Ma a rendere difficile intavolare un discorso serio e articolato sulla religione sono soprattutto le posizioni opposte e inamovibili su cui da qualche decennio si sono arroccati credenti e non credenti. I primi difendono con le unghie e con i denti i loro dogmi e le loro tradizioni che sentono minacciate dall’avanzata del laicismo, i secondi, ben rappresentati da luminari come Richard Dawkins considerano la religione come una pericolosa superstizione da cui l’umanità deve liberarsi al più presto. Sono due posizioni agli antipodi che nella mia esperienza personale sono accomunate molto spesso dall’ignoranza. Credenti che sovente sanno poco o nulla di quello in cui dicono di credere e atei che non si prendono nemmeno la briga di conoscere ciò che criticano. Tra questi due punti di vista si situa il lavoro di Emmanuel Carrère, Il Regno. Come me, Carrère condivide l’interesse per le religioni, un interesse agnostico e laico. Si tratta di estrapolare dalle religioni e dai loro testi sacri valori e idee condivisibili dall’uomo moderno senza però necessariamente abbracciare la fede. Come leggere e apprezzare la Dhammapada non mi rende per forza un buddhista, così studiare i vangeli non fa di me automaticamente un cristiano.

Come sempre nei lavori di Carrère l’elemento autobiografico è la molla che fa ingranare la narrazione. All’età di trent’anni l’autore si trova in mezzo ad una crisi esistenziale e creativa nerissima. L’unico appiglio a cui può agganciarsi è l’anziana madrina che lo introduce alla Fede. Seguono tre anni in cui per usare le parole dello stesso Carrère “sono stato cristiano”. Tutti i giorni a messa, tutti i giorni commenti scritti dei versetti del vangelo con cui riempirà ben diciotto quaderni in un anno. Sono proprio questi quaderni, ritrovati anni dopo, che spingono il Carrère di oggi che si è lasciato alle spalle fede e depressione, a raccontare la storia delle origini del cristianesimo.
Con grande acume Carrère evita di aggredire frontalmente la questione indagando la figura di Gesù. Invece si concentra sulle figure di San Paolo e dell’evangelista Luca e sulle loro peripezie in giro per l’impero romano del primo secolo dopo Cristo. Luca è la figura che Carrère sente più vicina poiché sono entrambi scrittori, e dedica la maggior parte dello spazio a lui.  La narrazione di Carrère è allo stesso tempo erudita e divulgativa e dipinge un mondo,quello dell’epoca di Paolo e Luca, per molti versi simile al nostro. Un mondo in cui l’insegnamento di un oscuro profeta della galilea suonava ai suoi abitanti strano e folle.
Avendo fatto la scuola dalle suore, più svariati anni di catechismo, posso ammettere senza vergogna di conoscere abbastanza bene parte della materia che tratta Carrère. Devo ammettere però che ho trovato la sua esegesi delle parabole interessante e illuminante, un impresa non facile visto quanto il materiale è inflazionato.
Altro merito di Carrère è essere riuscito a sottrarsi alla trappola del facile revisionismo, evitando così di mettere in bocca ai suoi personaggi un pensiero che appartiene più all’autore che al loro . Tutt’altro, Carrère si tiene sempre a debita distanza dai personaggi del suo racconto con distacco e una buona dose di scetticismo, attingendo non solo alle sacre scritture ma anche al lavoro di esegeti e filologi, come a fonti storiche contemporanee ai fatti narrati.

Il Regno è una lettura stimolante tanto per chi conosce già la materia quanto per chi è a digiuno sulla storia delle religioni. E un libro che pone molte domande e non da risposte, del resto Carrère conclude il libro con un lapidario e agnostico “non lo so”.

Le Terre Leggendarie

le terre leggendarieÈ curioso come a fronte di una grandissima quantità di testi di zoologia fantastica, a partire dal fondamentale Il Libro degli Esseri Immaginari di Jorge L. Borges, vi siano pochi e sparuti lavori dedicati al tema della geografia del fantastico. Forse i racconti di lande misteriose e ricche di meraviglie nascoste non tirano più in un mondo ormai completamente mappato e continuamente sorvegliato dagli occhi dei satelliti e degli smartphone.
Per chi si volesse comunque abbandonare all’esplorazione di questi meravigliosi mondi che la mente umana ha eretto dove un tempo c’era solo l’ignoto, non può che partire da questo volume d’annata, Le Terre Leggendarie. A farci da guida tra continenti scomparsi, terre incognite e oceani sterminati sono due ciceroni di eccezione, ovvero Lyon Sprague de Camp e Willy Ley, figure importantissime per la fantascienza americana.

Il libro non può che aprirsi sulla misteriosa scomparsa di Atlantide per poi passare al mitico viaggio di Ulisse. I due autori non si limitano a raccontare per l’ennesima volta queste storie ma tentano di scoprire da quali fatti reali possono aver tratto origine. Si prosegue con l’analisi delle vicissitudini del marinaio Sinbad, la sorte delle tribù perdute di Israele fino al misterioso regno del Prete Gianni e ai suoi bizzarri abitanti, di cui si è tanto favoleggiato nel medioevo.

L’approccio è rigorosamente scientifico e de Camp e Ley non si lasciano mai prendere la mano da speculazioni azzardate. Infatti Le Terre Leggendarie non è affatto un libro sui misteri, bensì un libro di divulgazione scientifica a tutto tondo. I due autori usano astutamente l’argomento esotico e misterioso per condurre passo passo il lettore in un viaggio lungo la grande storia delle esplorazioni, dando modo di vedere come esse abbiano cambiato la percezione che abbiamo del nostro pianeta. In questa storia epica si intrecciano le vicende di uomini guidati tanto da bramosia quanto da spirito d’avventura. Esemplari a questo titolo sono le storie del conquistador Lope de Aguirre con il suo sogno di fondare uno stato indipendente nelle profondità della foresta amazzonica, storia che verrà portata al cinema da Werner Herzog in Aguirre il Furore di Dio, e quella del colonnello Percy Harrison Fawcett , che sparì nella giungla mentre era alla ricerca della città di Eldorado.

Da bravi maestri narratori De Camp e Ley adottano uno stile dinamico, semplice ma non semplicistico, che a distanza di oltre sessant’anni risulta ancora fresco e vitale. Se riuscite a procurarvene una copia (il libro è fuori catalogo da una bel po’) Le Terre Leggendarie è un libro perfetto da portarsi con sé in viaggio: con i suoi racconti di meraviglie, bizzarrie, posti tanto lontani quanto belli e pericolosi, può essere considerato una valido antidoto alla standardizzazione e alla prevedibilità dei viaggi odierni.

Le Guide del Tramonto

u467Strano destino quello toccato a le Le Guide del Tramonto (titolo originale Childhood’s End) in Italia. Mentre all’estero è considerato un classico della fantascienza che non può mancare nella biblioteca di ogni serio appassionato (e nel reparto dedicato di ogni libreria), nel nostro paese l’opera di Clarke non ha goduto della stessa fortuna e non viene ristampata come minimo dal 1981. Io ad esempio me lo sono letto nella ristampa di Urania Millemondi dell’inverno 1974. Tutto ciò è un peccato, perché la visionaria opera di Arthur C. Clarke, nonostante i suoi sessant’anni emoziona, colpisce e disturba.

Il romanzo copre un arco temporale di oltre un secolo, visto attraverso gli occhi di diversi personaggi che assistono, come ci anticipa il titolo originale alla fine dell’infanzia dell’umanità. Nella prima parte assistiamo all’arrivo sulla Terra delle astronavi dei Superni, una misteriosa razza aliena che si è presa a carico l’evoluzione dell’umanità. Le loro astronavi sono sospese sopra le più grandi città della Terra ma nessuno li ha mai visti fisicamente. In questa prima fase i Superni e i loro collaboratori umani si accingono a mettere fine al vecchio ordine sociale fatto di nazioni e di classi, edificando una vera e propria utopia. Nella seconda parte, ambientata decenni dopo, i Superni si sono rivelati e hanno condiviso con gli umani le loro conoscenze tecnologiche che in pochissimo tempo hanno cambiato la faccia della vita sulla Terra. Le ultime resistenze sono state vinte ma un cambiamento ancora più radicale è prossimo a compiersi.

Questo cambiamento evolutivo è al centro della terza parte. Dopo una rivoluzione sociale e tecnologica, il passo inevitabile è una rivoluzione biologica. Questa è forse la parte più intrigante del libro, con l’ultima generazione di umani che si accorge che i loro figli sono ormai qualcosa di completamente diverso da chi li ha procreati. Clarke ci prospetta come fine ultimo di questa evoluzione guidata uno stato di morte dell’ego, di liberazione dall’illusione dell’individualità per poi essere riassorbiti in una Supermente, in una coscienza collettiva. Questa visione utopica fece de Le Guide del Tramonto, una delle bibbie del movimento hippie americano, assieme ad altri classici della fantascienza come Straniero in Terra Straniera di Robert Heinlein e Slan di Alfred E. Van Vogt. Del resto era quasi impossibile che i giovani contestatori non finissero per identificarsi nei ragazzi dell’ultimo capitolo, una nuova razza che non aveva più nulla a che spartire con i propri genitori. Mal’eco di questo romanzo sulle sottoculture giovanili si riverbera ancora oggi: il finale del romanzo di Clarke, dove l’umanità si fonde in un’unica e sterminata intelligenza ricorda quello della fortunata serie anime Neon Genesis Evangelion il cui creatore Hideaki Anno non ha mai nascosto la sua passione per la fantascienza occidentale. Quello che è cambiato nei quarant’anni trascorsi tra le due opere è lo spirito con il quale viene affrontato il tema dell’evoluzione umana. Clarke rimane pur sempre un ottimista, quello che l’umanità perderà nella metamorfosi avrà la sua contropartita in un futuro luminoso tra le stelle. Anno invece usa questo elemento narrativo per parlarci delle ansie e delle paure che aleggiano sui rapporti umani. Come possiamo mirare a conquistare lo spazio esterno se non riusciamo a dominare neppure la nostra interiorità?

Insomma, se trovate ad un mercatino dell’usato una copia de Le Guide del Tramonto , non lasciatevela scappare. Come tutta la buona fantascienza, disturba, appassiona e fa pensare. È un piccolo libro, ma tremendamente prezioso.

Jon Ronson, un giornalista fuori dall’ordinario

Ronson-Jon

Il mio idillio letterario con Jon Ronson è iniziato, come tanti altri, su una bancarella di libri usati, dove misi le mani su una copia di Loro: I Padroni Segreti del Mondo. Quel curioso piccolo libretto, pregevole esempio di gonzo journalism mi catturò fin dalla prima pagina e arrivato all’ultima giurai che avrei letto tutto il materiale che Ronson  aveva scritto.
Nel post sul Mistero Shaver accennavo al fatto che amo le storie di svitati. Ne sono irrimediabilmente attratto in primis perché mi affascinano nell’arte come nella vita le visioni alternative della realtà e forse perché spero che in fondo ai deliri del visionario di turno io possa scoprire qualcosa sul mio modo di vedere il mondo. Agli svitati Jon Ronson ha dedicato tutta la sua carriera di giornalista e documentarista, mettendosi in gioco in prima persona, vivendo con loro, entrando nei loro lati più intimi e nascosti, scoprendo, man mano che la sua indagine proseguiva che la linea che separa noi da loro è assai tenue ed è solo una questione di fortuna se ci troviamo dalla parte “giusta”. Per usare le sue parole “ero stato bravo a scorgere i diamanti della follia in mezzo al grigiore della normalità.”
Oggi, specie su internet l’ostensione del freak, del fenomeno da baraccone è pratica diffusissima e si porta dietro tutta una serie di odiosi codazzi, dalla presa per il culo al dileggiamento gratuito. Questo aspetto è totalmente assente nei lavori di Ronson in cui, anzi, il nostro non ha paura di cercare di mettersi il più possibile nei panni dell’oggetto delle sue inchieste, anche quando si tratta di un compito scomodo e rischioso.

Il titolo del libro con cui lo conobbi, Loro: I Padroni Segreti del Mondo, potrebbe trarre in inganno, facendo pensare all’ennesimo esempio di pubblicistica complottista. E non saremmo più di tanto fuori strada visto che il complotto è una delle idee centrali del libro . Il titolo originale è assai più esplicativo sulle intenzioni di Ronson, Them: Adventures with Extremists. L’idea alla base del libro era quella di indagare le vite di persone considerate, a torto o a ragione, estremiste. L’estremista, il nemico della moderna società occidentale si manifesta a Ronson di volta in volta nella forma di un fondamentalista islamico, come membri delle milizie dell’America profonda, come un leader del Ku Klux Klan. La cosa che stupisce Ronson è che ad accomunare individui dalle convinzioni e dalle origini così diverse c’è la credenza che un ristretto gruppo di potenti decida le sorti del mondo all’oscuro di tutti. Indagando sulla questione Ronson entra in contatto con personaggio come il conduttore radiofonico Alex Jones, che da anni cerca di smascherare i piani dell’elite e David Icke, ex telecronista sportivo convertitosi in guru new age, convinto che i potenti della terra siano in realtà lucertole aliene travestite.
In Loro non mancano momenti divertenti, grotteschi e tragicomici che la penna di Ronson rende alla perfezione: si va dal leader del KKK che vuole bandire la “parola con la N” e rendere la sua organizzazione rispettabile, passando per il già citato Icke che per difendersi dalle accuse che vedono nel suo uso della parola lucertole un allegoria antisemita è costretto a spiegare, esasperato che lui intende vere e proprie lucertole aliene, fino al gran finale dove Ronson e Alex Jones riescono ad infiltrarsi all’esclusivo ritrovo di personalità influenti che ogni anno si tiene presso il Bohemian Grove in California.
Ma Ronson non cade nella facile trappola dello sberleffo, pur non condividendone le idee dei suoi compagni d’avventure, scava a fondo alla ricerca delle radici profonde di questa totale sfiducia nella moderna società occidentale come quando ricostruisce i sanguinosi fatti di Ruby Ridge.
Alla fine chi sono Loro? Per i protagonisti del libro sono machiavellici burattinai che manipolano le sorti del pianeta. Per noi loro sono gli estremisti, i non allineati. Come la solito la linea che separa i normali dai freak non è mai netta.

Nel libro successivo, L’Uomo che Fissa le Capre, senz’altro il suo lavoro più famoso complice l’adattamento cinematografico, Jon Ronson si lancia sulle tracce del tenente colonnello Jim Channon e del suo leggendario Primo Battaglione Terra, una presunta unità militare costituita da veri e propri monaci guerrieri dai poteri quasi paranormali. Nel libro Ronson indaga tutte le idee bizzarre e eterodosse che hanno affascinato gli alti papaveri militari tra la fine della guerra del Vietnam e l’inizio della guerra al Terrore: spie psichiche, messaggi subliminali, grottesche armi non letali. Ma come scoprirà presto Ronson, l’idealismo di Channon è rimasto solo in parte inascoltato, ma anzi è stato pervertito e distorto avendo come risultato le crudeli tecniche di interrogatorio di Guantanamo e Abu Ghraib.

Un altro giro sull’ottovolante delle stranezze lo offre la raccolta di articoli Lost at the Sea: The Ron Jonson Mysteries. Dentro c’è la storia di Phoenix Jones, l’uomo che voleva imitare i supereroi ed è per questo finito all’ospedale. C’è la storia di un artista che ha realizzato decine e decine di autoritratti ognuno sotto effetto di una droga diversa, un reportage sulla scena newyorkese dei mangiatori competitivi e il resoconto di un meeting di bambini indaco. E tante altre cose che sarebbe un peccato svelare.

Se c’è un tema su cui si sviluppa tutta la produzione di Ronson, è sicuramente quello della follia. Dopo aver indagato la follia nelle frange estreme della politica, poi nelle alte sfere della Difesa e dell’Intelligence, con Psicopatici al Potere Ronson indaga come la follia sia diventata dilagante nella nostra società. “E se ci fosse un motore più potente della razionalità? Ricordai il parere di quegli psicologi che dicono che sono gli psicopatici a far andare avanti il mondo. E ci credono pure: la società sarebbe, secondo loro, l’espressione di quella particolare forma di pazzia.”
Prendendo spunto dagli studi sulla psicopatia di Robert Hare, secondo cui gli studi sugli psicopatici andrebbero condotti a Wall Street e non nelle carceri, Ronson si imbarca in un viaggio che lo porta a toccare diversi aspetti della questione della salute mentale. Si inizia con una breve panoramica dei metodi alternativi per curare la psicopatia sperimentati negli anni Sessanta, che comprendevano LSD e meditazione, tutti falliti. Intervista poi un ragazzo che si è finto pazzo ed è rimasto dentro un manicomio per una quindicina danni per poi passare ad un ex comandante di squadroni della morte ad Haiti. Nella parte più comica del libro Ronson cerca, tramite le tecniche apprese da Hare, di diagnosticare la psicopatia ad un magnate noto per il piacere sadico che prova a licenziare dipendenti. Il tentativo fallisce quando l’uomo d’affari rilegge tutte le tipiche caratteristiche dello psicopatico come attributi tipici dell’uomo americano di successo. Ronson conclude toccando aspetti inquietanti su come oggi vengano vissute le questioni relative alla sanità mentale, come la spettacolarizzazione dei disagi ad opera della tv spazzatura e l’abuso della prescrizione di psicofarmaci ai bambini.

In ogni suo libro Ronson ci invita a fare un viaggio, a varcare la soglia della normalità per scoprire cosa si cela al di là. Non siate ansiosi di vedere i vostri pregiudizi confermati, piuttosto lasciatevi andare e godetevi il viaggio. È palpabile come dall’inizio alla fine di ogni suo libro Ronson sia diventato una persona un po’ diversa. Se siamo fortunati quando chiuderemo l’ultima pagina lo saremo anche noi.

http://www.jonronson.com/

Maurice G. Dantec, Profeta Cyberpunk

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Apocalittica. Questo è il termine che meglio descrive la produzione letteraria di Maurice G. Dantec.Una parola che ne da una descrizione precisa per diversi motivi. Il primo, quello più superficiale e immediato, è dovuto la fatto che il mondo in cui si muovono i suoi personaggi è un universo in dissoluzione dove infuriano conflitti e le città bruciano, un universo sempre sull’orlo di una catastrofe finale e catartica. Ma il termine apocalittico si abbina ancor meglio alla sua opera se si risale fino al significato etimologico della parola, ovvero quello di “rivelazione”. I romanzi di Dantec sono in qualche modo rivelatori. Squarciano le illusioni del presente, ci svelano il caso che germina sotto una realtà apparentemente ordinata e controllabile. I romanzi di Dantec sono apocalittici anche per un ulteriore ragione: sono libri profetici , che ci permettono di dare uno sguardo ad un futuro sempre più prossimo, dove la tecnologia in sinergia con l’evoluzione umana apre scenari ora utopistici ora terrificanti. Questa dote fa di Dantec una delle voci più brillanti della narrativa di genere degli ultimi due decenni. Una voce, purtroppo, ancora poco ascoltata.

Maurice Dantec nasce nel 1959 nella banlieu di Grenoble. La sua è una famiglia di comunisti duri e puri, il padre dirige l’agenzia stampa del PCF. Dantec inizia ad interessarsi alla narrativa negli anni delle scuole superiori a seguito dell’incontro con Jean-Bernard Puoy, futuro autore noir. Più tardi negli anni Settanta, dopo aver mollato l’università, mette su con alcuni amici il gruppo musicale État d’urgence, una delle prime band punk francesi. Una passione, quella della musica, che porta tutt’ora avanti in parallelo alla sua attività di romanziere. Nel 1994 lo troviamo inviato in Bosnia come reporter di guerra, un esperienza che lascerà un segno profondo nella sua opera. I ricordi e le riflessioni scaturite da questo periodo confluiranno nei tre volumi di diari e saggi Le théâtre des opérations: journal métaphysique et polémique, pubblicati tra il 2000 e il 2006. Avvertendo la vita culturale francese sempre più stretta si trasferisce in Québec nel 1998. Personaggio controverso e polemico, negli anni successivi Dantec ha tenuto fede alla sua fama di cattivo ragazzo della letteratura francese. Dapprima l’improvvisa conversione al cattolicesimo nei primi anni Duemila che ha spiegato al suo pubblico con queste parole “Io sono andato sino in fondo al nichilismo. Ma a differenza di Houellebecq, ho attraversato lo specchio, e mi sono convertito al cristianesimo. Cosa impossibile per un nichilista”. Poi nel corso degli anni sono seguite durissime prese di posizione su varie tematiche come l’Islam. L’indole ribelle, battagliera e anticonformista non ha fatto certo bene alla sua fama, specie presso l’intellighentia francese che lo ha da tempo ostracizzato. Burrascoso anche il suo rapporto con il cinema: due gli adattamenti cinematografici dei suoi romanzi ovvero Red Siren (2002) e Babylon A.D. (2008), quest’ultimo diretto da Mathieu Kassovitz che clamorosamente disconobbe il film a riprese terminate. Lo stesso Dantec pare non fosse molto soddisfatto del risultato finale.

Come tutti gli scrittori anche Dantec ha una storia divertente da raccontare su come ha intrapreso questa professione. La rivelazione risale al periodo in cui Dantec lavorava come pubblicitario alle dipendenze di un famoso magnate del marketing. Con sua grande sorpresa il giovane Dantec scoprì che il suo boss, a dispetto dello sfavillante tenore di vita era un uomo divorato dal rimorso, un rimorso che lo portava a scolarsi un litro di whisky al giorno: il rimorso di non essere mai riuscito a scrivere un romanzo.
Così Dantec si mise a scrivere e nel giro di qualche mese sfornò un corposo romanzo fantascientifico che inviò al suo vecchio amico Jean-Bernard Puoy il quale a sua volta lo inoltrò a Patrick Raynal, responsabile della prestigiosa Serie Noire della Gallimard. Raynal giudicò il manoscritto poco consono al genere della collana ma chiese lo stesso a Dantec di scrivere un romanzo ex novo.

Il romanzo risultante è La Sirena Rossa, pubblicato nel 1993. La storia ruota attorno all’incontro tra due anime perse, Alice Kristensen, geniale dodicenne in fuga dalla madre dopo aver scoperto che essa è implicata in un traffico di snuff movies, e Hugo Toorop, l’antieroe per eccellenza della narrativa di Dantec, reduce dalla guerra in Bosnia e membro di una rete clandestina di freedom fighters. I due fuggono attraversando mezza Europa alla ricerca del padre di Alice, continuamente tallonati dai sicari al soldo della diabolica madre. La Sirena Rossa è un thriller ancora molto convenzionale ma in cui traspare il perfetto controllo dei meccanismi narrativi. In nuce vi sono già tematiche che Dantec svilupperà appieno nei romanzi successivi tra i quali il generale pessimismo sul destino della civiltà occidentale.
Del resto Dantec mette in bocca al suo Toorop quella che in retrospettiva può essere letta come una vera e propria dichiarazione poetica “Della necessità di una letteratura diretta. Qui e subito. Adesso. Semplice attraversamento della grande civilizzazione conurbana, mentre la fine del mondo, o qualcosa che vi assomiglia, si avvicina a passo inesorabile. Il pensiero è un virus. Continuerà ad espandersi, oppure si addormenterà momentaneamente, aspettando che si voglia un giorno, svegliarlo davvero. I libri sono delle autentiche bombe a scoppio ritardato”. Un concetto, quello dei libri come virus, come armi, che il vulcanico Dantec riproporrà in maniera quasi ossessiva negli anni successivi.

Ma è solo con il romanzo successivo, Le Radici del Male, che Dantec raggiunge la maturità stilistica e poetica. La storia prende avvio nel 1994 con la polizia francese sulle tracce di Andreas Schaltzmann, serial killer che sta attraversando il paese in preda ad una terribile frenesia omicida. Ad aiutare gli investigatori viene chiamato Arthur Darquandier, esperto di intelligenze artificiali che ha così l’opportunità di testare sul campo la sua ultima invenzione, la neuromatrice, una macchina che imita i processi cognitivi umani, in grado di apprendere ed evolversi autonomamente. La cattura del serial killer non è che l’inizio della discesa all’inferno di Darquandier. Alcuni degli omicidi attribuiti a Schaltzmann non sembrano coincidere con il modus operandi dell’uomo. Indagando a ritroso Darquandier scopre che qualcuno da anni uccide impunito, forse un vero e proprio gruppo di assassini che agisce secondo regole note solo a loro.
Le Radici del Male abbandona presto i territori del noir per addentrarsi in quelli del cyberpunk fino a diventare una riflessione metafisica sulla malvagità. Facendoci scrutare nell’abisso fino in fondo, Dantec non ci consola con facili spiegazioni psico-sociologiche. I suoi assassini sono figli della società dello svago, uccidono per il gusto di farlo e la loro follia è una riproduzione frattale di quella che si appresta ad investire il mondo nel XXI secolo. Romanzo fluviale che bombarda il lettore di input senza mai cadere nello sfoggio di erudizione fine a sé stesso, il romanzo di Dantec trascende i confini della narrativa di genere per diventare una acuta riflessione sui nostri tempi.

Il 1999 è l’anno di Babylon Babies (ripubblicato con il titolo Babylon A.D. sull’onda dell’adattamento cinematografico). In questo romanzo convergono personaggi, idee e tematiche dei due precedenti e lo si può considerare la fine di un ciclo per Dantec. La storia si svolge in un futuro prossimo in cui il mondo sembra condannato ad una lenta e inesorabile deriva il cui punto d’arrivo è l’abisso. Una violente guerra civile sta insanguinando la Cina e minaccia di espandersi fino alla Russia. Le biotecnologie sono state proibite a livello globale e adesso le mafie ne monopolizzano il mercato. Sette religiose inseguono deliranti piani d’immortalità e si combattono tra loro usando come soldati gang di bikers armate come milizie paramilitari. Torna Hugo Toorop che, scampato al carnaio cinese, viene incaricato da un mafioso siberiano e dal suo socio, un colonnello del GRU, di scortare un carico dalla Siberia al Québec. Il carico in questione è Marie Zorn, una ragazza dal passato misterioso che porta con sé qualcosa che fa gola a molti. Toorop non è l’unico personaggio dei romanzi precedenti a tornare. Ricompare anche il dottor Arthur Darquandier, adesso a capo di un misterioso progetto che come un filo rosso collega il destino delle sue neuromatrici a quello di Marie. Come ne Le Radici del Male Dantec predilige la complessità tempestando il romanzo di una tal quantità di stimoli e rimandi che a tratti si fa fatica ad assimilare nella loro totalità. Questioni concernenti la bioetica e la genetica vanno di pari passo con gli studi sullo sciamanesimo e il DNA di Jeremy Narby, Gilles Deleuze, le intelligenze artificiali e la schizofrenia. Una delle idee più potenti del romanzo e senza dubbia quella della convergenza tra evoluzione biologica, rappresentata per Dantec dalla schizofrenia, e evoluzione tecnologica. Finora questi due percorsi sono andati a due velocità diverse ma se dovessero incontrarsi si assisterebbe ad un nuovo tipo di evoluzione per l’essere umano, né interamente biologico né interamente artificiale, ma una totalità maggiore della somma delle sue parti. Al contrario del suo predecessore, ricco di azione e colpi di scena, Dantec predilige qui uno stile lento, meditativo, lascia diramare la trama tra le vicende di una miriade di personaggi di contorno, senza indulgere troppo nell’azione o nella suspense. Babylon Baibes è principalmente un romanzo di idee e sono queste a farla da padrone. Dopo l’abisso senza fondo, la notte più nera de Le Radici del Male, Babylon Babies è il primo romanzo di Dantec a presentare un elemento salvifico nella figura di Marie perché al contempo rappresenta l’unico personaggio davvero puro del romanzo e perché ciò che porta dentro di lei potrebbe significare un riscatto per l’umanità tutta. Pur essendo precedente alla conversione di Dantec il romanzo è pervaso da un forte senso di misticismo e di attesa millenaristica. Ma si tratta di un misticismo eterodosso che mescola elementi arcaici, come il mito della Vergine, a suggestioni contemporanee (l’ingegneria genetica) con una predilezione per personaggi imperfetti e fallibili come il protagonista Toorop. Il romanzo ha avuto un seguito nel 2012, Satellite Sisters ancora inedito in Italia.

La narrativa di Dantec ha il raro dono di nutrire il cervello e non solo perché è dannatamente intelligente. Ogni suo romanzo contiene spunti che rimandano a nuove letture e nuovi argomenti da approfondire, ed ogni opera si presta a più di una rilettura. Come molti scrittori suoi connazionali possiede una acume raro che lo porta da avere uno sguardo clinico sul mondo e su questo periodo storico. Lasciarlo sullo scaffale sarebbe un peccato.

Fonti

“Solo il caso è reale”. Un incontro con Maurice Dantec

Un cristiano cyberpunk fin troppo scorretto

Ancient interview with Maurice G. Dantec