Teosofia

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Teosofia parte da una constatazione difficilmente contestabile, ovvero che le nostre interazioni sociali sono sempre più mediate dai mezzi di comunicazione: un processo partito con la diffusione capillare dei cellulari e culminato con l’odierna onnipresenza dei social network. Sms, e-mail, chat, foto e video: volenti o nolenti le nostre interazioni vengono registrate e memorizzate, e se potessimo avere accesso illimitato alle memorie di cellulari e PC potremmo ricostruire senza problemi, le vicende umane di chi ha comunicato tramite questi mezzi: è proprio questa opera di “archeologia digitale” l’idea alla base di Teosofia.

Tutto nasce da un incontro in chat tra quelli che all’inizio sono solo due nickname senza volto, dietro cui a poco a poco, conversazione dopo conversazione, emergono i due protagonisti. Da una parte c’è Teo, trentenne intrappolato in una vita monotona e priva di soddisfazioni, dall’altra Sofia studentessa universitaria, ricca, fancazzista e complessata. Entrambi sono alla ricerca di un avventura, di una distrazione, ma il loro rapporto (complice la libertà offerta dal quel limbo virtuale che è la chat) si fa di volta in volta più intimo e non passa troppo tempo che i due decidono di incontrarsi. L’occasione è data da una festa esclusiva organizzata da MasterJoe, un amico di Sofia. Ma la realtà si rivela presto più complessa, e situazioni paradossali, equivoci e gelosia metteranno a dura prova i due.

Il mediometraggio di Michele Vaccari e Lucio Basadonne ( che si firmano Nemo e Joe Menarca) dopo aver vinto il premio del pubblico al Tentacoli Film Festival, è stato distribuito gratuitamente in rete a partire dal 2007 per circa due anni, diventando in breve tempo un piccolo caso (si stima abbia avuto oltre 20.000 download).

Teosofia utilizza un linguaggio perfettamente coerente con ciò che racconta. Vaccari e Bosadonne scelgono di narrare le peripezie dei due protagonisti solo ed esclusivamente tramite i media attraverso cui si evolve la loro relazione, dal primo approccio su un programma di chat stile MSN, per poi passare alle webcam e gli sms, per poi finire a spiare il loro primo incontro fisico attraverso l’occhio delle videocamere digitali e delle telecamere a circuito chiuso. Le uniche concessioni al linguaggio cinematografico classico sono date dal montaggio e dalla colonna sonora. Certo, generi come il mockumentary o il found footage sono stati sdoganati da tempo anche nel cinema mainstream, ma Vaccari e Basadonne hanno l’intelligenza di rileggerli alla luce della rete e dei mutamenti di costume che essa ha portato. Si tratta di un idea forte ed efficace per diversi motivi. Questa scelta permette di mettere in scena una storia molto più densa di quella che i quaranta minuti scarsi di durata (e i 600 euro di budget) avrebbero permesso in un film “normale”, la natura frammentaria, frenetica del racconto bombarda lo spettatore di informazioni frammentarie, incomplete, provenienti dalle fonti più disparate, che permettono però di farsi un quadro complessivo della vicenda e delle vite dei personaggi (si, proprio come accade in rete). Ma il maggiore punto di forza di questa modalità di narrazione risiede nella forte risposta emotiva che essa suscita nello spettatore, una reazione dettata, mi viene da pensare, dall’ormai istintiva associazione tra ripresa amatoriale e realtà.

Partendo da queste premesse sarebbe stato fin troppo facile imboccare la strada del film sperimentale intellettualoide, completamente assorto nella sua sperimentazione sul linguaggio. Per fortuna Vaccari e Basadonne decidono di raccontare una storia e di raccontarla a modo loro. I due protagonisti (interpretati magnificamente da Fabrizio Levrero e Marta Antonucci) sono persone normali, forse pure mediocri, che incappano, a loro spese, in qualcosa di più profondo che una banale scopata, ma sono destinati a capirlo troppo tardi, quando la situazione è ormai sfuggita al loro controllo. I due registi non hanno pietà per i loro protagonisti , li gettano in una storia intrisa di cinismo e cattiveria (una volta tanto genuina), circondandoli di personaggi ambigui e disgustosi. Si ride di gusto per la prima metà del film, ma poi ci si addentra in un territorio più inquietante, che crea nello spettatore un disagio palpabile. Di fronte a questo paesaggio desolante (seppur distorto dalle lenti del grottesco) Vaccari e Basadonne non sputano sentenze o giudizi, salvando così Teosofia dall’ossessione per il messaggio (leggasi “moraletta facile facile”) che ammorba il cinema italiano degli ultimi anni.

Come forse avrete già intuiti dalla recensione, Teosofia non è un film per tutti, sia per i contenuti “forti” (su cui a tratti si sofferma in maniera fin troppo compiaciuta) sia per il suo linguaggio atipico, ma merita sicuramente la visione, essendo l’ennesima dimostrazione della vitalità che si agita nei recessi del sottobosco indipendente italiano.

Il film è disponibile gratuitamente sul canale ufficiale Vimeo del film. QUI.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Hitler

Hitler

Nella sterminata letteratura dedicata ad Adolf Hitler e al Terzo Reich uno dei testi più interessanti è certamente Il Mistero di Hitler del giornalista americano Ron Rosenbaum.
L’autore usa come pretesto una foto di Hitler da bambino per lanciarsi in un indagine su cosa abbia fatto diventare quell’infante uno dei più feroci dittatori che la storia ricordi. Rosenbaum passa in rassegna tutti i tentativi di spiegare l’anomalia Hitler fatti negli ultimi settant’anni da storici, psicologi, filosofi e teologi. Alla fine della sua ricerca Rosenbaum riconosce che è ormai impossibile risolvere il mistero che circonda la figura di Hitler: è passato ormai troppo tempo, troppi documenti importanti sono andati distrutti e i testimoni che gli sono stati più vicino non sono così attendibili come ci piacerebbe pensare.
L’enigma che avvolge l’uomo che è diventato una sorta di omologo del Diavolo per la moderna società secolare ha attirato nel corso dei decenni l’attenzione di romanzieri, registi e artisti. Tra questi c’è anche il mangaka giapponese Shigeru Mizuki, che con questa biografia a fumetti intitolata semplicemente Hitler tenta di dare la sua lettura sulla più grande tragedia del Novecento.
Prima di parlare del fumetto in questione è bene spendere qualche parola sull’autore. Mizuki (scomparso il 30 Novembre 2015 all’età di 93 anni) è stato uno dei più importanti fumettisti giapponesi del Ventesimo secolo. La sua fama è dovuta sopratutto alle storie dedicate  agli yokai, spirti del folklore giapponese e alla sua creazione più fortunata ovvero Kitaro dei Cimiteri. Ma Mizuki non si è limitato solo al fantasy, ma si è dedicato anche al fumetto storico e autobiografico con la lunga serie Showa: A History of Japan .
Durante la Seconda Guerra Mondiale, poco più che adolescente, viene arruolato nell’Esercito Imperiale e spedito a combattere nel teatro del Pacifico.  Durante un raid alleato Mizuki, che è mancino, perde il braccio sinistro. Tornato in patria alla fine della guerra dovrà imparare di nuovo a disegnare con la mano destra. Le tremende esperienze fatte durante la guerra confluiranno in Verso una Nobile Morte, forse uno dei più intensi fumetti antimilitaristi mai scritti. In quest’opera non c’è spazio per la retorica patriottica nè per qualsiasi forma di romanticismo della guerra, c’è solo l’orrore per tante giovani vite spezzate in nome di ideali assurdi.
Per certi aspetti un’operazione analoga viene compiuta nei confronti della vita del Führer. Quando si raccontano le storie di uomini assorti a simboli del male, siano essi dittatori, criminali o serial killer, si cade spesso nella retorica del fascino della malvagità. Ecco quindi che questi individui (che alla fine, ci piaccia o meno, erano in tutto per tutto esseri umani come noi) diventanto fascinosi geni del male. Penso che questo meccanismo assolva a due bisogni per certi versi contraddittori, il primo quello di tracciare una netta linea di demarcazione tra noi e loro, l’altro è appunto la fascinazione per gli eroi negativi che trova sempre terreno fertile presso un certo tipo di pubblico. Nell postfazione lo stesso Mizuki confessa che all’epoca del secondo conflitto mondiale anche lui, allora diciottenne, aveva subito il fascino del dittatore tedesco.
Ma l’Adolf HItler di Mizuki non è un genio del male, nè tanto meno un genio in generale. Raccontandoci la sua vita dagli esordi come pittore a Vienna, Mizuki ci presenta un uomo tanto megalomane quanto inconcludente che per una serie di sfortunate congiunture storiche si troverà alla guida di una nazione. La narrazione è densissima e dettagliatissima con Mizuki passa con disinvoltura dalla vita pubblica di Hitler a quella privata. Gli eventi sono raccontati con taglio quasi cronachistico e dove non ci sono documenti a cui attingere interviene la fantasia di Mizuki. Dal punto di vista visivo come suo solito Mizuki fa muovere  personaggi quasi stilizzati ma estremamente espressivi in ambienti disegnati con piglio fotorealistico.
L’unica chiave di lettura che l’autore tenta è molto suggestiva: al fallimento della sua carriera come artista Hitler reagì dandosi alla politica, poichè per certi aspetti sia l’arte che la politica implicano il creare un’opera nuova, sia essa un quadro o una società. La Germania divenne la sua tela e il sangue il suo colore.
Hitler è un manga diverso da quelli che si leggono di solito ed è un’ottima occasione per scoprire una grande maestro del fumetto e per conoscere meglio un pezzo di storia di cui si parla tanto conoscendolo poco.

La Banda del Brasiliano

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Che piaccia o meno è innegabile che molti giovani filmaker guardino al vecchio cinema di genere italiano come ad una fonte di ispirazione. Gli horror truculenti e caserecci di Lucio Fulci e Joe d’Amato, i poliziotteschi di Umberto Lenzi e Fernando Di Leo sono divenuti punti saldi nell’immaginario di questa nuova generazione di registi indipendenti. Si potrebbe liquidare il fenomeno come un infatuazione modaiola, come un modo per accodarsi all’onda della rivalutazione critica che è stat fatta di questa stagione del nostro cinema. Oppure come un prodotto del classico atteggiamento da fan che eleva queste pellicole allo status di cult a prescindere dal loro effettivo valore artistico. Altri, invece, lo ritengono, forse un po’ romanticamente, un processo inevitabile: giovani registi squattrinati, costretti ad auto prodursi, spesso posti al di fuori del circuito del cinema romano, che vedono sé stessi come eredi di quella generazione di artigiani del cinema bistratti e ridicolizzati, i cui lavori però mantenevano in attivo (così vuole la leggenda) i conti delle case di produzione, mentre i registi seri si beccavano i premi e gli onori. Si tratta di due visoni drastiche e idealizzate. Forse stavolta la verità sta davvero nel mezzo, con le opportune oscillazioni verso una parte o verso l’altra a seconda del singolo caso.

Quando si sceglie di omaggiare un determinato genere, sopratutto se si tratta di un genere di nicchia, i risultati sono spesso deludenti. A meno di non essere Quentin Tarantino, il prodotto finito sarà un film che ricalca con la fedeltà maniacale propria del fan tutti gli stilemi estetici e narrativi del genere di riferimento, sarà disseminato di citazioni esoteriche dalle pellicole più note come dai titoli più bizzarri e oscuri, ammiccamenti che verranno colti solo da coloro che tra il pubblico sono stati iniziati ai Sacri Misteri del Cinema di Genere. In poche parole ci si ritrova con un film che difficilmente verrà apprezzato al di fuori della cerchia di pubblico di riferimento. Un esercizio di manierismo con poco o nulla da dire. Questa lunga introduzione l’ho fatta giusto per mettere in chiaro una cosa: La Banda del Brasiliano non è niente del genere. Anzi, è tutt’altra cosa.

Realizzato da John Snellinberg, nome collettivo con cui si firma un gruppo di giovani registi pratesi, con un budget di appena 2000 euro, La Banda del Brasiliano è una sorta di Milano Odia: La Polizia non può Sparare trapiantato nella provincia toscana, che dagli anni Settanta viene teletrasportato negli anni Duemila e con Carlo Monni al posto di Henry Silva.

Un impiegato del comune di Vaiano viene rapito da un gruppo di banditi conosciuti come la Banda del Brasiliano. Si tratta di quattro trentenni disoccupati (o comunque prossimi a perdere il lavoro) che hanno deciso di iniziare una campagna di terrore indirizzata contro quelli che vedono come i loro nemici: la generazione dei cinquantenni, quella dei loro genitori. Sulle loro tracce si mettono il duro e disilluso Ispettore Brozzi e il goffo assistente Vannini.

Piuttosto che mettere in scena una rievocazione pedissequa di un cinema ormai estinto ad uso e consumo del pubblico cinefilo, gli Snellinberg hanno usato l’estetica e l’immaginario di quel cinema che spopolava nell’Italia di quarant’anni fa per raccontare, a modo loro, l’Italia di oggi. Certo, il plot si sviluppa lungo i binari abituali del poliziottesco e l’ispettore Brozzi, interpretato dal grande Carlo Monni, sembra davvero il protagonista ormai invecchiato di un film di Fernando Di Leo. Tuttavia, a partire dall’ambientazione provinciale che trasuda normalità e ordinarietà in ogni fotogramma, si capisce che il film andrà a muoversi in territori assai diversi da quelli dei suoi modelli.

I membri della Banda sono trentenni che una volta finiti gli studi si sono trovati catapultati in un mondo del lavoro fatto di impieghi precari e di retribuzioni ridicole, di soprusi e di possibilità uccise sul nascere da una generazione, quella dei loro padri, che ha divorato tutto senza lasciargli nulla. Parafrasando il Brasiliano “ci avete dato i mezzi ma ci avete tolto gli scopi”. Nonostante il forte sottotesto sociale, fortunatamente la pellicola non si trasforma neanche per un secondo in un comizio filmato. Invece, grazie ad un buon lavoro di scrittura, ai momenti più drammatici fanno quasi sempre da contraltare siparietti comici e grotteschi.

Gli uomini del Brasiliano non sono criminali professionisti, ma un gruppo di disperati che hanno modellato i loro “personaggi” sui criminali dei film poliziotteschi, film di cui il Brasiliano è un fan sfegatato. Il Brasiliano è assieme a quello di Monni, il personaggio più memorabile, un bandito cinefilo che, fallito come regista, vuole omaggiare il cinema che tanto ama mettendolo in scena nella vita vera. Esaltante il momento in cui espone ad un ostaggio terrorizzato i parallelismi che vede tra il declino dell’Italia e la morte del grande cinema italiano.

La regia fa uso e abuso di tutti marchi di fabbrica del cinema anni settanta, come le classiche zoomate repentine sui volti e le riprese delle strade cittadine dal parabrezza dell’auto. Al di là di queste strizzate d’occhio, gli Snellinberg non hanno lasciato nulla al caso, riponendo particolare attenzione nella costruzione delle inquadrature e nella gestione dei movimenti di macchina. La colonna sonora contribuisce in maniera determinante a conferire alla pellicola un atmosfera vintage, con pezzi dalle sonorità che richiamano le colonne sonore di quegli anni, tra cui spiccano alcuni contribuiti degli specialisti Calibro 35. L’unica pecca in questa produzione che per molti altri aspetti dimostra di saper aggirare i limiti di un budget irrisorio, è la recitazione a volte troppo dilettantesca, che se in alcuni punti viene riscattata dalla fisicità e dall’estro degli interpreti in altri risulta non all’altezza.

In parte omaggio cinefilo, in parte amaro ritratto della “generazione perduta”, La Banda del Brasiliano è divenuto un piccolo caso, accumulando decine di proiezioni in giro per l’Italia e venendo distribuito in DVD. Al di là dei limiti tecnici comunque fisiologici in produzioni di questo tipo, La Banda del Brasiliano riesce dove nomi più altisonanti hanno fallito, ovvero raccontare l’Italia di oggi attraverso la lente del cinema di genere, mettendo in scena sia una dichiarazione d’amore per quel cinema grezzo e selvaggio spazzato via dalla paccottiglia televisiva, sia un l’urlo rabbioso e sincero, quello di una marea di giovani (e meno giovani) privati del loro avvenire.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Sogni di Gloria

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Anche il più ignorante degli studenti di cinema saprà dirvi che la commedia è stato il genere cinematografico che maggiormente ha saputo raccontare la società italiana, di narrarne le trasformazioni culturali e le contraddizioni che l’hanno attraversata dal dopoguerra in poi. Il nostro studente immaginario saprà senz’altro dirvi anche che a partire dai nefasti anni Ottanta la grande tradizione della commedia all’italiana è stata soppiantata da un orrida caricatura della stessa, la quale, oltre ad avere eletto la flatulenza a massima espressione della comicità nostrana, ha smesso di raccontare gli italiani con quell’onesta implacabile che ha reso grande il genere, per raccontare un Italia fatta di vacanze, lusso e mondanità che esisteva sopratutto sulla celluloide e sugli schermi televisivi. Di tutto questo, a meno che non viviate su Marte, vi sarete senz’altro accorti anche voi.

Negli anni della Crisi, in cui l’Italia è scossa da mutamenti traumatici e forse irreversibili, si sente più che mai l’assenza di pellicole che attraverso il linguaggio del cinema popolare possano narrare questo momento di incertezza. Segnali incoraggianti in questo senso arrivano dal cinema indipendente. Infatti nell’ultimo anno sono arrivate in sala due commedie che raccontano realtà quali la disoccupazione e il precariato, ovvero Spaghetti Story e Smetto quando voglio, film che hanno ottenuto riscontri da pubblico e critica tanto ottimi quanto inaspettati. A queste pellicole va aggiunto Sogni di Gloria, ultima fatica del collettivo di registi pratesi John Snellinberg.

Il film è diviso in due episodi, ambientati entrambi nella medesima, anonima, cittadina toscana. Protagonista del primo episodio è Giulio, un trentenne cassaintegrato la cui unica speranza di lavorare è venire estratto ad una sorta di lotteria che il suo datore di lavoro usa per decidere chi tra gli operai in cassa integrazione lavorerà questo mese. Il tempo passa e il nome di Giulio non sembra voler uscire. Sua zia costringe il ragazzo a sorbirsi interminabili messe, nella speranza (letteralmente) di un aiuto dal cielo . Disilluso, Giulio perde prima la fede nella possibilità di ricominciare a lavorare, poi quella religiosa. Su consiglio di un amico, Giulio decide così di sbattezzarsi compilando un apposito modulo. Venuta a sapere delle intenzioni sacrileghe del nipote, la zia escogita un piano per far ritrovare la fede a Giulio e salvare così la sua anima. La donna convince il marito, attore di teatro dilettante, a fingersi morente. Il piano sembra funzionare, ma un imprevisto ribalterà la situazione …

Anche il protagonista del secondo episodio si chiama Giulio. Tuttavia il suo vero nome è Kan. Infatti il Giulio di questa storia è un ventenne cinese, studente di enologia e viticoltura all’università, nonostante la contrarietà della famiglia che lo vorrebbe ingegnere. Giulio è, inoltre, ancora innamorato della sua ex fidanzata italiana che di lui però non vuole saperne. Il ragazzo finisce per fare amicizia con Maurino, un navigato e vissuto giocatore di carte, il quale lo prende sotto la sua ala e inizia ad allenarlo nelle discipline del tresette e della briscola, in vista di un torneo in cui i due affronteranno una serie di bizzarri e variopinti sfidanti.

Dalla loro opera prima, ovvero La Banda del Brasiliano, gli Snellinberg riprendono i temi del precariato e dello scontro generazionale per rileggerli sotto una luce nuova. La Banda del Brasiliano raccontava del conflitto tra padri e figli, Sogni di Gloria racconta piuttosto delle difficoltà e delle incomprensioni che sorgono quando due generazioni pur così vicine provano ad aiutarsi, ma anche della forza dei rapporti che si possono creare tra persone all’apparenza lontanissime. Le frizioni tra vecchie e nuove generazioni sono il nodo centrale della narrazione e nella provincia in cui hanno luogo le vicende del film tale frizione è immediatamente visibile: i giovani protagonisti,i quali incarnano i problemi e le incognite di questi anni , si muovono in luoghi che evocano un Italia che appartiene sempre più al passato(l’oratorio, il circolo in cui si tiene il torneo di carte).

Nel primo tragicomico segmento si ride parecchio, ma la risata ha un retrogusto amaro, essendo palpabile l’atmosfera di incertezza e fatalismo in cui vive immerso il protagonista, alla cui angoscia Gabriele Pini da corpo e voce in maniera eccezionale. Tuttavia il personaggio più memorabile dell’episodio è quello di Don Mariano (Riccardo Goretti), giovane parroco interessato più che alle questioni spirituali, a quelle calcistiche.

Il secondo episodio è quello più riuscito, nel quale il canovaccio da commedia sfuma in una sorta di epica “da bar” al tempo stesso esaltante e toccante. Questa storia di rapporto discepolo-maestro, di vecchi rancori, di conti da regolare al tavolo da gioco, è parsa a chi scrive (che su queste cose, è bene ribadirlo, è incline alla pareidolia), anche un neanche tanto velato omaggio al cinema sportivo alla Rocky e a quello di arti marziali. Il rapporto tra il maestro Maurino e l’allievo Giulio è un efficace ribaltamento il ribaltamento dell’abusatissimo cliché originatosi con Karate Kid, con la sostanziale differenza che le lezioni pratiche e filosofiche di Maurino mi sono parse più sensate, mentre il temibile avversario finale, il Disumano, svolge una funzione analoga a quella dei tanti epigoni di Ivan Drago. Onanismo cinefilo a parte, l’episodio riesce davvero a catturare il cuore, e vanta una sequela di personaggi memorabili, dal già citato Disumano, passando per le letali Sposine fino al becchino che sfrutta le sue capacità medianiche per sapere quale carta calare. Gran parte del merito dell’alchimia che fa funzionare il tutto è del grande Carlo Monni, qui nel suo ultimo ruolo, che ci regala un ultima interpretazione intensa e sentita.

Tutto ciò c’era di buono ne La Banda del Brasiliano è germogliato e fa piacere vedere quanto lo stile degli Snellinberg sia maturato. La regia si è ulteriormente raffinata e nel complesso risulta più ragionata, essenziale ed efficace. Un analoga evoluzione la si può constatare nella gestione degli attori e nella scrittura dei dialoghi. Infine, è d’obbligo menzionare la notevole colonna sonora ad opera dei Calibro 35, vera coprotagonista del film.

Divertente, pungente e perfino commovente, Sogni di Gloria è una di quelle pellicole che dimostra come per uscire dall’abisso produttivo e qualitativo in cui il cinema italiano è impantanato da decenni, ci sia bisogno anche di un cinema popolare semplice, onesto e intelligente, che sappia trarre ispirazione da uno sguardo originale sulla realtà quotidiana del paese.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

W Zappatore

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Ci sarà sicuramente nella vostra cerchia di amici e conoscenti almeno un individuo bizzarro e sopra le righe di cui avrete pensato “Ehi, sarebbe da girarci un film su di lui”. Se è così non vi preoccupate, è normalissimo. Massimiliano Verdesca però si è spinto oltre e un film su un suo amico l’ha girato per davvero. La sua “musa ispiratrice” è Marcello Zappatore, ex compagno di scuola che aveva perso di vista per alcuni anni. Verdesca gli ha cucito addosso prima un corto, In religioso disagio, e poi un lungometraggio, questo W Zappatore.

Al catechismo avrete senz’altro imparato che Dio si manifesta principalmente agli ultimi e talvolta anche ai peccatori per redimerli, W Zappatore porta quest’idea alle estreme conseguenze, con Zappatore (nei panni di sé stesso) chitarrista di una band metal satanista a cui improvvisamente spuntano le stimmate. Buttato fuori dalla sua band, lasciato dalla sua ragazza, Zappatore deve trovare un nuovo posto nel mondo per sé stesso e nel frattempo fare i conti con la madre ultrareligiosa che vorrebbe redimerlo e con una nonna arzilla e trasgressiva ( Sandra Milo), che invece vuole riportarlo nella strada del rock n’roll.

Con una trovata del genere può essere grande la tentazione di buttare tutto nella caciara demenziale, rinunciare ad ogni pretesa di regia ragionata e di serio lavoro sugli attori, nascondendo il tutto dietro l’esile paravento del “trash consapevole di essere trash”. Queste scelte sarebbero state anche di facile presa nei confronti di certe fette di pubblico, invece Verdesca , molto coraggiosamente, decide di seguire una precisa poetica, spiazzante e non adatta a tutti ma che risulta originale e fresca. Le bizzarre avventure di Zappatore sono portate su uno schermo con un cura formale davvero notevole, con una predilezione le inquadrature simmetriche, che sintetizzano il conflitto tra le due parti per l’anima di Zappatore.

Più che avere un intreccio vero e proprio, la trama procede per episodi, che vedono Zappatore di volta in volta, suonare con un decrepito sosia di Elvis, rinchiudersi in un convento e altre amenità simili, mentre le sue stimmate peggiorano sempre di più. Tutti questi siparietti, venati di una comicità spiazzante e “glaciale” (che strizza l’occhio a film come Leningrad Cowboys Go America) sono l’occasione per far sfilare di fronte alla macchina da presa una parata di personaggi assurdi, a partire dal leader della band di Zappatore, un bruto enorme e irsuto che si esprime solo in dialetto leccese stretto (opportunamente sottotitolato). In questo comparto è notevole il lavoro fatto sugli attori, quasi tutti non professionisti, con scelte azzeccate di corpi e facce, a partire dallo stesso Zappatore, strepitoso nella sua apatia

Ma forse uno dei personaggi più riusciti del film è l’ambiente in cui Zappatore si muove, una Puglia fatta di palazzoni di cemento e spiagge sudice e desolate, contrapposta con lo spettrale campo zeppo di croci che Zappatore vede nelle sue visioni mistiche, un contrasto che riassume ancora una volta il conflitto che sta alla base del film, il conflitto tra le due anime di Zappatore, che forse sono un po’ le due anime del nostro Paese, perennemente in bilico tra un passato arcaico e tradizionale ed una modernità che forse è già sorpassata. Conflitto che culmina nel breve ed intenso monologo della Milo:

Se hai una vita di merda perché hai ascoltato tuo padre, tua sorella, il tuo prete che ti dicevano come farti gli affari tuoi, quella vita di merda te la meriti”

Una filosofia che andrebbe applicata, oltre che nella vita, anche nel fare cinema in Italia.

 

Un piccolo post scriptum sulla distribuzione del film : I tipi di Distribuzione Indipendente hanno proiettato il film in un circuito di sale selezionate per poi renderlo disponibile dopo una settimana sulla piattaforma di Video On Demand OwnAir. A mio parere si tratta di una scelta intelligente in un periodo in cui la crisi sta spazzando via cinema d’essai e videoteche, lasciando terreno libero al dominio dei multiplex, una scelta che preserva lo spazio per un cinema alternativo e al tempo stesso lo amplia, rendendone possibile la fruizione ad un pubblico molto più ampio.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

La Fine del Mondo

World's End

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“Scusi, ce l’avete l’Alba dei Morti Dementi?”

Il commesso del Blockbuster, un ragazzone di bell’aspetto picchiettò sulla tastiera del pc.

L’Alba dei Morti Viventi? Guarda è in quello scaffale là in fondo, terzo ripiano”

Il ragazzino che aveva chiesto il film esitò un attimo. Poi:

“No, io volevo l’Alba dei Morti Dementi.

Il commesso fece quell’espressione da “mi stai prendendo per il culo o che?”

Viventi vorrai dire”

“No, proprio dementi

Quel ragazzino ero io, e questo è stato il mio primo incontro con il cinema di Edgar Wright e del duo Simon Pegg/ Nick Frost. Ed è anche stato il momento in cui ho iniziato ad odiare i titolisti italiani, poiché il titolo originale de L’Alba dei Morti Dementi, uscito in Italia con un anno di ritardo e direttamente in home video, era Shaun of the Dead. Qualche giorno dopo riuscì comunque a procurarmi il film e me ne innamorai. Penso di averlo rivisto almeno otto volte da quel lontano 2005.

Nell’estate 2007 fu la volta del nuovo sforzo del dinamico trio, Hot Fuzz, visto in una sala vuota della multisala. Con questi due film Wright, Pegg e Frost hanno mostrato al mondo come sia ancora possibile fare del cinema di genere denso di ironia e intelligenza, tanto che Quentin Tarantino li ha chiamati a dirigere e interpretare uno dei finti trailer di Grindhouse. Negli anni trascorsi da Hot Fuzz, questi tre ragazzacci inglesi si sono concentrati sulle loro carriere soliste: Pegg e Frost sono apparsi rispettivamente in Star Trek e I Love Radio Rock, oltre a scrivere e interpretare un altro film in coppia, Paul, divertente ma non all’altezza dei due precedenti. Wright invece ha girato il suo primo film americano, Scott Pilgrim Vs. the World, un giocattolone francamente deludente.

Nel 2012,dopo tanti rimandi è finalmente arrivato il terzo capitolo di quella che i diretti interessati hanno ribattezzato la “Cornetto Trilogy”: The World’s End.

Mi sono avvicinato a questo film con le farfalle nello stomaco. Da una parte non vedevo l’ora di vedere un nuovo exploit dei tre, poiché ormai battute, espressioni e citazioni da Hot Fuzz e Shaun of the Dead fanno parte della mia personale mitologia. Dall’altra temevo che questo sarebbe stato il capitolo flop, e non solo perché il terzo episodio è di solito quello più difficile. Su quest’ultimo punto, per fortuna mi sbagliavo di grosso.

Gli Ingredienti di Shaun erano “commedia romantica” più “epidemia zombie”. Quelli di Hot Fuzz “horror rurale britannico” più “film d’azione tamarro” più “satira sulla provincia inglese”. The World’s End si può riassumere in “crisi di mezza età” più “birra” più “alieni”.

Gary King è un quarantenne fallito che decide di ricontattare i suoi amici delle superiori per ritentare l’impresa che avevano fallito vent’anni prima: scolarsi pinte attraverso tutti i dodici pub della loro cittadina natale fino a giungere al pub più famigerato di tutti, il World’s End. I nostri eroi si imbarcano nell’impresa ma dovranno fare presto i conti con il fatto che sono cresciuti e cambiati, che non sono più scafati diciottenni. Ma non sono solo loro ad essere diversi, qualcosa di strano sembra permeare la loro cittadina natale e scopriranno presto di cosa si tratta: tutti gli abitanti sono stati sostituiti da replicanti al servizio di un intelligenza aliena dai misteriosi intenti. Riusciranno Gary e i suoi amici a salvare il mondo? Ma soprattutto riusciranno ad arrivare ancora in piedi al World’s End?

World’s End mantiene lo stesso approccio al genere che aveva reso grandi due film precedenti. Wright e Pegg, che firmano anche la sceneggiatura, dimostrano di conoscere a fondo i generi in cui si infiltrano e dove   innestano massicce dosi di commedia. Questa volta è il turno della fantascienza, con un occhio di riguardo a classici della sci-fi british come Il Villaggio dei Dannati e alle atmosfere di certi episodi di Doctor Who. L’operazione è condotta come al solito con grande tatto senza mai sfociare apertamente nella parodia.

Questo ultimo capitolo della trilogia si riallaccia direttamente al primo, a Shaun of the Dead, e non solo per l’importanza che i pub rivestono all’interno della storia. Il film del 2004 era la storia di due trentenni intrappolati in una sorta di limbo post-adolescenziale che erano costretti a crescere dall’irrompere di un apocalisse zombie. Qua invece abbiamo un gruppo di quarantenni che vuole tornare ai loro anni ruggenti. In Shaun of the Dead era il passaggio all’età adulta (simboleggiato dal sacrificio della madre e dell’amico del cuore) a permettere al protagonista di salvarsi, qua invece la soluzione sarà ben diversa e decisamente più imprevedibile. In quest’ottica World’s End pare una versione aggiornata e rivista di Shaun of the Dead, alla luce di quasi dieci anni di maturazione artistica, alla luce di un età della vita diversa. Infatti è innegabile che lungo tutto il film si respiri una aria decisamente malinconica e lievemente agrodolce, simile a quella che si respira alle periodiche cene di classe delle superiori.

A suggellare questo cambiamento di tono c’è una vera e propria rivoluzione copernicana sul piano attoriale, ovvero lo scambio di ruoli nel duo Pegg/Frost. Nei due film precedenti Pegg aveva sempre avuto la parte del personaggio più maturo mentre a Frost toccava la parte dell’ingenuo e del casinista. I ruoli qua si invertono, Frost si becca un personaggio complesso e tormentato, Pegg interpreta l’idea platonica del coglionazzo. I due, che già funzionavano alla grande nella precedente configurazione, colgono l’occasione per regalare performance enormi, specie Frost si scopre capace di un intensità che non avresti mai detto. Anche il cast di supporto è valorizzato e calato dentro personaggi caratterizzati in maniera sottile ed efficace.

World’s End è una visione obbligata per chi ha amato i due film precedenti (che nel caso non aveste visto vi imploro di recuperare, è per il vostro bene) ,per tutti gli amanti della fantascienza, specie in questo periodo di vacche magre e per chi ama il cinema di genere vitale e intelligente.

I Rec U

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I film prima o poi finiscono. Quando finiscono ci sono i titoli di coda. E dopo i titoli di coda c’è la vita. Dopo i titoli di coda di I Rec U ci impieghi un po’ per riuscire a tornare alla vita visto che la tua testa fa fatica a razionalizzare tutto il ben di Dio che è passato sullo schermo nelle due ore precedenti.

Dopo due anni di attesa, il 25 Gennaio si è tenuta in quel di Foligno la prima mondiale di I Rec U , seconda opera cinematografica del fumettista Federico Sfascia, una coproduzione che ha visto coalizzarsi alcune tra le realtà più interessanti del panorama indie italiano ovvero I Licaoni (Kiss Me Lorena e l’esilarante web series Corso di Cazzotti del Dr. Johnson), la PALONEROfilm (quelli dietro Bumba Atomika) e la Krakatoa Ink (Ai Confini della Fandonia).

La prima cosa che mi viene da dire su I Rec U è che si tratta di un film coraggioso: coraggioso per la storia che racconta, per come la racconta e per il suo approccio al cinema. La seconda è che I Rec U ti rimane dentro, ti trovi a rifletterci e a riciclare le migliori battute mentre scherzi con i tuoi amici. Se un film persiste per così tanto nella tua mente di solito è perché si tratta di un gran film.

Il protagonista della storia è Neve, un ragazzo di diciotto anni con cui la vita non è stata affatto buona: abbandonato dal padre, orfano di madre, Neve soffre di un singolare disturbo della vista, la Sindrome di Testastoppino (dal suo cognome, essendone l’unico caso documentato), che gli fa vedere le donne sfocate (oltre a procurargli convulsioni se le fissa troppo insistentemente). L’unico modo per Neve di vedere le ragazze chiaramente è guardarle attraverso le immagini registrate nelle videocassette: per questo motivo un mefistofelico luminare dell’oculistica (Terry Gilliam, in un memorabile cammeo) costruisce per il ragazzo uno speciale paio di occhiali equipaggiato con una telecamera che registra ogni momento della sua vita e permette a Neve di condurre un esistenza normale. A causa della sua bizzarra condizione, Neve cresce solo e isolato e conosce le donne solo attraverso i film, maturando così un idea dell’amore del tutto distorta. Un giorno Neve incontra Penelope, l’unica ragazza che il giovane riesce a vedere ad occhio nudo . Convinto che si tratti dell’amore della sua vita, Neve decide di cercare di conquistarla,una missione doppiamente difficile , visto che dovrà avventurarsi fuori dal suo mondo fatto di film e sogni ad occhi aperti. Ad aiutarlo nell’impresa ci sono Max, il suo fratello maggiore, ex musicista e donnaiolo, e Faustine, la vecchia fiamma di quest’ultimo, diventata una scienziata e interessata a studiare il caso di Neve …

Se tutto ciò vi sembra strano aspettate di vedere il resto. Uno sceneggiatore più pigro si sarebbe fermato a questa singola trovata e ci avrebbe imbastito sopra tutto il film, non è il caso di Sfascia che invece gioca al rialzo, inserendo nella storia elementi sempre nuovi: dimensioni parallele, mostri fatti di pellicole, film dentro al film e tante altre cose che sarebbe un delitto svelare . Dentro I Rec U c’è veramente tanto, c’è un immaginario fantastico che corre a briglia sciolta, che attinge da svariate fonti (il già citato Gilliam, molto horror anni 80 e addirittura i miti classici) , al servizio di una storia personalissima e sentita.

È proprio questa sincerità di fondo uno degli aspetti che colpisce di più. Se è difficile inquadrare I Rec U in un genere preciso e invece molto facile capire il tema a cui gira intorno: l’amore, o meglio la continua ricerca dell’amore e le aspettative e le speranze che nutriamo per esso. Un tema così grande viene affrontato in maniera matura, sincera e come dicevo all’inizio, coraggiosa, senza cercare scappatoie facili nella retorica da Baci Perugina o nel cinismo di plastica che appesta molte narrazioni odierne. Un approccio che si riflette per forza di cose nei personaggi, in cui riesci a scorgere qualcosa di te e a cui finisci per affezionarti, salvo poi vederli gettati in situazioni in cui temi davvero per la loro sorte.

La storia come si è già detto, prosegue per accumulo di elementi e cambia pelle in continuazione, con bruschi cambi di tono e ritmo, parte come una commedia surreale per poi svoltare nei territori del fantastico avventuroso per giungere verso parte finale permeata di malinconia. Una discontinuità che può apparire caotica ai puristi dell’eleganza formale e della (presunta) buona scrittura, ma che alla prova dei fatti risulta coinvolgente e spiazzante al tempo stesso.

L’aspetto visivo e registico è interessante e stimolante, è palese come la formazione fumettistica del regista abbia contribuito a dare a I Rec U un estetica tutta sua, ed è altrettanto palese come il talento dei tanti collaboratori sia stato decisivo nel dare vita al mondo immaginato da Sfascia. L’universo di I Rec U (soprattutto il suo lato più spettrale) ha una potenza visiva straordinaria e viene portato in scena facendo affidamento su effetti speciali e scenografie rigorosamente “old school”: dai mostri (fighissimi) realizzati con costumi e animatroni, fino alla dimensione parallela, che alterna scenografie minimali a lugubri paesaggi realizzati con modellini.

Ci sarebbe molto altro da dire, molte altre cose di cui parlare (come la prova eccezionale data dal cast o la bellissima colonna sonora) ma rischio di finire come il critico cinematografico di Cigarette Burns alle prese con la recensione di La Fin Absolute Du Monde: visto che non voglio passare i prossimi dieci anni recluso in una baita sommerso da fogli dattiloscritti passo subito alle considerazioni finali.

I Rec U  fa attraversare allo spettatore tutto lo spettro delle emozioni umane, ti fa ridere, ti fa esaltare e infine ti fa commuovere, e nonostante il suo look da fumetto in carne ed ossa getta uno sguardo sui sentimenti tremendamente vero. È un film capace di colpire direttamente al cuore (e chi ha visto il film sa di che tipo di cuore parlo). I Rec U è un film sull’amore ed è una dichiarazione di amore verso il cinema.

Adesso I Rec U partirà alla volta di vari festival internazionali dove spero possa raccogliere tutti i plausi e i riconoscimenti che gli spettano, e che magari riceva l’attenzione che merita qua in patria, perché il film di Sfascia e soci è la dimostrazione che se ci sono serietà, passione, idee e voglia di rischiare allora in questo paese è ancora possibile fare del cinema vivo e vitale.

Film completo su Youtube

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.