Ai Confini della Fandonia

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Penso che i Krakatoa abbiano la capacità di spaccare il pubblico come poche altre cose. Se siete persone a modo, equilibrate e con una vita sociale e affettiva soddisfacente probabilmente vedrete nelle loro opere il lavoro di simpatici cazzoni che imbrattano pagine e schermi con fantasie contrarie al comune buon gusto e ad ogni canone estetico accettato. Se invece, come me, siete gente che vede poesia nei mostri in stop motion, per le quali le secchiate di sangue finto sono il naturale culmine di una gag comica, per cui l’universo è crudele e tanto vale riderci sopra, sicuramente vedrete nei Krakatoa un gruppo di eroici iconoclasti, un nucleo di resistenza contro l’omologazione dell’immaginario. Probabilmente entrambe le visioni sono in qualche modo valide, ma se propendete per la seconda fossi in voi inizierei a preoccuparmi.

Attivi dal 1997 i Krakatoa ( che si autodefiniscono “il boato nella psiche fragile del cineamatore”) si dividono tra fumetti e cinema, facendo dell’autoproduzione e della scarsità di mezzi un tratto distintivo, trasformando quelli che per altri sarebbero limiti in in una vera e propria scelta estetica. Sul versante fumettistico non si può non citare il loro Carogne , una cattivissima storia a base di zombi e serate alcoliche, che contiene tutti gli elementi della loro poetica: l’immaginario horror e fantascientifico, l’umorismo che oscilla tra il grottesco e lo scurrile, una sorta di bizzarro ibrido tra i Monty Python e i filmacci della Troma.

Ai Confini della Fandonia: L’uomo che flagellò l’intelletto contiene tutti gli ingredienti sopracitati. Protagonista della storia è un giovane studente universitario che nonostante i suoi sforzi non riesce a superare alcun esame. Il ragazzo è frustrato e ritiene colpevoli della sua situazione tutti i grandi pensatori di cui è costretto a studiare le opere. L’occasione per vendicarsi arriverà quando il giovane entrerà in possesso di una Lavatrice del Tempo. Grazie al prodigioso ordigno , il ragazzo inizierà a viaggiare nel tempo per eliminare gli odiati pensatori. Dopo la mattanza di poeti, filosofi e scienziati, il nostro eroe torna nel presente per scoprire che ha ridotto il mondo ad una landa dominata da violenza e brutalità. E questo è solo l’inizio delle sue disavventure.

Il film dei Krakatoa non tenta neanche per un attimo di assomigliare al cinema “serio”, sia nella messa in scena che nella struttura narrativa, ed è proprio questo il suo pregio più grande. I Krakatoa lanciano lo spettatore in una corsa sfrenata in cui si susseguono a velocità impressionante decine e decine di trovate, in cui si salta da un genere all’altro senza apparente soluzione di continuità. Dentro c’è di tutto: comicità demenziale, mostri, post-apocalisse e splatter, quasi troppa roba per soli sessanta minuti.   Nonostante la povertà di mezzi e l’atmosfera caciarona che si respira lungo tutta la pellicola, la regia Dagoberto Brasile è attenta e ricca di soluzioni interessanti.

Come avrete intuito, Ai Confini della Fandonia non è un film per tutti i palati, anzi forse i palati in grado di apprezzarlo sono davvero una nicchia ristretta. Se amate un certo tipo di immaginario,se non potete fare a meno di vedere quel genere di filmacci a cui i Krakatoa fanno un sentito omaggio con questo film, allora potreste essere il pubblico ideale per Ai Confini della Fandonia. Un cinema estremo, anarchico, eccessivo, ma di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

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Soliloquio: Emmerich, l’Ejzenštejn dell’americanata

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Mi è capitata sotto gli occhi la notizia dell’imminente uscita di Stonewall, film dedicato alla famosa rivolta di Stonewall appunto, accaduta la notte del 27 Giugno 1969, vicenda che ha segnato un punto di svolta nella lotta per diritti delle persone LGBT. Mi ha lasciato perplesso scoprire che alla regia c’è Roland Emmerich. Si chiaro, sono certo che il vecchio Roland (gay e attivista LGBT lui stesso) si sia imbarcato in quest’impresa con le migliori intenzioni, ma faccio fatica a immaginare come la poetica catastrofica a cui ci ha abituato per più di vent’anni possa servire a raccontare temi così delicati.
Parlare di Roland Emmerich e dei suoi film mi riporta inevitabilmente alla mia infanzia. Chiunque sia cresciuto negli anni Novanta avrà almeno visto uno dei suoi film al cinema. Io e i miei amici delle elementari aspettavamo con ansia l’annuale replica di Stargate o Indipendence Day per poi discuterne a colazione nel corridoio della scuola “Hai visto quando disintegrano New York?” “E la scena in cui esplode l’astronave madre?”
Assieme a Jurassic Park, Indiana Jones e Rambo i film del tedesco (anche se non sapevamo fossero suoi, visto che pensavamo che tutti i film del mondo fossero girati da Steven Spielberg) formavano una sorta di bizzarro canone cinematografico degli ottenni.
Insomma, col tempo sono arrivato ad accettare che Emmerich ha formato una parte, anche se piccola del mio immaginario.

 
Ma sgombriamo subito il campo da equivoci: non è mia intenzione rivalutare i film di Emmerich o elevarli ad un qualche status di “cult”. Non sono uno di quegli sciagurati che mitizzano tutto ciò che appartiene alla loro infanzia o adolescenza. Mi interessa più che altro rivedere, spesso a distanza di anni, cose che un tempo mi avevano colpito. Fa un effetto strano, anche perchè l’alone magico che questi film avevano un tempo se ne è ormai andato.
Il mio primo incontro con il buon Emmerich fu con Stargate. Lo vidi in televsione e lo registrai, consumando il nastro della VHS negli anni seguenti. Essendo all’epoca io un bambino affascinato dall’Antico Egitto e appassionato di fantascienza, questo film non sfondava una ma ben due porte aperte, mescolando le due cose in una trama che sembra uscita da un libro di Peter Kolosimo.
Breve riassunto della storia per quei due che non l’hanno visto: il dottor Daniel Jackson, studioso emarginato dalla comunità scientifica per via delle sue teorie bizzarre, viene arruolato in un progetto segreto volto a decifrare alcuni geroglifici che nascondono il modo di far funzionare uno strano artefatto trovato in Egitto decenni prima. Jackson, grazie alla sua conoscenza dell’egiziano antico ci riesce e si scopre che l’artefatto è una porta per un mondo alieno. Viene inviata un gruppo di militari con Jackson al seguito che scoprono un pianeta abitato da umani, molto simile per cultura e ambiente all’antico Egitto. Non fanno in tempo ad ambientarsi che ecco arrivare, con la sua astronave a forma di piramide, il despota alieno che controlla il pianeta e contro cui i protagonisti dovranno scontrarsi.
Rivisto oggi il film brilla per un buon cast che annovera James Spader, Kurt Russell (che ha la battuta migliore del film “Porta i miei saluti a Tutankhamon, stronzo!“) e Jaye Davison, quello de La Moglie del Soldato, qui alla sua ultima interpretazione prima dell’addio alle scene. Come tutti i film di Emmerich, Stargate mette a dura prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore. ll peggio però e la schematicità, la dicotomia assoluta sui cui pone tutto il film, con i soldati americani buoni da una parte e i tiranni extraterrestri (ma leggasi mediorientali) dall’altra e il popolo oppresso in mezzo che aspetta il salvatore, incarnato dal biondo personaggio di James Spader. A otto anni non ci fai caso, ma oggi, complice anche una sensibilità del cinema in generale che è cambiata, tutto ciò fa un po’ sorridere. Ma non è ancora niente in confronto ad Indipendence Day.

 
Visto per la prima volta in una VHS noleggiata da Blockbuster (RIP), Indipendence Day può ambire al titolo di filmone patriottico/propagandistico per eccellenza, forse solo Armageddon di Micheal Bay può competerci. Entrambi i film vedono la Terra minacciata dallo spazio, entrambi ci dicono che il mondo si può salvare solo accettando la leadership americana. Il canovaccio di Indipendence Day è di una semplicità disarmante. Gli alieni attaccano la Terra, accanendosi sulle principali capitali mondiali. Le forze armate terrestri vengono spazzate via, mentre i civili cercano di salvarsi come possono. Seguiamo le vicende di varie persone, tra cui il presidente degli Stati Uniti, un ricercatore del SETI e un pilota di caccia.
Il film di Emmerich ricicla idee, a partire dalle navi aliene sopra le città come nella serie Visitors e attinge nel finale dal classico La Guerra dei Mondi con un virus che stavolta è informatico.
Forte di un budget più alto, Emmerich da sfogo alla sua passione per la distruzione urbana, che diventerà un marchio di fabbrica nei suoi lavori successivi.
Visto che siamo in pieni anni Novanta e X-Files impazza in TV, non può mancare una puntata nella famigerata Area 51, dove tra alieni in salamoia e navette schiantate si prepara il contrattacco terrestre. Questa fu la scena che colpì di più la mia immaginazione di bambino. Questa e quella che viene subito dopo, con l’autopsia del pilota alieno che finisce nel peggior modo possibile. In mezzo c’è Will Smith, che all’epoca aveva appena smesso i panni del principe di Bel Air, che stende a cazzotti un extraterrestre e un rapito dagli alieni che vuole vendicarsi dei suoi aguzzini spaziali. Il tutto culmina in un tripudio di patriottismo e retorica che darebbe fastidio anche a John Milius, con il presidente degli Stati Uniti che guida l’attacco alla nave madre aliena giusto in tempo per il quattro luglio. Tutto finisce con l’auspicio di una nuova concordia tra i popoli per far fronte alla nuova minaccia dallo spazio.
Anche per questo film Emmerich ha potuto fare affidamente su un cast di prim’ordine, tra cui Jeff Goldblum che dopo La Mosca e Jurassic Park torna a fare la parte dello scienziato eccentrico.

 
Il 1998 è l’anno del remake americano di Godzilla ma è anche l’anno in cui il mio rapporto con Emmerich inizia ad incrinarsi. Il mostro che distrugge New York nel film infatti condivide con il suo omologo giapponese solo il nome. Il film mi piacque anche ma mi aspettavo di trovarci quel fantasmagorico mondo presente nei film nipponici (e di cui i bambini più grandi che li avevano visti, si bullavano con me). Il Godzilla di Emmerich non spara raggi atomici, non è un dinosauro mutato. Perdipiù, per non urtare il pubblico a stelle e strisce, non sono più le bombe H americane ad aver mutato il rettile, bensì quelle francesi, e con questa scusa nel film viene infilato Jean Renò. Riguardandolo adesso è palese come Emmerich tenti in tutti i modi di flettere i muscoli in vista del confronto con i due Jurassic Park di Spielberg: questo è palese nella scena finale dove assistiamo alla schiusa delle uova di Godzilla, dalle quali escono animalacci fin troppo memori dei Velociraptor del dittico giurassico.

 
Il “divorzio” definitivo tra me ed Emmerich avviene nel 2004. L’occasione è la visione in sala di The Day After Tomorrow. In quell’anno, non solo entro anagraficamente nella mia adolescenza, ma cosa molto più importante inizio ad esploarare il cinema nella sua interezza, uscendo dal seminato del mainstream. Un ruolo importante lo gioca internet, i forum e i siti mi fanno scoprire nuovi film e autori, i programmi P2P mi permettono di procurarmi un sacco di titoli altrimenti irrecuperabili. Nomi come Carpenter, Cronenberg e Romero sono i miei nuovi fari. E quindi guardo con cun po’ di spocchia ciò che m piaceva da piccolo. Il film in sè non aiuta. Stavolta la minaccia è quella di una nuova era glaciale. Niente di che, ricordo poco del film.

 
Sono passati anni. Emmerich ha intanto diretto 2012 per poi passare ad Anonymous. Io, passata la mia convulsa adolescenza cinefila, sono molto più clemente con il cinema mainstream in generale. Presto uscirà Indipendence Day: Resurgence, a vent’anni esatti dal primo capitolo. I miei doveri di cinefilo mi imporrebbero di snobbarlo ma questi propositi sono come quelli degli alcolizzati. Nel profondo so che mi fionderò alla prima poiezione economica e mentre aspetterò che si faccia buio in sala, spererò che almeno per due orette io possa tornare quel bambino di otto anni con gli occhi sbarrati per la meraviglia.

Soliloquio: Che fine ha fatto l’Avventura?

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Oggi inauguro una nuova rubrica chiamata Soliloqui. Per capire in breve di cosa si tratta spiegherò i motivi che mi hanno spinto a crearla. Il primo riguarda nello specifico quella che potremmo chiamare in maniera un po’ roboante, “l’ispirazione”. Negli ultimi tempi mi si sono accavallate nella testa molte riflessioni, molti spunti che difficilemente potrebbero essere inseriti nel format della recensione o dell’approfondimento. Ciò e il fatto di essere in molti casi slegati da un film, un fumetto o un libro in particolare mi ha fatto optare per creare questo nuovo spazio.
Il secondo motivo è prettamente pragmatico. Negli ultimi mesi, causa studio, ho avuto e continuo ad avere davvero poco tempo per leggere e guardare film. Mi manca la calma per metabolizzarli e scriverne come vorrei. Questo lo rimando a tempi migliori.
Questi soliloqui saranno riflessioni in libertà su argomenti più o meno legati a questo blog. Saranno scritti molto di getto e mi scuso in anticipo per eventuali imprecisioni.
Spero anche che generino anche un po’ di dibattito su queste pagine.

L’argomento di oggi mi è stato suggerito da due eventi totalmente indipendenti tra loro. Il primo è stato leggere la notizia che Steven Spielberg sta progettando un quinto capitolo della saga di Indiana Jones, sempre con Harrison Ford come protagonista.
L’altro evento è stato vedere che qualcuno aveva postato su Facebook la sigla del mitico cartone animato DuckTales.
Questi due avvenimenti, che hanno provocato in me una forte nostalgia, mi hanno fatto realizzare come l’avventura sia, da quindici anni a questa parte, svanita dal nostro immaginario.

Luoghi esotici e lontani, giungle impenetrabili e deserti ostili, città perdute colme di tesori e di letali pericoli: grazie a DuckTales e alla coeva serie animata Le avventure di Tin Tin ebbi durante l’infanzia il mio primo assaggio di questo tipo di narrazioni che esercitarono su di me un fascino magnetico, secondo solo a quello della fantascienza. I film di Spielberg completarono l’opera instillando in me una fascinazione per l’archeologia che continua anche oggi.
Tuttavia da almeno venti-quindici anni l’avventura sembra essere sparita da libri, fumetti, film e videogiochi. Certo ci sono stati tentativi isolati di rivitalizzare il genere. Il fracassone La Mummia di Stephen Sommers, i due National Treasure con Nicholas Cage che hanno cercato di instillare nel genere suggestioni alla Dan Brown. Sul versante videogiochi dicono in giro essere molto bella la serie di Uncharted. Ah, e poi, anche se lo vorremmo tutti dimenticare, c’è stato Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo. Questo e poco altro.
Ma cosa ha portato a questo declinio? Penso che si tratti di una questione culturale e azzardo due ipotesi che sono in un certo senso complementari.
La prima è legata ai cambiamenti culturali che hanno investito la società occidentale con l’avvento della Guerra al Terrore e a cui il cinema (americano ovviamente) si è dovuto adeguare.

 
Da quindici anni il cinema popolare americano è preda di una retorica bellicista, in cui il discorso finisce sempre per ruotare attorno allo scontro tra due mondi, tra l’ordine il disordine. Basti pensare alla trilogia di Batman di Nolan o ai nuovi Star Trek. Fantascienza, azione e supereroi sono generi che si prestano perfettamente a tale retorica, mentre l’avventura, in cui il focus è spostato sul mistero e sulla meraviglia della scoperta piuttosto che sul conflitto tra due fazioni, si rivela inadatta.
In più l’avventura titilla spesso (ma non sempre visto che talvolta non mancano sottotesti xenofobi) la curiosità e il fascino per mondi e genti “altre”, mentre nella narrazione imperante il nemico deve essere sempre esterno alla società che minaccia e incinciliabile con i valori di cui essa si fa portatrice.

 
Senza voler far per forza i sociologi della domenica bisogna anche considerare che il motivo potrebbe essere molto più banale: la nostra percezione del mondo è cambiata.
I libri che hanno definito il genere come lo conosciamo noi, ad esempio Le Miniere di Re Salomone o i romanzi di Emilio Salgari sono usciti a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’epoca delle ultime grandi esplorazioni, l’epoca in cui a livello popolare si iniziava ad avere coscienza di mondi altri come l’Africa, l’Asia e il Sud America, ma che, a meno di non svolgere specifiche professioni, era assai difficile visitare di persona. A colmare questo vuoto interveniva la fantasia dei romanzieri popolari, che spesso ne scrivevano senza essersi mai mossi da casa. Oggi certe mete, se non alla portata di tutti, sono molto più accessbili e la globalizzazione che avanza ce ne consegna un immagine decisamente più disincantata. Del resto doveva essere un problema avvertito anche tempo fa se Spielberg decise di ambientare le avventure del suo Indiana Jones negli anni Trenta.

 
L’avventura tornerà alla ribalta prima o poi? Chissà. Quello di cui sono convinto è che difficilmente i generi muiono. Al limite vanno in letargo in attesa di autori che con le idee giuste sappiano rinvigorirli e portarli a nuova vita.

Teosofia

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Teosofia parte da una constatazione difficilmente contestabile, ovvero che le nostre interazioni sociali sono sempre più mediate dai mezzi di comunicazione: un processo partito con la diffusione capillare dei cellulari e culminato con l’odierna onnipresenza dei social network. Sms, e-mail, chat, foto e video: volenti o nolenti le nostre interazioni vengono registrate e memorizzate, e se potessimo avere accesso illimitato alle memorie di cellulari e PC potremmo ricostruire senza problemi, le vicende umane di chi ha comunicato tramite questi mezzi: è proprio questa opera di “archeologia digitale” l’idea alla base di Teosofia.

Tutto nasce da un incontro in chat tra quelli che all’inizio sono solo due nickname senza volto, dietro cui a poco a poco, conversazione dopo conversazione, emergono i due protagonisti. Da una parte c’è Teo, trentenne intrappolato in una vita monotona e priva di soddisfazioni, dall’altra Sofia studentessa universitaria, ricca, fancazzista e complessata. Entrambi sono alla ricerca di un avventura, di una distrazione, ma il loro rapporto (complice la libertà offerta dal quel limbo virtuale che è la chat) si fa di volta in volta più intimo e non passa troppo tempo che i due decidono di incontrarsi. L’occasione è data da una festa esclusiva organizzata da MasterJoe, un amico di Sofia. Ma la realtà si rivela presto più complessa, e situazioni paradossali, equivoci e gelosia metteranno a dura prova i due.

Il mediometraggio di Michele Vaccari e Lucio Basadonne ( che si firmano Nemo e Joe Menarca) dopo aver vinto il premio del pubblico al Tentacoli Film Festival, è stato distribuito gratuitamente in rete a partire dal 2007 per circa due anni, diventando in breve tempo un piccolo caso (si stima abbia avuto oltre 20.000 download).

Teosofia utilizza un linguaggio perfettamente coerente con ciò che racconta. Vaccari e Bosadonne scelgono di narrare le peripezie dei due protagonisti solo ed esclusivamente tramite i media attraverso cui si evolve la loro relazione, dal primo approccio su un programma di chat stile MSN, per poi passare alle webcam e gli sms, per poi finire a spiare il loro primo incontro fisico attraverso l’occhio delle videocamere digitali e delle telecamere a circuito chiuso. Le uniche concessioni al linguaggio cinematografico classico sono date dal montaggio e dalla colonna sonora. Certo, generi come il mockumentary o il found footage sono stati sdoganati da tempo anche nel cinema mainstream, ma Vaccari e Basadonne hanno l’intelligenza di rileggerli alla luce della rete e dei mutamenti di costume che essa ha portato. Si tratta di un idea forte ed efficace per diversi motivi. Questa scelta permette di mettere in scena una storia molto più densa di quella che i quaranta minuti scarsi di durata (e i 600 euro di budget) avrebbero permesso in un film “normale”, la natura frammentaria, frenetica del racconto bombarda lo spettatore di informazioni frammentarie, incomplete, provenienti dalle fonti più disparate, che permettono però di farsi un quadro complessivo della vicenda e delle vite dei personaggi (si, proprio come accade in rete). Ma il maggiore punto di forza di questa modalità di narrazione risiede nella forte risposta emotiva che essa suscita nello spettatore, una reazione dettata, mi viene da pensare, dall’ormai istintiva associazione tra ripresa amatoriale e realtà.

Partendo da queste premesse sarebbe stato fin troppo facile imboccare la strada del film sperimentale intellettualoide, completamente assorto nella sua sperimentazione sul linguaggio. Per fortuna Vaccari e Basadonne decidono di raccontare una storia e di raccontarla a modo loro. I due protagonisti (interpretati magnificamente da Fabrizio Levrero e Marta Antonucci) sono persone normali, forse pure mediocri, che incappano, a loro spese, in qualcosa di più profondo che una banale scopata, ma sono destinati a capirlo troppo tardi, quando la situazione è ormai sfuggita al loro controllo. I due registi non hanno pietà per i loro protagonisti , li gettano in una storia intrisa di cinismo e cattiveria (una volta tanto genuina), circondandoli di personaggi ambigui e disgustosi. Si ride di gusto per la prima metà del film, ma poi ci si addentra in un territorio più inquietante, che crea nello spettatore un disagio palpabile. Di fronte a questo paesaggio desolante (seppur distorto dalle lenti del grottesco) Vaccari e Basadonne non sputano sentenze o giudizi, salvando così Teosofia dall’ossessione per il messaggio (leggasi “moraletta facile facile”) che ammorba il cinema italiano degli ultimi anni.

Come forse avrete già intuiti dalla recensione, Teosofia non è un film per tutti, sia per i contenuti “forti” (su cui a tratti si sofferma in maniera fin troppo compiaciuta) sia per il suo linguaggio atipico, ma merita sicuramente la visione, essendo l’ennesima dimostrazione della vitalità che si agita nei recessi del sottobosco indipendente italiano.

Il film è disponibile gratuitamente sul canale ufficiale Vimeo del film. QUI.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Hitler

Hitler

Nella sterminata letteratura dedicata ad Adolf Hitler e al Terzo Reich uno dei testi più interessanti è certamente Il Mistero di Hitler del giornalista americano Ron Rosenbaum.
L’autore usa come pretesto una foto di Hitler da bambino per lanciarsi in un indagine su cosa abbia fatto diventare quell’infante uno dei più feroci dittatori che la storia ricordi. Rosenbaum passa in rassegna tutti i tentativi di spiegare l’anomalia Hitler fatti negli ultimi settant’anni da storici, psicologi, filosofi e teologi. Alla fine della sua ricerca Rosenbaum riconosce che è ormai impossibile risolvere il mistero che circonda la figura di Hitler: è passato ormai troppo tempo, troppi documenti importanti sono andati distrutti e i testimoni che gli sono stati più vicino non sono così attendibili come ci piacerebbe pensare.
L’enigma che avvolge l’uomo che è diventato una sorta di omologo del Diavolo per la moderna società secolare ha attirato nel corso dei decenni l’attenzione di romanzieri, registi e artisti. Tra questi c’è anche il mangaka giapponese Shigeru Mizuki, che con questa biografia a fumetti intitolata semplicemente Hitler tenta di dare la sua lettura sulla più grande tragedia del Novecento.
Prima di parlare del fumetto in questione è bene spendere qualche parola sull’autore. Mizuki (scomparso il 30 Novembre 2015 all’età di 93 anni) è stato uno dei più importanti fumettisti giapponesi del Ventesimo secolo. La sua fama è dovuta sopratutto alle storie dedicate  agli yokai, spirti del folklore giapponese e alla sua creazione più fortunata ovvero Kitaro dei Cimiteri. Ma Mizuki non si è limitato solo al fantasy, ma si è dedicato anche al fumetto storico e autobiografico con la lunga serie Showa: A History of Japan .
Durante la Seconda Guerra Mondiale, poco più che adolescente, viene arruolato nell’Esercito Imperiale e spedito a combattere nel teatro del Pacifico.  Durante un raid alleato Mizuki, che è mancino, perde il braccio sinistro. Tornato in patria alla fine della guerra dovrà imparare di nuovo a disegnare con la mano destra. Le tremende esperienze fatte durante la guerra confluiranno in Verso una Nobile Morte, forse uno dei più intensi fumetti antimilitaristi mai scritti. In quest’opera non c’è spazio per la retorica patriottica nè per qualsiasi forma di romanticismo della guerra, c’è solo l’orrore per tante giovani vite spezzate in nome di ideali assurdi.
Per certi aspetti un’operazione analoga viene compiuta nei confronti della vita del Führer. Quando si raccontano le storie di uomini assorti a simboli del male, siano essi dittatori, criminali o serial killer, si cade spesso nella retorica del fascino della malvagità. Ecco quindi che questi individui (che alla fine, ci piaccia o meno, erano in tutto per tutto esseri umani come noi) diventanto fascinosi geni del male. Penso che questo meccanismo assolva a due bisogni per certi versi contraddittori, il primo quello di tracciare una netta linea di demarcazione tra noi e loro, l’altro è appunto la fascinazione per gli eroi negativi che trova sempre terreno fertile presso un certo tipo di pubblico. Nell postfazione lo stesso Mizuki confessa che all’epoca del secondo conflitto mondiale anche lui, allora diciottenne, aveva subito il fascino del dittatore tedesco.
Ma l’Adolf HItler di Mizuki non è un genio del male, nè tanto meno un genio in generale. Raccontandoci la sua vita dagli esordi come pittore a Vienna, Mizuki ci presenta un uomo tanto megalomane quanto inconcludente che per una serie di sfortunate congiunture storiche si troverà alla guida di una nazione. La narrazione è densissima e dettagliatissima con Mizuki passa con disinvoltura dalla vita pubblica di Hitler a quella privata. Gli eventi sono raccontati con taglio quasi cronachistico e dove non ci sono documenti a cui attingere interviene la fantasia di Mizuki. Dal punto di vista visivo come suo solito Mizuki fa muovere  personaggi quasi stilizzati ma estremamente espressivi in ambienti disegnati con piglio fotorealistico.
L’unica chiave di lettura che l’autore tenta è molto suggestiva: al fallimento della sua carriera come artista Hitler reagì dandosi alla politica, poichè per certi aspetti sia l’arte che la politica implicano il creare un’opera nuova, sia essa un quadro o una società. La Germania divenne la sua tela e il sangue il suo colore.
Hitler è un manga diverso da quelli che si leggono di solito ed è un’ottima occasione per scoprire una grande maestro del fumetto e per conoscere meglio un pezzo di storia di cui si parla tanto conoscendolo poco.

La Banda del Brasiliano

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Che piaccia o meno è innegabile che molti giovani filmaker guardino al vecchio cinema di genere italiano come ad una fonte di ispirazione. Gli horror truculenti e caserecci di Lucio Fulci e Joe d’Amato, i poliziotteschi di Umberto Lenzi e Fernando Di Leo sono divenuti punti saldi nell’immaginario di questa nuova generazione di registi indipendenti. Si potrebbe liquidare il fenomeno come un infatuazione modaiola, come un modo per accodarsi all’onda della rivalutazione critica che è stat fatta di questa stagione del nostro cinema. Oppure come un prodotto del classico atteggiamento da fan che eleva queste pellicole allo status di cult a prescindere dal loro effettivo valore artistico. Altri, invece, lo ritengono, forse un po’ romanticamente, un processo inevitabile: giovani registi squattrinati, costretti ad auto prodursi, spesso posti al di fuori del circuito del cinema romano, che vedono sé stessi come eredi di quella generazione di artigiani del cinema bistratti e ridicolizzati, i cui lavori però mantenevano in attivo (così vuole la leggenda) i conti delle case di produzione, mentre i registi seri si beccavano i premi e gli onori. Si tratta di due visoni drastiche e idealizzate. Forse stavolta la verità sta davvero nel mezzo, con le opportune oscillazioni verso una parte o verso l’altra a seconda del singolo caso.

Quando si sceglie di omaggiare un determinato genere, sopratutto se si tratta di un genere di nicchia, i risultati sono spesso deludenti. A meno di non essere Quentin Tarantino, il prodotto finito sarà un film che ricalca con la fedeltà maniacale propria del fan tutti gli stilemi estetici e narrativi del genere di riferimento, sarà disseminato di citazioni esoteriche dalle pellicole più note come dai titoli più bizzarri e oscuri, ammiccamenti che verranno colti solo da coloro che tra il pubblico sono stati iniziati ai Sacri Misteri del Cinema di Genere. In poche parole ci si ritrova con un film che difficilmente verrà apprezzato al di fuori della cerchia di pubblico di riferimento. Un esercizio di manierismo con poco o nulla da dire. Questa lunga introduzione l’ho fatta giusto per mettere in chiaro una cosa: La Banda del Brasiliano non è niente del genere. Anzi, è tutt’altra cosa.

Realizzato da John Snellinberg, nome collettivo con cui si firma un gruppo di giovani registi pratesi, con un budget di appena 2000 euro, La Banda del Brasiliano è una sorta di Milano Odia: La Polizia non può Sparare trapiantato nella provincia toscana, che dagli anni Settanta viene teletrasportato negli anni Duemila e con Carlo Monni al posto di Henry Silva.

Un impiegato del comune di Vaiano viene rapito da un gruppo di banditi conosciuti come la Banda del Brasiliano. Si tratta di quattro trentenni disoccupati (o comunque prossimi a perdere il lavoro) che hanno deciso di iniziare una campagna di terrore indirizzata contro quelli che vedono come i loro nemici: la generazione dei cinquantenni, quella dei loro genitori. Sulle loro tracce si mettono il duro e disilluso Ispettore Brozzi e il goffo assistente Vannini.

Piuttosto che mettere in scena una rievocazione pedissequa di un cinema ormai estinto ad uso e consumo del pubblico cinefilo, gli Snellinberg hanno usato l’estetica e l’immaginario di quel cinema che spopolava nell’Italia di quarant’anni fa per raccontare, a modo loro, l’Italia di oggi. Certo, il plot si sviluppa lungo i binari abituali del poliziottesco e l’ispettore Brozzi, interpretato dal grande Carlo Monni, sembra davvero il protagonista ormai invecchiato di un film di Fernando Di Leo. Tuttavia, a partire dall’ambientazione provinciale che trasuda normalità e ordinarietà in ogni fotogramma, si capisce che il film andrà a muoversi in territori assai diversi da quelli dei suoi modelli.

I membri della Banda sono trentenni che una volta finiti gli studi si sono trovati catapultati in un mondo del lavoro fatto di impieghi precari e di retribuzioni ridicole, di soprusi e di possibilità uccise sul nascere da una generazione, quella dei loro padri, che ha divorato tutto senza lasciargli nulla. Parafrasando il Brasiliano “ci avete dato i mezzi ma ci avete tolto gli scopi”. Nonostante il forte sottotesto sociale, fortunatamente la pellicola non si trasforma neanche per un secondo in un comizio filmato. Invece, grazie ad un buon lavoro di scrittura, ai momenti più drammatici fanno quasi sempre da contraltare siparietti comici e grotteschi.

Gli uomini del Brasiliano non sono criminali professionisti, ma un gruppo di disperati che hanno modellato i loro “personaggi” sui criminali dei film poliziotteschi, film di cui il Brasiliano è un fan sfegatato. Il Brasiliano è assieme a quello di Monni, il personaggio più memorabile, un bandito cinefilo che, fallito come regista, vuole omaggiare il cinema che tanto ama mettendolo in scena nella vita vera. Esaltante il momento in cui espone ad un ostaggio terrorizzato i parallelismi che vede tra il declino dell’Italia e la morte del grande cinema italiano.

La regia fa uso e abuso di tutti marchi di fabbrica del cinema anni settanta, come le classiche zoomate repentine sui volti e le riprese delle strade cittadine dal parabrezza dell’auto. Al di là di queste strizzate d’occhio, gli Snellinberg non hanno lasciato nulla al caso, riponendo particolare attenzione nella costruzione delle inquadrature e nella gestione dei movimenti di macchina. La colonna sonora contribuisce in maniera determinante a conferire alla pellicola un atmosfera vintage, con pezzi dalle sonorità che richiamano le colonne sonore di quegli anni, tra cui spiccano alcuni contribuiti degli specialisti Calibro 35. L’unica pecca in questa produzione che per molti altri aspetti dimostra di saper aggirare i limiti di un budget irrisorio, è la recitazione a volte troppo dilettantesca, che se in alcuni punti viene riscattata dalla fisicità e dall’estro degli interpreti in altri risulta non all’altezza.

In parte omaggio cinefilo, in parte amaro ritratto della “generazione perduta”, La Banda del Brasiliano è divenuto un piccolo caso, accumulando decine di proiezioni in giro per l’Italia e venendo distribuito in DVD. Al di là dei limiti tecnici comunque fisiologici in produzioni di questo tipo, La Banda del Brasiliano riesce dove nomi più altisonanti hanno fallito, ovvero raccontare l’Italia di oggi attraverso la lente del cinema di genere, mettendo in scena sia una dichiarazione d’amore per quel cinema grezzo e selvaggio spazzato via dalla paccottiglia televisiva, sia un l’urlo rabbioso e sincero, quello di una marea di giovani (e meno giovani) privati del loro avvenire.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Sogni di Gloria

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Anche il più ignorante degli studenti di cinema saprà dirvi che la commedia è stato il genere cinematografico che maggiormente ha saputo raccontare la società italiana, di narrarne le trasformazioni culturali e le contraddizioni che l’hanno attraversata dal dopoguerra in poi. Il nostro studente immaginario saprà senz’altro dirvi anche che a partire dai nefasti anni Ottanta la grande tradizione della commedia all’italiana è stata soppiantata da un orrida caricatura della stessa, la quale, oltre ad avere eletto la flatulenza a massima espressione della comicità nostrana, ha smesso di raccontare gli italiani con quell’onesta implacabile che ha reso grande il genere, per raccontare un Italia fatta di vacanze, lusso e mondanità che esisteva sopratutto sulla celluloide e sugli schermi televisivi. Di tutto questo, a meno che non viviate su Marte, vi sarete senz’altro accorti anche voi.

Negli anni della Crisi, in cui l’Italia è scossa da mutamenti traumatici e forse irreversibili, si sente più che mai l’assenza di pellicole che attraverso il linguaggio del cinema popolare possano narrare questo momento di incertezza. Segnali incoraggianti in questo senso arrivano dal cinema indipendente. Infatti nell’ultimo anno sono arrivate in sala due commedie che raccontano realtà quali la disoccupazione e il precariato, ovvero Spaghetti Story e Smetto quando voglio, film che hanno ottenuto riscontri da pubblico e critica tanto ottimi quanto inaspettati. A queste pellicole va aggiunto Sogni di Gloria, ultima fatica del collettivo di registi pratesi John Snellinberg.

Il film è diviso in due episodi, ambientati entrambi nella medesima, anonima, cittadina toscana. Protagonista del primo episodio è Giulio, un trentenne cassaintegrato la cui unica speranza di lavorare è venire estratto ad una sorta di lotteria che il suo datore di lavoro usa per decidere chi tra gli operai in cassa integrazione lavorerà questo mese. Il tempo passa e il nome di Giulio non sembra voler uscire. Sua zia costringe il ragazzo a sorbirsi interminabili messe, nella speranza (letteralmente) di un aiuto dal cielo . Disilluso, Giulio perde prima la fede nella possibilità di ricominciare a lavorare, poi quella religiosa. Su consiglio di un amico, Giulio decide così di sbattezzarsi compilando un apposito modulo. Venuta a sapere delle intenzioni sacrileghe del nipote, la zia escogita un piano per far ritrovare la fede a Giulio e salvare così la sua anima. La donna convince il marito, attore di teatro dilettante, a fingersi morente. Il piano sembra funzionare, ma un imprevisto ribalterà la situazione …

Anche il protagonista del secondo episodio si chiama Giulio. Tuttavia il suo vero nome è Kan. Infatti il Giulio di questa storia è un ventenne cinese, studente di enologia e viticoltura all’università, nonostante la contrarietà della famiglia che lo vorrebbe ingegnere. Giulio è, inoltre, ancora innamorato della sua ex fidanzata italiana che di lui però non vuole saperne. Il ragazzo finisce per fare amicizia con Maurino, un navigato e vissuto giocatore di carte, il quale lo prende sotto la sua ala e inizia ad allenarlo nelle discipline del tresette e della briscola, in vista di un torneo in cui i due affronteranno una serie di bizzarri e variopinti sfidanti.

Dalla loro opera prima, ovvero La Banda del Brasiliano, gli Snellinberg riprendono i temi del precariato e dello scontro generazionale per rileggerli sotto una luce nuova. La Banda del Brasiliano raccontava del conflitto tra padri e figli, Sogni di Gloria racconta piuttosto delle difficoltà e delle incomprensioni che sorgono quando due generazioni pur così vicine provano ad aiutarsi, ma anche della forza dei rapporti che si possono creare tra persone all’apparenza lontanissime. Le frizioni tra vecchie e nuove generazioni sono il nodo centrale della narrazione e nella provincia in cui hanno luogo le vicende del film tale frizione è immediatamente visibile: i giovani protagonisti,i quali incarnano i problemi e le incognite di questi anni , si muovono in luoghi che evocano un Italia che appartiene sempre più al passato(l’oratorio, il circolo in cui si tiene il torneo di carte).

Nel primo tragicomico segmento si ride parecchio, ma la risata ha un retrogusto amaro, essendo palpabile l’atmosfera di incertezza e fatalismo in cui vive immerso il protagonista, alla cui angoscia Gabriele Pini da corpo e voce in maniera eccezionale. Tuttavia il personaggio più memorabile dell’episodio è quello di Don Mariano (Riccardo Goretti), giovane parroco interessato più che alle questioni spirituali, a quelle calcistiche.

Il secondo episodio è quello più riuscito, nel quale il canovaccio da commedia sfuma in una sorta di epica “da bar” al tempo stesso esaltante e toccante. Questa storia di rapporto discepolo-maestro, di vecchi rancori, di conti da regolare al tavolo da gioco, è parsa a chi scrive (che su queste cose, è bene ribadirlo, è incline alla pareidolia), anche un neanche tanto velato omaggio al cinema sportivo alla Rocky e a quello di arti marziali. Il rapporto tra il maestro Maurino e l’allievo Giulio è un efficace ribaltamento il ribaltamento dell’abusatissimo cliché originatosi con Karate Kid, con la sostanziale differenza che le lezioni pratiche e filosofiche di Maurino mi sono parse più sensate, mentre il temibile avversario finale, il Disumano, svolge una funzione analoga a quella dei tanti epigoni di Ivan Drago. Onanismo cinefilo a parte, l’episodio riesce davvero a catturare il cuore, e vanta una sequela di personaggi memorabili, dal già citato Disumano, passando per le letali Sposine fino al becchino che sfrutta le sue capacità medianiche per sapere quale carta calare. Gran parte del merito dell’alchimia che fa funzionare il tutto è del grande Carlo Monni, qui nel suo ultimo ruolo, che ci regala un ultima interpretazione intensa e sentita.

Tutto ciò c’era di buono ne La Banda del Brasiliano è germogliato e fa piacere vedere quanto lo stile degli Snellinberg sia maturato. La regia si è ulteriormente raffinata e nel complesso risulta più ragionata, essenziale ed efficace. Un analoga evoluzione la si può constatare nella gestione degli attori e nella scrittura dei dialoghi. Infine, è d’obbligo menzionare la notevole colonna sonora ad opera dei Calibro 35, vera coprotagonista del film.

Divertente, pungente e perfino commovente, Sogni di Gloria è una di quelle pellicole che dimostra come per uscire dall’abisso produttivo e qualitativo in cui il cinema italiano è impantanato da decenni, ci sia bisogno anche di un cinema popolare semplice, onesto e intelligente, che sappia trarre ispirazione da uno sguardo originale sulla realtà quotidiana del paese.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.