John Dies at the End

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In un ristorante cinese deserto il reporter Arnie (Paul Giamatti) sta intervistando il giovane David Wong (Chase Williamson) a proposito della professione che esercita assieme all’amico John (Rob Mayes), quella di investigatori del paranormale. Il reporter è dapprima scettico, credendo che il ragazzo sia solo un mitomane ma David dimostra di possedere capacità telepatiche e così Arnie si decide ad ascoltare la storia di come i due amici hanno deciso di intraprendere questa professione.

Tutto ha avuto inizio qualche anno prima quando i due, assieme ad alcuni amici hanno assunto una bizzarra droga sintetica chiamata Soy Sauce, salsa di soia, una sorta di liquido nero proteiforme semi-senziente. La Soy Sauce dà a chi la assume la capacità di trascendere lo spazio e il tempo, leggere nel pensiero e vedere lati della realtà che sarebbe meglio rimanessero nascosti, e non è scevra da mortali effetti collaterali. Il contatto dei due con questa sconvolgente realtà da inizio ad una serie di peripezie lisergiche, in cui i nostri eroi avranno a che fare con demoni, telefonate dal futuro, ultracorpi ed altre amenità simili, che culmineranno in una disperata missione per salvare la Terra da un invasione proveniente da una realtà parallela.

C’è una cosa che accumuna Don Coscarelli al Tall Man del suo Phantasm e non parlo della statura. Come lo spettrale becchino del suo film d’esordio ogni volta che ci siamo convinti di esserci liberati di lui, eccolo rispuntare fuori dove meno ci si aspetta.

Regista discontinuo e dai risultati altalenanti, si è guadagnato un posto nel cuore degli appassionati di b-movie (e del sottoscritto) grazie al già citato Phantasm (1979), film semi-amatoriale, dai grandi limiti tecnici che però si riscattava grazia alla grande inventiva con cui Coscarelli metteva in scena un personalissimo universo che mescolava horror, fantascienza e una buona dose di incubi infantili. L’inaspettato successo di pubblico e critica lo porta negli anni seguenti a lavorare su progetti dal budget più elevato ma dagli esiti dimenticabili come Phantasm II (1988)o Kaan Principe Guerriero (1982). Alla fine degli anni Novanta la carriera di Coscarelli sembra essere ormai al capolinea e neppure la sceneggiatura scritta da Roger Avary (quello di Pulp Fiction e Le Regole dell’Attrazione) per un ipotetico capitolo finale della serie di Phantasm sembra convincere qualche produttore a scommettere di nuovo su di lui. Ma nel 2002 torna alla ribalta con l’esilarante Bubba Ho-Tep , tratto da un racconto di Joe Lansdale e con protagonista Bruce Campbell . Il film, che racconta la lotta tra un Elvis Presley ormai vecchio decrepito e una mummia egizia a caccia di anime in un ospizio del Texas, può essere annoverato tra i primi film di culto del terzo millennio (ammesso che questa definizione significhi ancora qualcosa).

Da allora sono passati dieci anni di silenzio, con il nostro diviso tra battaglie legali per i diritti su alcuni suoi film e il tentativo fallito (per ora) di realizzare un prequel a Bubba Ho-Tep . Era la volta buona che davo la carriera di Coscarelli giunta al suo epilogo e invece se ne esce con questo John Dies at the End (JDATE d’ora in poi) che è la prima grossa sorpresa di questo 2013.

JDATE è una pellicola indefinibile, vulcanica, ibrida e dannatamente divertente, quel tipo di film fantastico che il cinema statunitense sembra non riuscire più a produrre da qualche decennio a questa parte.  Tratto dal web serial (poi romanzo cartaceo)omonimo di Jason Pargin , JDATE eredità tutto ciò che funzionava in Phantasm e Bubba Ho-Tep e lo ricombina con svariati elementi nuovi. Dal primo film eredità le tematiche, l’irruzione di una minacciosa realtà parallela nella tranquilla provincia americana (e relativo percorso inverso, ovvero l’intrusione dentro quella stessa dimensione aliena) e il rapporto “fraterno” che lega i due protagonisti (nel 1979 dovuto all’effettiva parentela, qui dovuto alla Soy Sauce che ha “scelto” i due). Invece da Bubba Ho-Tep viene il perfetto equilibrio tra ironia e orrore e l’ottima gestione degli attori. A tutto ciò si aggiungono una marea di influenze , da quelle letterarie che includono i Grandi Antichi di H.P. Lovecraft , una certa comicità memore di Douglas Adams e l’immaginario paranoico e psichedelico di Robert A. Wilson, mentre sul versante cinematografico la mente corre subito al Sam Raimi degli esordi e al John Carpenter di Essi Vivono.

Il mescolarsi di elementi così eterogenei, origina una narrazione densissima, in cui avvenimenti, colpi di scena , trovate visive e narrative si susseguono senza dare un attimo di respiro allo spettatore, facendo risultare il tutto a tratti assurdamente (ma piacevolmente) caotico. La vicenda procede per balzi avanti e indietro nel tempo , voli pindarici, accumulando sempre nuovi elementi , ma la storia non esce mai dai binari e non molla un attimo la presa sullo spettatore. E per una volta, caso raro al cinema, la cornice psichedelica non risulta indigesta e non inficia la comprensione della storia , anzi aggiunge un ulteriore fattore di imprevedibilità ad una narrazione che già di suo fa molto affidamento sul fattore sorpresa. L’approccio ironico (ma non disincantato) e ludico al fantastico colloca il film più dalle parti di certi film anni 80 come Grosso Guaio a Chinatown o Buckaroo Banzai (scevro però da qualsiasi intento nostalgico) che nei territori più inquietanti alla Stati di Allucinazione, anche se non mancano momenti genuinamente spaventosi.

Alla riuscita complessiva contribuisce l’ottima gestione degli attori, azzeccatissimi nei rispettivi ruoli. Oltre alla scelta coraggiosa di piazzare due sconosciuti nel ruolo di protagonisti, vanno ricordate le ottime performance di Paul Giamatti , Clancy Brown e di Doug Jones, (che credo sia la prima volta che vedo quest’ultimo senza un qualche mostruoso make-up sulla faccia).

Insomma, con i titoli di coda ormai imminenti ho sperato che ci fossero ancora altri tenta minuti di film, cosa che mi capita raramente ed è un segnale inequivocabile che , nel caso non si fosse capito, JDATE m’è garbato un bel po’. E per una volta, uno avverso alla serialità come me, si trova a sperare che nel caso JDATE riscuota il successo che si merita, si possa presto tornare a visitare il bizzarro universo di Dave e John, ci sono ancora molte cose da dire e tante idee da sviluppare, così tante che se ne potrebbero ricavare tranquillamente altri due film.

Probabilmente non è un film per tutti i palati ma è il film giusto se volete qualcosa che vi porti in luoghi dell’immaginario veramente strani e inaspettati. Il tutto senza gli effetti collaterali della Soy Sauce.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

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Ricordando Lemuria

shaverPrologo

In una giornata del settembre 1943 una bizzarra lettera viene recapitata alla redazione di Amazing Stories. Ad aprirla è il giovane direttore editoriale Howard Browne. “Signori, vi invio la presente nella speranza che la inseriate in un articolo per impedire che muoia con me. Susciterà molte discussioni. Vi mando la lingua in modo che un giorno o l’altro possiate farla esaminare da qualcuno all’università o da un amico studioso dei tempi antichi. Questa lingua sembra la prova definitiva della leggenda atlantidea” legge Browne ad alta voce per il diletto dei suoi colleghi. Poi accartoccia la lettera e la butta nel cestino. “Il mondo è pieno di svitati” commenta Browne. Ma quello svitati fa scattare qualcosa in Ray Palmer che lavorava nello stesso studio. Palmer ha fiuto per le buone storie, sennò non sarebbe il direttore di Amazing Stories. Palmer recupera la lettera dal cestino, la legge avidamente e poi rivolgendosi a Browne “E tu ti permetti di definirti direttore editoriale? Pubblicala per intero nella rubrica delle lettere del prossimo numero.”
Palmer ha fiuto per le storie. Ed aveva appena scovato quella della sua vita. La lettera era firmata da un certo Richard Shaver di Barto, Pensylvania.

Inizia così la saga del Mistero Shaver (o Beffa Shaver come la ribattezzarono i detrattori), forse il capitolo più bizzarro della storia della fantascienza americana. Una storia in cui realtà e finzione collidono, la storia di due uomini, un po’ sognatori e un po’ imbroglioni, che cercarono di vendere la fantascienza come fosse una verità rivelata. Una parabola che mostra come l’uomo abbia un disperato bisogno di credere, non importa a cosa, e che anticipa le varie mitologie moderne del XX secolo come l’ufologia, la teoria della cospirazione e quella degli antichi astronauti. Ma la storia del Mistero Shaver è soprattutto una storia di svitati. E gli svitati mi stanno molto simpatici. Per questo ho deciso di raccontarla.

Prima di svelare cosa c’era scritto nella lettera del misterioso Richard Shaver e bene parlare un po’ del destinatario, Ray Palmer.

Meet Ray Palmer

“In questi tempi di falsità monotona e poco convincente, c’è ancora qualcosa di cui dobbiamo essere grati. Le promozioni di Palmer hanno il tocco del genio. Possiede vitalità, estro e vera capacità persuasiva. Lo splendore delle sue luci le rende visibili a chilometri di distanza. La cosa da fare è mettersi comodi e godersi lo spettacolo.”

palmerCon queste parole lo scrittore do fantascienza P.W. Fairman descrive Palmer nel 1952. Parte scrittore, parte affarista e parte imbonitore, Palmer costruì la sua carriera nel mondo della fantascienza praticamente dal nulla. Dal carattere estroverso e ambizioso, sapeva bene come mettersi in mostra. Una volta in un suo editoriale scrisse di ricordare perfettamente quando nell’anno della sua nascita (era nato il 1° Agosto 1910) fosse stato tenuto vicino alla finestra per vedere la cometa di Halley. Quando un lettore gli scrisse che non era possibile, poiché la cometa non era visibile dopo Luglio lui rispose “Chissà? Forse la vidi psichicamente dal grembo di mia madre.” Tra le altre storie che amava raccontare su di sé c’era quella che lo vedeva leggere quotidianamente il giornale a quattro anni e da adolescente divorare sedici libri della biblioteca al giorno.

In realtà l’infanzia di Palmer fu tragica. A sette anni un camion lo investì fratturandogli una vertebra. Nel corso degli anni ciò aumentò la pressione sulla spina dorsale al punto da impedirgli di stare eretto e camminare. I medici tentarono un trapianto spinale ma l’operazione causò un infezione che mise in serio pericolo il piccolo Palmer. Ray sopravvisse ma rimase invalido. Divenne gobbo e il dolore cronico lo accompagnò tutta la vita. La sua altezza non superò mai il metro e quarantadue.

Palmer si gettò allora a capofitto nella lettura e presto scoprì il suo vero amore: la fantascienza. Non ci volle molto perché anche lui si mettesse a scrivere. A sedici anni un suo racconto fu pubblicato e accettato da Science Wonder. Militò attivamente nel nascente fandom fantascientifico, scrivendo racconti e pubblicando fanzine. Nel 1938 l’editore Ziff-Davis gli offrì il posto di direttore di Amazing Stories. Il suo carattere scaltro gli permise di siglare un accordo con la Ziff-Davis con cui si assicurò una percentuale sui profitti della rivista. Ma il suo colpo più clamoroso nacque da quella lettera che salvò dal cestino in quel Settembre del 1943.

Un alfabeto antidiluviano

Il contenuto della missiva era strampalato e bizzarro. Illustrava una sorta di codice che a parere dell’autore era nascosto nel comune alfabeto latino. La lettera A stava per animale. La B significava essere, vista l’assonanza con il to be della lingua inglese. Più si andava a vanti più le rivelazioni diventavano clamorose (o deliranti a seconda dei punti di vista). La T, simile alla croce, stava per “integrazione” mentre la D simboleggiava l’energia disgregatrice.

“Presentiamo questa interessante lettera riguardante un antica lingua senza alcun commento, se non per dire che abbiamo il significato letterale per le singole lettere di molte parole radice e nomi propri di antica origine traendone un senso sorprendente.(…) Si tratta di un caso di memoria razziale, e questa formula costituisce la base di una delle lingue più antiche della Terra? Il mistero ci incuriosisce molto- Il direttore”

Con queste parole Palmer presentava ai suoi lettori il primo tassello di quello che sarebbe divenuto noto come il Mistero Shaver. La risposta del pubblico fu tanto eccezionale quanto inaspettata. Palmer racconterà, se c’è da credergli, di aver ricevuto oltre cinquantamila lettere. Centinaia di lettori asserivano di aver applicato le istruzioni contenute nella lettera e di aver scoperto il significato nascosto delle parole.

Palmer capì di aver qualcosa di grosso tra le mani. Decise così di andare direttamente alla fonte e contattare Shaver stesso per saperne di più.

Una mitologia per l’Era Atomica.

Alla richiesta di nuovo materiale Shaver rispose con un dattiloscritto di 10000 parole intitolato a “A Warining to Future Man”. Il testo era strampalato e sconclusionato, in linea con la prima lettera, così Palmer si mise alla macchina da scrivere e ne ricavò un racconto di 31000 parole dal titolo “I Remember Lemuria!” , una sorta di summa della mitologia shaveriana.

MDJackson_Shaver_1La cosmogonia elaborata da Shaver prendeva avvio oltre ventimila anni fa quando la terra era dominata dai Titani, giganteschi esseri giunti dalle stelle. I Titani erano longevi ed eternamente giovani, e ci superavano in intelletto e sviluppo tecnologico.
Tra le varie meraviglie della loro tecnologia spiccava l’ingegneria genetica, attraverso cui essi avevano creato una grande quantità di specie da destinare ai lavori di fatica. Una di queste razze, migliaia di anni dopo, avrebbe generato quella degli homo sapiens. Altre razze erano dotate di sei braccia per manovrare le macchine dei Titani, la cui memoria si è conservata nelle rappresentazioni delle divinità indù. Altre avevano corna e zoccoli, altre metà umane e metà serpenti. Shaver definiva queste razze “robotiche”, non perché fossero in qualche modo meccaniche ma perché venivano controllate mentalmente dai Titani attraverso un apparecchio chiamato telaug, abbreviazione di telepathic augmentor.

Con il tempo il sole iniziò a cambiare e i suoi raggi divennero letali per i Titani, facendoli invecchiare e morire. L’Età dell’Oro era finita. I Titani non potevano rimanere sulla superficie della Terra, così costruirono immense città sotterranee collegate da una fitta rete di gallerie. Ma tutto ciò non bastò. Le radiazioni nocive del sole penetravano anche nelle profondità della Terra.

Così i Titani evacuarono il pianeta per stabilirsi su un nuovo mondo con un nuovo sole. Ma non c’era abbastanza posto nelle astronavi dei Titani, così le razze robotiche furono lasciate indietro. Nei secoli alcune di esse risalirono in superficie e si adattarono a vivere sotto il sole. Altre invece preferirono rimanere nelle tenebre delle caverne. Essi degenerarono in una razza di orribili nani, i dero (abbreviazione di detrimental robots). I dero sono il centro della mitologia (e delle ossessioni) di Shaver. Animati solo da odio e malvagità pura, tramite i macchinari lasciati indietro dai Titani i dero tormentano gli abitanti della superficie usando raggi in grado di uccidere o fare impazzire. Nel corso degli anni Shaver addosserà ai dero le colpe degli omicidi che riempiono le cronache, delle catastrofi, della morte di Franklin D. Roosvelt e quella di Kennedy, dell’Olocausto e perfino della crocifissione di Cristo. Quando non sono occupati a far il male per il gusto di farlo, i dero sfogano le loro perversioni sessuali su povere terrestri con l’aiuto di particolari macchinari “stimolatori”.

Secondo Shaver esiste anche una fazione benigna, i tero,ma che purtroppo è infinitamente più debole dei malvagi cugini.

La storia apparve sul numero di maggio 1945 che andò subito a ruba. Palmer scrisse la storia corredandola di note a fondo pagina a rimarcare il senso di “verità” del tutto. La risposta dei fan fu talmente entusiastica che fu aperta una nuova rubrica interamente dedicata al Mistero Shaver, “Report from the Forgotten Past?” dove i lettori potevano riferire le loro reminescenze di vite passate.
Le lettere dei lettori diventarono sempre più numerose e soprattutto più lunghe. La lettera più memorabile fu forse quella di ben quaranta pagine scritta da due ragazzini di dodici e sedici anni. La loro tartaruga, dopo essere morta, gli avrebbe comunicato psichicamente molti fatti che confermavano le teorie di Shaver.
Individui bizzarri cominciarono a frequentare la redazione di Amazing Stories, tra cui un uomo che asseriva di essere un Titano reincarnato.

Nei mesi successivi il duo Palmer-Shaver rincarò la dose con i racconti “Thought Records of Lemuria”, “Cave City of Hel” e “Cult of the Witch Queen”. Il Mistero Shaver ebbe presto anche un suo fan club, lo Shaver Mystery Club, fondato con una donazione in denaro dello stesso Shaver. Il Mistero Shaver divenne il principale argomento di conversazione degli appassionati di fantascienza di tutto il paese, divisi tra i credenti e gli scettici. Ma chi era l’uomo dietro a tutto questo? Chi era davvero Richard Shaver? Nel gennaio 1945 Ray Palmer lo incontrò nella sua casa in Pensylavania.

Meet Richard S. Shaver

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Richard Shaver fuper tutta la sua vita un uomo inquieto e tormentato. Lo dimostra il fatto che nel corso degli anni abbia dato versioni diverse e discordanti dei suoi trascorsi e degli eventi che lo portarono a scoprire le nefaste attività dei dero.

Nacque tra il 1908 e il 1910 in Pennsylvania. Passò l’infanzia girando per lo stato, seguendo il padre che apriva e perdeva ristoranti. La madre scriveva sotto pseudonimo per varie riviste e così faceva il fratello maggiore, a cui Richard era molto legato. Il fratello morì quando Shaver era ancora adolescente.

Dopo aver militato per qualche anno nel Partito Comunista, durante i suoi anni giovanili Shaver passò da un lavoro saltuario all’altro: autotrasportatore di alberi, macellaio in un mattatoio e infine saldatore per la Ford Motor Co. Si sposò tre volte, ma solo l’ultimo matrimonio, quello con Dorothy, una cristiana fondamentalista, risultò duraturo.

La versione più famosa di come Shaver venne a conoscenza dei dero e dei tero, lo vedeva impegnato a saldare nello stabilimento della Ford quando si accorse di udire “voci lontane di straordinaria complessità”. Presto Shaver capì che quelle voci erano i pensieri dei suoi colleghi. La sua mente era invasa da informazioni. Captava ogni pensiero di ogni persona nell’edificio. Ma c’erano altri pensieri, così strani, alieni e crudeli che non potevano appartenere alle persone che aveva intorno. ““Mira e lei , colpiscila” Poi sentivo le urla di una donna sempre più forti e in quelle urla un agonia sempre maggiore e alla fine un gorgoglio un rantolo di morte. In seguito mi accorgevo che qualcuno stava pensando ad un astronave, non ad una nuova astronave ma a una antica, attraverso la quale aveva viaggiato nello spazio.”

Spaventato da questa nuova realtà, Shaver lasciò il lavoro e si dette al vagabondaggio. Per un po’ guidò camion di liquori di contrabbando, poi lasciò anche questo lavoro per dirigersi a Montreal dove si imbarcò da clandestino in una nave che pensava fosse diretta nel Regno Unito. Invece approdò a Terranova, dove Shaver fu arrestato. O forse no. Qui la sua biografia diventa nebulosa. Sappiamo solo che qualche tempo dopo lo ritroviamo in carcere in un luogo imprecisato.

Durante la sua prigionia Shaver racconta di aver ricevuto visite da una ragazzina tero di nome Nydia. Nydia era cieca come l’omonimo personaggio de Gli Ultimi Giorni di Pompei. La ragazza spiegò a Shaver che le voci che udiva erano quelle dei dero e successivamente aiutò Shaver a scappare dalla prigione. Stando sempre al suo racconto, Shaver si stabilì in una caverna non molto lontana e visse alcuni anni con i tero che gli svelarono la storia segreta del mondo. Quando negli anni Settanta Palmer fu interrogato sulla permanenza sotterranea di Shaver egli rispose “Shaver non ha passato otto anni nel Mondo Sotterraneo, ma in un ospedale psichiatrico”.

Senza dubbio Shaver credeva fermante a ciò che raccontava. Dopo la pubblicazione delle prime storie del Mistero Shaver, Richard si trasferì a McHenry nell’Illinois per poter lavorare più vicino al suo mentore Palmer. Bill Hamling, un collaboratore di Palmer racconta di un pomeriggio in cui insieme a Ray andò a trovare Shaver. Erano tutti e tre seduti intorno ad un tavolo. All’improvviso Shaver sbirciò sotto la sua sedia. Il silenzio calò sulla stanza. Poi Shaver disse “Quello era Max.” Shaver spiegò che Max era il dero che lo tormentava e a detta di Hamling, nel dire quelle parole fu tremendamente serio.

Nonostante queste credenze Shaver era un uomo del tutto materialista. Al contrario di Palmer che amava flirtare con il mistero e le suggestioni esoteriche. Un esempio di tale spaccatura tra i due si ebbe quando Palmer tentò di far coincidere le rivelazioni di Shaver con quelle contenute nella cosiddetta Bibbia di Oahspe, un testo che venne dettato ad un medium nel 1881. A Shaver l’interpretazione spiritistica non andò giù. Le entità che lo perseguitavano non erano esseri disincarnati o spiriti, ma persone in carne ed ossa che vivevano sottoterra.

La Guerra Segreta del Fandom

cbf98fcee4262a9541fecc7909e2df97Dall’inizio della saga del Mistero Shaver la circolazione di Amazing Stories era passata dalle 135.000 alle 185.000 copie mensili. Con il numero di Settembre 1945 Ray Palmer oltrepassò un confine importante asserendo che tutto quello che veniva raccontato nelle storie di Shaver non era altro che la pura verità. Ray arrivò anche a sostenere di avere anche lui reminescenze del lontano passato lemuriano e invitò i lettori a scrivere per dare il loro contributo attraverso le loro esperienze. Il Mistero Shaver divenne la principale attrattiva di Amazing Stories e Palmer arrivò addirittura a rifiutare storie di Ray Bradbury e Henry Hasse pur di fare spazio alle nuove puntate del Mistero.

Ma non tutti i fan erano entusiasti della piega presa dalla rivista. Una parte del fandom, quella più giovane e riottosa, vedeva la fantascienza come un mezzo per mettere in discussione le convenzioni della società in cui vivevano. Più affini alla fantascienza sofisticata e intellettuale di Astounding Science-Fiction di John W. Campbell che a quelle avventurosa e populistica della rivista di Palmer, questi nuovi fan vedevano sé stessi come atei, comunisti e ribelli. Gente che non era disposta a bersi le favole di Palmer, che per loro erano ormai divenute la Beffa Shaver.

Il boicottaggio del Mistero Shaver iniziò all’interno dei club di fantascienza locali. Ad esempio la Queens Science Fiction League di New York deliberò che le storie di Shaver ponevano una minaccia alla salute mentale dei lettori. Durante un congresso di fan a Filadelfia si pensò di presentare una petizione al Ministero delle Poste perché bloccasse l’inviò per corrispondenza di Amazing Stories.

Dalle colonne della sua rivista Palmer rispose ai tentativi di boicottaggio e ostracismo esponendosi in prima persona e ribattendo alle accuse di quelli che lo accusavano di ingannare il suo pubblico.

Presto nella rubrica delle lettere di Amazing Stories iniziarono ad apparire missive sempre più bizzarre e improbabili di cui forse la più spassosa e la seguente. “Sono un laureato in scienze occulte presso la Miskantonic University e sono stato coinvolto nella lotta contro i “ dero sotterranei” del signor Shaver sin dalla mia laurea nel 1935 … La Traduzione dell’undicesimo capitolo del Necronomicon tramite “l’alfabeto lemuriano” potrebbe aiutare a scovare i pezzi mancanti.” Il curatore della posta Howard Browne non colse i riferimenti a Lovecraft e pubblicò la lettera nel numero seguente con tanto di risposta di Palmer “Il suo uso delle virgolette intorno ai “dero sotterranei” ci interessa assai, poiché è esattamente quello che avremmo fatto noi, conoscendo ciò che noi conosciamo!”

Quando Palmer ricevette la lettera in cui il lettore confessava lo scherzo, decise di passare al contrattacco. Tramite il suo collega Hamiling, Palmer inviò una lettera ad un fan suo detrattore in cui si riferiva della sua scomparsa improvvisa. Sempre nella lettera si raccontava che Palmer era stato ritrovato in stato confusionale con in mano un pezzo di carbone e un magnete. La diagnosi era chiara: esaurimento nervoso con immediato ricovero in manicomio. I critici di Palmer, tra cui molti eminenti fan, ci si buttarono a capofitto e rimasero di stucco quando quest’ultimo confessò la burla.

Il critico più agguerrito di Palmer fu un certo Thomas Gardner, un fan molto attivo nel perorare la causa della fantascienza. Scriveva “I picchiatelli, come vengono chiamati, sono almeno un milione negli Stati Uniti. Si tratta perlopiù di adulti, con un livello di istruzione che va dal semianalfabetismo a quello di laureati impiegati nel settore tecnico. Molti di essi sono seriamente convinti dell’esistenza di civiltà superiori alla nostra …” Una delle paure di Gardner era che questo nuovo “culto” potesse espandere la sua influenza sul settore dell’educazione pubblica.

La storia più sensazionale mai raccontata

Shaver-Mystery-June-1945Il 1947 segnò lo zenith del Mistero Shaver ma anche l’avvio del suo inesorabile declino. Il numero di giugno fu interamente dedicato al Mistero e Palmer nel suo editoriale lasciò intendere che i dero avevano fatto il possibile per ostacolarne la pubblicazione e ribadì pubblicamente la sua fede nelle affermazioni di Shaver. “L’uomo non governa questa Terra e questa è la pura verità. Continua ad intrigarci, Mistero Shaver!”

Ma il vento stava cambiando. L’editore William Ziff non era più contento di vedere il suo nome accostato ad un argomento diventato ormai troppo controverso per non dire ridicolo e iniziò a fare pressioni su Palmer perché la piantasse con questa baracconata. A tutt’oggi non sono chiare le ragioni di questo improvviso cambio di rotta e nel corso degli anni si sono ventilate diverse ipotesi. Si parlò della mole sempre più insostenibile di lamentele da parte di vecchi fan disgustati dal nuovo corso della rivista, come di una decisione dello stesso Palmer che vedeva il Mistero come un argomento poco adatto ad una rivista di fiction . Nel 1961 Palmer dichiarò addirittura che Ziff aveva deciso di troncare la serie perché le idee di Shaver contraddicevano le idee di Einstein (qualsiasi cosa voglia dire). Comunque sia dal numero di gennaio 1948 i racconti di Shaver iniziarono a diradare. In contemporanea Palmer se ne usciva con annunci roboanti sull’imminente pubblicazione della prova che avrebbe validato una volta per tutte le teorie di Shaver, che sarebbe stata rivelata sul numero di Aprile 1948.

Ma intanto un nuovo fenomeno stava catalizzando l’attenzione degli appassionati di mistero. Il 24 giugno 1947 il pilota civile Kenneth Arnold aveva riferito di aver avvistato in volo nove oggetti di origine sconosciuta: era iniziata l’era degli UFO. Palmer fu uno dei più entusiasti promotori di questo nuovo fenomeno tanto che dedicherà la copertina della sua nuova rivista Fate all’avvistamento di Arnold. Shaver dal canto suo intuiva che i dischi volanti stavano rubando la scena al suo Mistero.

Il numero di Marzo 1948 arrivò in edicola con una nuova storia di Shaver, “Gods of Venus”. Dalle posizioni intransigenti di qualche mese prima, Palmer divenne più elastico sulla veridicità delle storie di Shaver “Per quelli che chiamano le nostre storie verità (che lo siano o meno!) che chiamino questa qui finzione, e che lascino quelli che sanno riconoscere le parti vere (se ce ne sono) discernerle da soli” Ma subito dopo Palmer annunciava che la prova definitiva sarebbe stata presentata nel numero del mese successivo.

Il mese di Aprile 1948 arrivò e con esso il nuovo numero di Amazing Stories. Quello che non arrivò fu la tanto agognata prova. Nel suo editoriale, in un articolato panegirico, Palmer si arrampicava sugli specchi cercando di giustificarsi, ma alla fine concludeva perentoria: Amazing Stories raccontava storie di fantasia che non avevano nulla a che fare con la realtà.

Nel 1949 Ray Palmer lasciava la Ziff-Davis. Il nuovo direttore di Amazing Stories divenne Howard Browne, proprio l’uomo che aveva buttato nel cestino la prima lettera di Shaver e che definirà tutta la faccenda “La porcheria più disgustosa in cui mi sia mai imbattuto.” L’epopea del Mistero Shaver finiva così.

Epilogo

other_worlds_4911Lasciatosi alle spalle l’esperienza di Amazing Stories Palmer si dedicò anima e corpo alla sua nuova avventura editoriale, Fate, una rivista interamente dedicata al mistero in tutte le sue declinazioni: occultismo, UFO, parapsicologia ecc … Fate sarà destinata a diventare una delle più longeve riviste del settore. Alcuni anni dopo Palmer venderà la rivista e successivamente avvierà una serie di testate analoghe come Imagination, Mystic, Serach e Other Worlds sulle quali continuerà a dare spazio agli scritti di Shaver che avevano ormai abbandonato la consueta forma narrativa e assunto quella farneticanti ammonimenti.

All’inizio degli anni Sessanta Richard e Dorothy Shaver si trasferirono in una fattoria ad Amherst nel Wisconsin, a pochi passi dalla casa di Palmer e la sua famiglia. Qui tra il 1961 e il 1964 Palmer e Shaver poterono dedicarsi al loro magnum opus, The Hidden World, una serie di sedici volumi per un totale di tremila pagine presentata come l’opera definitiva sul Mistero Shaver.

Negli ultimi vent’anni della sua vita Shaver fu totalmente assorbito da quella che ai suoi occhi doveva essere la prova delle sue teorie sui dero. Cominciò a produrre quelle che lui chiamò “Pietre di Arte Prediluviana”. Secondo Shaver gli antichi abitanti della Terra avevano impresso i loro pensieri sulle pietre sotto forma di immagini che potevano essere portate alla luce attraverso un particolare procedimento. Chiamati anche “libri di roccia” questi artefatti consistevano in lastre di agata tagliate in due che poi venivano proiettate su lastre di cartone tramite un proiettore opaco. A quel punto, dopo aver trattato il cartone con coloranti e detergenti da tintoria, Shaver vi dipingeva sopra per mostrare a tutti ciò che lui vedeva. Shaver era convinto che studiando i libri di roccia si sarebbero potuti estrapolare i segreti dell’avanzatissima tecnologia dei Titani. Nell’attesa di studi approfonditi, Shaver iniziò a vendere per corrispondenza questi pezzi di art brut tramite inserzioni su varie riviste.

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Richard Shaver morì di cancro nel 1975, ormai dimenticato da tutti.

Ray Palmer, dopo una vita spesa a pubblicizzare un mistero dopo l’altro mantenendo un atteggiamento sempre furbamente agnostico, si spense nell’agosto 1977.

Che dire di tutta questa storia? La storiografia della fantascienza ci ha tramandato le figure di Palmer e Shaver come quelle di due profittatori che presero in giro l’ingenuo pubblico dei pulp degli anni Quaranta. Ma fu davvero così?

Ma soprattutto Shaver e Palmer credevano davvero a ciò che andavano raccontando? Per quanto riguarda Shaver la risposta è probabilmente affermativa. Tutti quelli che lo conobbero riconoscono la sua ferma fede nelle sue convinzioni. Si è speculato anche su una possibile schizofrenia, viste le somiglianze tra il telaug con cui i dero lo tormentavano e la cosiddetta macchina influenzante, elemento tipico delle fantasie degli schizofrenici.

Per quanto riguarda Palmer la faccenda è più complessa. Nonostante si sia ormai cristallizzata l’immagine di un Palmer manipolatore e cinico, alcuni dei suoi colleghi invece raccontano un Palmer genuinamente affascinato dal mistero. La sua fu una figura molto più complessa. Come spiega Richard Toronto nel suo War Over Lemuria: Richard Shaver, Ray Palmer and the Strangest Chapter of 1940s Science Fiction il nome del Mistero Shaver non fu scelto a caso. Un mistero per Palmer era qualcosa che non doveva né poteva essere risolto poiché la sua esistenza ci spingeva a pensare e a mettere in discussione le nostre certezze. Nel 1977 intervenendo ad una conferenza sui dischi volanti esplicitò così il suo pensiero “Se sapessimo esattamente cosa siano i dischi volanti … avremmo risolto il mistero e torneremmo alla noia e avremmo di nuovo smesso di pensare. I spero che il mistero dei dischi volanti non sia mai risolto.”
Toronto dipinge un Palmer convinto che il 99% della popolazione fosse rimbecillita dall’istruzione e dalla religione. Un Palmer convinto che le nuove e provocatorie idee della fantascienza potessero produrre cittadini dotati di senso critico.

Per quanto mi riguarda penso che Shaver e Palmer si limitarono a vendere ad una nazione stremata dalla guerra e dalla crisi economica un sogno, una realtà alternativa nella quale rifugiarsi. Una nuova mitologia che spiegasse le leggi segrete che sottostavano ad un mondo sempre più caotico ed incomprensibile.
Oggi all’alba del XXI secolo tutto ciò si sta ripetendo ancora una volta, con il fiorire di mitologie pseudoscientifiche che non si avvalgono più della carta economica dei pulp magazines per diffondersi, ma delle pagine web e della rete. Come fa giustamente notare Walter Krafton-Minkel nel suo seminale Mondi Sotterranei: il mito della Terra Cava, la mitologia di Shaver non sopravvisse a sé stessa poiché mancava di un elemento salvifico. La sua visione del mondo prospettava un umanità in balia di forze oscure, condannata ancora prima di nascere.

In un breve articolo su The Hidden World Shaver sintetizzò così la sua visione del mondo in poche righe: “Se solo oggi avessimo amore invece di odio. Se solo … possedessimo la conoscenza dei nostri predecessori. Se solo … le nostre brevi vite fossero felici. Se solo … essi fossero tutti morti, e noi fossimo mai nati; non sarebbe stato meglio?”

FONTI

Mondi Sotterranei: il mito della Terra Cava di Walter Krafton-Minkel

War Over Lemuria: Richard Shaver, Ray Palmer and the Strangest Chapter of 1940s Science Fiction  di Richard Toronto