Alienween – The Melting Movie

alienween

Con I Rec U Federico Sfascia si è imposto come una delle voci più originali e personali nel panorama del cinema indipendente italiano. In questi tre anni passati dal film d’esordio il vulcanico regista folignate non è stato certo a guardarsi l’ombelico, anzi, ha sfornato pregevoli cortometraggi quali il dittico de Le Notti del Maligno e D.S, quest’ultimo trasmesso addirittura dalla BBC all’interno di un programma dedicato al cinema horror. Così Sfascia ha attirato l’attenzione del veterano dell’horror indipendente italiano Alex Visani che ha deciso di produrgli un film. Il risultato di questo sodalizio è Alienween.

Ernesto e alcuni amici hanno deciso di passare la notte di Halloween all’insegna della baldoria e così hanno organizzato, in un vecchio casolare abbandonato, un party a base di droga e prostitute. I giovani pensano che le loro fidanzate siano all’oscuro di tutto ciò ma si sbagliano: le ragazze hanno pedinato uno di loro e stanno per piombare in casa e rovinargli la festa. Ma una minaccia ancora peggiore delle fidanzate gelose attende i protagonisti. Infatti una pioggia di meteoriti ha portato sulla Terra dei pericolosi parassiti alieni che si impossessano dei corpi umani per poi liquefarli e mutarli dall’interno. Ernesto e i suoi amici dovranno cercare di sopravvivere a tutti i costi.

È chiaro fin da subito che Sfascia conosce alla perfezione i meccanismi, le regole e la storia del cinema horror. Alienween attinge a piene mani dagli ultimi cinquant’anni del genere: c’è la sindrome da assedio e la paura del contagio mutuata direttamente dalla saga dei morti viventi di George A. Romero. C’è la mutazione dei corpi del cinema di Cronenberg e de La Cosa di Carpenter. L’uso della luce mutuato da Mario Bava e da Dario Argento. La comicità splatter/slapstick de La Casa e le meccaniche degli slasher. Ma anche riferimenti meno ovvi come il Lucio Fulci di Zombi 2 e i giochi di sguardi di Storia di Fantasmi Cinesi. Ed è proprio in virtù di questa dimestichezza col genere horror che Sfascia non si limita ad eseguire il compitino e appiccicargli sopra due citazioni. No, Sfascia ribalta stereotipi e sovverte aspettative. Come aveva già fatto con il precedente film, Sfascia contamina l’horror tanto con l’umorismo dissacrante quanto con il melodramma.

Se I Rec U trattava di temi legati grossomodo al periodo dell’adolescenza, quali la ricerca dell’amore e il dolore derivante dall’essere diversi, Alienween ha il suo focus sull’età adulta: i personaggi sono vissuti, si portano dietro un passato di dolori, errori e rimpianti, sono già scesi a compromessi con la vita. Come nei modelli a cui il film si ispira, l’elemento alieno o mostruoso funge da catalizzatore per i conflitti latenti tra i protagonisti, pronti a deflagrare da un momento all’altro. Per questo Alienween è un film più cattivo e più cinico di quanto non lo fosse I Rec U. Sfascia fa oscillare la storia tra il dramma e la comicità nera, anzi, nerissima. Esilaranti sono le morti di alcuni personaggi che subiscono un vero e proprio contrappasso dantesco: fidanzatini possessivi che finiscono fusi in un bolo di carne e bigotte che esplodono dopo un ascesso di lussuria alcuni dei tanti esempi. E in questa pellicola fa capolino un aspetto che in I Rec U era appena accennato, ovvero una forte componente satirica. Nessuno dei nostri miti contemporanei è risparmiato, dall’abuso di smartphone e social network fino alla moltitudine di gangsta rapper, o sedicenti tali, che affollano la scena musicale italiana, passando per il bigottismo strisciante; Alienween offre anche uno spaccato degli aspetti più grotteschi dei nostri tempi.

Con questa pellicola Sfascia sembra aver raggiunto la piena maturità stilistica. Le piccole incertezze che affliggevano alcune parti di I Rec U sono ormai ricordi del passato. Sfascia sa benissimo come manipolare la materia filmica. La narrazione di Alienween è forsennata e velocissima, sostenuta da un montaggio ipercinetico e da una regia che, come già nei suoi lavori precedenti, opta per ardite soluzioni che avvicinano l’estetica del film a quella del cinema d’animazione.
Da I Rec U Sfascia si porta dietro alcuni preziosi collaboratori quali il compositore Alberto Masoni e il deus ex machina degli effetti speciali Marco Camellini che si occupa di dare vita al serraglio di mostri che abita la pellicola. Un plauso particolare va al cast (che di solito è la nota dolente nei film indipendenti). Guglielmo Favilla e Raffaele Ottolenghi hanno una chimica straordinaria e rendono alla perfezione il rapporto di amicizia/odio che lega i loro due personaggi, mentre Giulia Zeetti regala una protagonista femminile di rara intensità. Da non perdere invece è il personaggio interpretato da un altro volto noto dell’indie italiano, Alex Lucchesi, che veste i  panni di un DJ metallaro che ha visto giorni migliori, protagonista di un esilarante sub-plot.

Alienween è un atto d’amore per un tipo di cinema che forse è quasi definitivamente scomparso. Ma sarebbe riduttivo liquidare la produzione di Federico Sfascia ad una mera operazione nostalgica e citazionista. Per chi scrive sotto la scintillante superficie ultrapop vi è un cinema che parla di temi quali la vita, l’amore, la morte. Il cinema di Sfascia scaturisce da un urgenza di raccontare ed è, davvero, ciò di cui mortalmente abbiamo bisogno.

Trailer

Soliloquio: Emmerich, l’Ejzenštejn dell’americanata

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Mi è capitata sotto gli occhi la notizia dell’imminente uscita di Stonewall, film dedicato alla famosa rivolta di Stonewall appunto, accaduta la notte del 27 Giugno 1969, vicenda che ha segnato un punto di svolta nella lotta per diritti delle persone LGBT. Mi ha lasciato perplesso scoprire che alla regia c’è Roland Emmerich. Si chiaro, sono certo che il vecchio Roland (gay e attivista LGBT lui stesso) si sia imbarcato in quest’impresa con le migliori intenzioni, ma faccio fatica a immaginare come la poetica catastrofica a cui ci ha abituato per più di vent’anni possa servire a raccontare temi così delicati.
Parlare di Roland Emmerich e dei suoi film mi riporta inevitabilmente alla mia infanzia. Chiunque sia cresciuto negli anni Novanta avrà almeno visto uno dei suoi film al cinema. Io e i miei amici delle elementari aspettavamo con ansia l’annuale replica di Stargate o Indipendence Day per poi discuterne a colazione nel corridoio della scuola “Hai visto quando disintegrano New York?” “E la scena in cui esplode l’astronave madre?”
Assieme a Jurassic Park, Indiana Jones e Rambo i film del tedesco (anche se non sapevamo fossero suoi, visto che pensavamo che tutti i film del mondo fossero girati da Steven Spielberg) formavano una sorta di bizzarro canone cinematografico degli ottenni.
Insomma, col tempo sono arrivato ad accettare che Emmerich ha formato una parte, anche se piccola del mio immaginario.

 
Ma sgombriamo subito il campo da equivoci: non è mia intenzione rivalutare i film di Emmerich o elevarli ad un qualche status di “cult”. Non sono uno di quegli sciagurati che mitizzano tutto ciò che appartiene alla loro infanzia o adolescenza. Mi interessa più che altro rivedere, spesso a distanza di anni, cose che un tempo mi avevano colpito. Fa un effetto strano, anche perchè l’alone magico che questi film avevano un tempo se ne è ormai andato.
Il mio primo incontro con il buon Emmerich fu con Stargate. Lo vidi in televsione e lo registrai, consumando il nastro della VHS negli anni seguenti. Essendo all’epoca io un bambino affascinato dall’Antico Egitto e appassionato di fantascienza, questo film non sfondava una ma ben due porte aperte, mescolando le due cose in una trama che sembra uscita da un libro di Peter Kolosimo.
Breve riassunto della storia per quei due che non l’hanno visto: il dottor Daniel Jackson, studioso emarginato dalla comunità scientifica per via delle sue teorie bizzarre, viene arruolato in un progetto segreto volto a decifrare alcuni geroglifici che nascondono il modo di far funzionare uno strano artefatto trovato in Egitto decenni prima. Jackson, grazie alla sua conoscenza dell’egiziano antico ci riesce e si scopre che l’artefatto è una porta per un mondo alieno. Viene inviata un gruppo di militari con Jackson al seguito che scoprono un pianeta abitato da umani, molto simile per cultura e ambiente all’antico Egitto. Non fanno in tempo ad ambientarsi che ecco arrivare, con la sua astronave a forma di piramide, il despota alieno che controlla il pianeta e contro cui i protagonisti dovranno scontrarsi.
Rivisto oggi il film brilla per un buon cast che annovera James Spader, Kurt Russell (che ha la battuta migliore del film “Porta i miei saluti a Tutankhamon, stronzo!“) e Jaye Davison, quello de La Moglie del Soldato, qui alla sua ultima interpretazione prima dell’addio alle scene. Come tutti i film di Emmerich, Stargate mette a dura prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore. ll peggio però e la schematicità, la dicotomia assoluta sui cui pone tutto il film, con i soldati americani buoni da una parte e i tiranni extraterrestri (ma leggasi mediorientali) dall’altra e il popolo oppresso in mezzo che aspetta il salvatore, incarnato dal biondo personaggio di James Spader. A otto anni non ci fai caso, ma oggi, complice anche una sensibilità del cinema in generale che è cambiata, tutto ciò fa un po’ sorridere. Ma non è ancora niente in confronto ad Indipendence Day.

 
Visto per la prima volta in una VHS noleggiata da Blockbuster (RIP), Indipendence Day può ambire al titolo di filmone patriottico/propagandistico per eccellenza, forse solo Armageddon di Micheal Bay può competerci. Entrambi i film vedono la Terra minacciata dallo spazio, entrambi ci dicono che il mondo si può salvare solo accettando la leadership americana. Il canovaccio di Indipendence Day è di una semplicità disarmante. Gli alieni attaccano la Terra, accanendosi sulle principali capitali mondiali. Le forze armate terrestri vengono spazzate via, mentre i civili cercano di salvarsi come possono. Seguiamo le vicende di varie persone, tra cui il presidente degli Stati Uniti, un ricercatore del SETI e un pilota di caccia.
Il film di Emmerich ricicla idee, a partire dalle navi aliene sopra le città come nella serie Visitors e attinge nel finale dal classico La Guerra dei Mondi con un virus che stavolta è informatico.
Forte di un budget più alto, Emmerich da sfogo alla sua passione per la distruzione urbana, che diventerà un marchio di fabbrica nei suoi lavori successivi.
Visto che siamo in pieni anni Novanta e X-Files impazza in TV, non può mancare una puntata nella famigerata Area 51, dove tra alieni in salamoia e navette schiantate si prepara il contrattacco terrestre. Questa fu la scena che colpì di più la mia immaginazione di bambino. Questa e quella che viene subito dopo, con l’autopsia del pilota alieno che finisce nel peggior modo possibile. In mezzo c’è Will Smith, che all’epoca aveva appena smesso i panni del principe di Bel Air, che stende a cazzotti un extraterrestre e un rapito dagli alieni che vuole vendicarsi dei suoi aguzzini spaziali. Il tutto culmina in un tripudio di patriottismo e retorica che darebbe fastidio anche a John Milius, con il presidente degli Stati Uniti che guida l’attacco alla nave madre aliena giusto in tempo per il quattro luglio. Tutto finisce con l’auspicio di una nuova concordia tra i popoli per far fronte alla nuova minaccia dallo spazio.
Anche per questo film Emmerich ha potuto fare affidamente su un cast di prim’ordine, tra cui Jeff Goldblum che dopo La Mosca e Jurassic Park torna a fare la parte dello scienziato eccentrico.

 
Il 1998 è l’anno del remake americano di Godzilla ma è anche l’anno in cui il mio rapporto con Emmerich inizia ad incrinarsi. Il mostro che distrugge New York nel film infatti condivide con il suo omologo giapponese solo il nome. Il film mi piacque anche ma mi aspettavo di trovarci quel fantasmagorico mondo presente nei film nipponici (e di cui i bambini più grandi che li avevano visti, si bullavano con me). Il Godzilla di Emmerich non spara raggi atomici, non è un dinosauro mutato. Perdipiù, per non urtare il pubblico a stelle e strisce, non sono più le bombe H americane ad aver mutato il rettile, bensì quelle francesi, e con questa scusa nel film viene infilato Jean Renò. Riguardandolo adesso è palese come Emmerich tenti in tutti i modi di flettere i muscoli in vista del confronto con i due Jurassic Park di Spielberg: questo è palese nella scena finale dove assistiamo alla schiusa delle uova di Godzilla, dalle quali escono animalacci fin troppo memori dei Velociraptor del dittico giurassico.

 
Il “divorzio” definitivo tra me ed Emmerich avviene nel 2004. L’occasione è la visione in sala di The Day After Tomorrow. In quell’anno, non solo entro anagraficamente nella mia adolescenza, ma cosa molto più importante inizio ad esploarare il cinema nella sua interezza, uscendo dal seminato del mainstream. Un ruolo importante lo gioca internet, i forum e i siti mi fanno scoprire nuovi film e autori, i programmi P2P mi permettono di procurarmi un sacco di titoli altrimenti irrecuperabili. Nomi come Carpenter, Cronenberg e Romero sono i miei nuovi fari. E quindi guardo con cun po’ di spocchia ciò che m piaceva da piccolo. Il film in sè non aiuta. Stavolta la minaccia è quella di una nuova era glaciale. Niente di che, ricordo poco del film.

 
Sono passati anni. Emmerich ha intanto diretto 2012 per poi passare ad Anonymous. Io, passata la mia convulsa adolescenza cinefila, sono molto più clemente con il cinema mainstream in generale. Presto uscirà Indipendence Day: Resurgence, a vent’anni esatti dal primo capitolo. I miei doveri di cinefilo mi imporrebbero di snobbarlo ma questi propositi sono come quelli degli alcolizzati. Nel profondo so che mi fionderò alla prima poiezione economica e mentre aspetterò che si faccia buio in sala, spererò che almeno per due orette io possa tornare quel bambino di otto anni con gli occhi sbarrati per la meraviglia.

La Fine del Mondo

World's End

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“Scusi, ce l’avete l’Alba dei Morti Dementi?”

Il commesso del Blockbuster, un ragazzone di bell’aspetto picchiettò sulla tastiera del pc.

L’Alba dei Morti Viventi? Guarda è in quello scaffale là in fondo, terzo ripiano”

Il ragazzino che aveva chiesto il film esitò un attimo. Poi:

“No, io volevo l’Alba dei Morti Dementi.

Il commesso fece quell’espressione da “mi stai prendendo per il culo o che?”

Viventi vorrai dire”

“No, proprio dementi

Quel ragazzino ero io, e questo è stato il mio primo incontro con il cinema di Edgar Wright e del duo Simon Pegg/ Nick Frost. Ed è anche stato il momento in cui ho iniziato ad odiare i titolisti italiani, poiché il titolo originale de L’Alba dei Morti Dementi, uscito in Italia con un anno di ritardo e direttamente in home video, era Shaun of the Dead. Qualche giorno dopo riuscì comunque a procurarmi il film e me ne innamorai. Penso di averlo rivisto almeno otto volte da quel lontano 2005.

Nell’estate 2007 fu la volta del nuovo sforzo del dinamico trio, Hot Fuzz, visto in una sala vuota della multisala. Con questi due film Wright, Pegg e Frost hanno mostrato al mondo come sia ancora possibile fare del cinema di genere denso di ironia e intelligenza, tanto che Quentin Tarantino li ha chiamati a dirigere e interpretare uno dei finti trailer di Grindhouse. Negli anni trascorsi da Hot Fuzz, questi tre ragazzacci inglesi si sono concentrati sulle loro carriere soliste: Pegg e Frost sono apparsi rispettivamente in Star Trek e I Love Radio Rock, oltre a scrivere e interpretare un altro film in coppia, Paul, divertente ma non all’altezza dei due precedenti. Wright invece ha girato il suo primo film americano, Scott Pilgrim Vs. the World, un giocattolone francamente deludente.

Nel 2012,dopo tanti rimandi è finalmente arrivato il terzo capitolo di quella che i diretti interessati hanno ribattezzato la “Cornetto Trilogy”: The World’s End.

Mi sono avvicinato a questo film con le farfalle nello stomaco. Da una parte non vedevo l’ora di vedere un nuovo exploit dei tre, poiché ormai battute, espressioni e citazioni da Hot Fuzz e Shaun of the Dead fanno parte della mia personale mitologia. Dall’altra temevo che questo sarebbe stato il capitolo flop, e non solo perché il terzo episodio è di solito quello più difficile. Su quest’ultimo punto, per fortuna mi sbagliavo di grosso.

Gli Ingredienti di Shaun erano “commedia romantica” più “epidemia zombie”. Quelli di Hot Fuzz “horror rurale britannico” più “film d’azione tamarro” più “satira sulla provincia inglese”. The World’s End si può riassumere in “crisi di mezza età” più “birra” più “alieni”.

Gary King è un quarantenne fallito che decide di ricontattare i suoi amici delle superiori per ritentare l’impresa che avevano fallito vent’anni prima: scolarsi pinte attraverso tutti i dodici pub della loro cittadina natale fino a giungere al pub più famigerato di tutti, il World’s End. I nostri eroi si imbarcano nell’impresa ma dovranno fare presto i conti con il fatto che sono cresciuti e cambiati, che non sono più scafati diciottenni. Ma non sono solo loro ad essere diversi, qualcosa di strano sembra permeare la loro cittadina natale e scopriranno presto di cosa si tratta: tutti gli abitanti sono stati sostituiti da replicanti al servizio di un intelligenza aliena dai misteriosi intenti. Riusciranno Gary e i suoi amici a salvare il mondo? Ma soprattutto riusciranno ad arrivare ancora in piedi al World’s End?

World’s End mantiene lo stesso approccio al genere che aveva reso grandi due film precedenti. Wright e Pegg, che firmano anche la sceneggiatura, dimostrano di conoscere a fondo i generi in cui si infiltrano e dove   innestano massicce dosi di commedia. Questa volta è il turno della fantascienza, con un occhio di riguardo a classici della sci-fi british come Il Villaggio dei Dannati e alle atmosfere di certi episodi di Doctor Who. L’operazione è condotta come al solito con grande tatto senza mai sfociare apertamente nella parodia.

Questo ultimo capitolo della trilogia si riallaccia direttamente al primo, a Shaun of the Dead, e non solo per l’importanza che i pub rivestono all’interno della storia. Il film del 2004 era la storia di due trentenni intrappolati in una sorta di limbo post-adolescenziale che erano costretti a crescere dall’irrompere di un apocalisse zombie. Qua invece abbiamo un gruppo di quarantenni che vuole tornare ai loro anni ruggenti. In Shaun of the Dead era il passaggio all’età adulta (simboleggiato dal sacrificio della madre e dell’amico del cuore) a permettere al protagonista di salvarsi, qua invece la soluzione sarà ben diversa e decisamente più imprevedibile. In quest’ottica World’s End pare una versione aggiornata e rivista di Shaun of the Dead, alla luce di quasi dieci anni di maturazione artistica, alla luce di un età della vita diversa. Infatti è innegabile che lungo tutto il film si respiri una aria decisamente malinconica e lievemente agrodolce, simile a quella che si respira alle periodiche cene di classe delle superiori.

A suggellare questo cambiamento di tono c’è una vera e propria rivoluzione copernicana sul piano attoriale, ovvero lo scambio di ruoli nel duo Pegg/Frost. Nei due film precedenti Pegg aveva sempre avuto la parte del personaggio più maturo mentre a Frost toccava la parte dell’ingenuo e del casinista. I ruoli qua si invertono, Frost si becca un personaggio complesso e tormentato, Pegg interpreta l’idea platonica del coglionazzo. I due, che già funzionavano alla grande nella precedente configurazione, colgono l’occasione per regalare performance enormi, specie Frost si scopre capace di un intensità che non avresti mai detto. Anche il cast di supporto è valorizzato e calato dentro personaggi caratterizzati in maniera sottile ed efficace.

World’s End è una visione obbligata per chi ha amato i due film precedenti (che nel caso non aveste visto vi imploro di recuperare, è per il vostro bene) ,per tutti gli amanti della fantascienza, specie in questo periodo di vacche magre e per chi ama il cinema di genere vitale e intelligente.

Turbo Kid

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Negli ultimi anni è giunto sugli schermi un numero sempre maggiore di pellicole che stilisticamente si rifanno al cinema degli anni Ottanta. Il decennio di Ronald Reagan è sempre più visto dalle nuove generazioni di registi come una perduta età dell’oro cinematografica e il suo cinema, specialmente quello di genere viene cannibalizzato, riproponendone in forma spesso esasperata, topos ed estetica. È quindi tutto un fiorire di eroi macho, splatter, azione tamarra e onnipresenti colonne sonore elettroniche. Un revival che ha fatto breccia tanto nel cuore degli spettatori che negli anni Ottanta ci sono cresciuti quanto in quello di chi è troppo giovane anche solo per averli vissuti.
Tuttavia avventurarsi nella strada dell’omaggio è sempre un impresa rischiosa. Basta un attimo per scivolare nella zona dell’onanismo cinefilo, alienandosi tutto il pubblico in sala con l’eccezione dei soliti quattro nerd che si divertono a indovinare le citazioni. Fortunatamente questo non è il caso di Turbo Kid, il post-apoacalittico diretto dal trio di registi canadesi François Simard, Anouk Whissell e Yoann-Karl Whissell, meglio conosciuti con la sigla di RKSS.

L’anno è il 1997, ma non quello che conosciamo. Il pianeta è stato devastato dalla guerra atomica ed è congelato in un inverno nucleare apparentemente senza fine. I sopravvissuti arrancano in una landa desolata che pare un enorme discarica, cercando qualcosa di valore tra gli oggetti del vecchio mondo da barattare per un po’ di viveri. Il bene più prezioso è l’acqua il cui monopolio della produzione e distribuzione è detenuto dal dispotico Zeus, un signore della guerra a capo di un esercito di sadici tagliagole. In questo quadro desolante un ragazzo cerca di sopravvivere come può scorrazzando qua e la con la sua bici BMX (il principale mezzo di trasporto di questo nuovo medioevo) cercando oggetti da rivendere e vivendo nel culto dell’eroe dei fumetti Turbo Rider. Le cose cambiano quando il nostro incontra una ragazza spuntata dal nulla, Apple, con la quale lega subito. L’idillio non fa in tempo a sbocciare che Apple viene rapita dagli scagnozzi di Zeus e il nostro eroe dovrà così correre in suo soccorso.

I registi non fanno mistero neanche per un attimo di quali siano i modelli a cui si ispira Turbo Kid, a partire dall’ovvio debito con la saga di Mad Max ed i suoi epigoni, passando per il John Carpenter di 1997 Fuga da New York fino ai videogiochi come Mega Man omaggiato nell’armatura del Turbo Kid, senza dimenticare l’uomo senza nome di leoniana memoria a cui viene pagato tributo nel personaggio di Frederic, mentore del protagonista. Fortunatamente il film non si esaurisce in un mortifero museo delle cere citazionistico. Turbo Kid è un film con un cuore e la sua vera forza sta nelle emozioni che riesce a trasmettere allo spettatore. Infatti il film dei RKSS è una delle migliori storie di coming of age degli ultimi tempi. Il protagonista vive recluso nel suo bunker, indulgendo in un infanzia portata oltre la sua durata naturale, anche grazie ai fumetti di cui è un vorace lettore. L’irruzione di una ragazza, dapprima accolta con diffidenza, lo costringe ad uscire e affrontare il mondo adulto. Turbo Kid è una storia tanto semplice quanto universale: il nostro giovane eroe affronta prove, trova un mentore lungo la strada e sconfiggendo la sua nemesi alla fine sceglie cosa poter fare della sua vita. L’aderenza con i modelli del mito e della fiaba è così stretta che sembra scritta tenendo a portata di mano L’Eroe dai Mille Volti di Joseph Campbell.

La regia si dimostra inventiva tanto nelle scene più calme, come quelle che esplorano il rapporto tra Apple e il protagonista, quanto in quelle d’azione. In queste ultime l’emoglobina scorre a fiumi e gli RKSS dimostrano una spiccata fantasia in campo gore e splatter, il tutto realizzato con effetti artigianali di grande efficacia. Altrettanto curato è il comparto dei costumi nella cui variopinta galleria di nuovi barbari primeggia il tirapiedi del cattivo, Skeletron, il cui volto è coperto da una maschera da scheletro d’acciaio.
Gli attori sono diretti egregiamente e sono perfettamente tagliati per il ruolo, come Laurence Lebeuf che da corpo e voce ad una Apple deliziosamente sopra le righe. Di certo non sarà sfuggita ai fanatici dei B-Movie la presenza di Micheal Ironside, villain di lusso della sci-fi anni Ottanta (Scanners e Atto di Forza, giusto per citare due titoli) che veste i panni di un cattivo sadico, nel cui piano raccapricciante non è peregrino vedere una critica al turbo capitalismo. Accompagna l’avventura del Turbo Kid l’efficace colonna sonore elettronica del duo Le Matos.

Lungi dall’essere solo una carrellata di citazioni, Turbo Kid è un film piccolo, forse semplice, ma efficace e per nulla banale. Un film che sotto la scorza del citazionismo postmoderno nasconde il cuore del più classico dei racconti fiabeschi.

L’Ultima Gioventù

l'lultimagioventuAvevo più o meno quattordici anni quando un giorno, di punto in bianco, mi chiesi cosa sarebbe successo se dall’oggi al domani gli adulti fossero spariti. Io e i miei coetanei saremmo sopravvissuti in questo mondo nuovo senza più regole, sicurezze a autorità? Saremmo finiti a mangiarci l’un l’altro o avremmo edificato una nuova società? Mi sembrava un idea elettrizzante e promisi a me stesso che ne avrei fatto al più presto un racconto. Dopo qualche tempo, tuttavia, scoprì che questa storia l’avevano già raccontata Carlos Trillo e Horacio Altuna nel loro fumetto L’Ultima Gioventù.

In questi anni il medium del fumetto è tornato di prepotenza alla ribalta su più fronti. Quello a stelle e strisce funge da ispirazione per i blockbuster cinematografici, quello giapponese vanta una diffusione capillare tra gli adolescenti (e non solo) e anche quello nostrano, dopo qualche decennio di stato comatoso, adesso vanta autori che riescono a parlare ad audience molto più vasta di quella abituale del fumetto.
Da tutta questa nuova ondata di interesse sembra tagliato fuori il fumetto sudamericano, ed è un peccato, perché come dimostra l’Ultima Gioventù, si tratta di una produzione con una sensibilità e un immaginario tutti suoi.

La storia ha luogo in una grande metropoli di cui non sappiamo il nome. È l’alba, la notte prima una potente arma batteriologica ha colpito la città, uccidendo tutti gli individui che hanno raggiunto la maturità sessuale. La città è in mano ai bambini che finalmente liberi dal controllo degli adulti si danno al saccheggio sfrenato. Ma l’euforia della prima ora si esaurisce presto, sorge l’esigenza di decidere chi comanda ed è proprio in questo momento che la situazione precipita.
Composto di piccole storie autoconclusive blandamente legate tra loro, l’Ultima Gioventù è una narrazione apocalittica cruda, disperata e inquietante, con nessuna concessione alla spettacolarità. Certi unicamente della morte che gli coglierà appena diverranno grandi, i personaggi sono mossi da stimoli primari come la fame e l’istinto di autoconservazione. Il segreto che rende l’apocalisse di Trilla e Altuna così tremenda è che la primitiva e feroce società dei bambini è in realtà uno specchio neppure troppo distorto della società degli adulti prima della catastrofe: a comandare sono i più forti e i più violenti, la gente insegue leader che fanno loro promesse impossibili, non ci si può fidare di nessuno. Nulla di nuovo sotto il sole insomma.
Il gusto per la satira feroce fa da contrasto alla poesia di alcune delle storie di Trilla, che evita i cliché del genere apocalittico in favore di un gusto tutto sudamericano per il realismo magico. Trilla non si scorda mai che i protagonisti della sua storia sono bambini, facendo convivere l’orrore con l’ingenuità e l’innocenza che vengono erose pagina dopo pagina.

Altuna disegna le tavole con un uso magistrale del bianco e nero. I suoi personaggi danno vita su carta al copione scritto da Trilla grazie alla magistrale attenzione ai volti, alle espressioni e ai gesti resi in modo tremendamente vivido. Alcune delle sequenze più potenti sono prive di balloon e hanno una carica emotiva spiazzante.

L’Ultima Gioventù è un piccolo gioiello che degno rappresentante di quella miniera di storie e autori che è il fumetto sudamericano. Semplice, brutale e commovente, l’Ultima Gioventù è uno di quei fumetti a cui si continua a pensare anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.