Soliloquio: Che fine ha fatto l’Avventura?

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Oggi inauguro una nuova rubrica chiamata Soliloqui. Per capire in breve di cosa si tratta spiegherò i motivi che mi hanno spinto a crearla. Il primo riguarda nello specifico quella che potremmo chiamare in maniera un po’ roboante, “l’ispirazione”. Negli ultimi tempi mi si sono accavallate nella testa molte riflessioni, molti spunti che difficilemente potrebbero essere inseriti nel format della recensione o dell’approfondimento. Ciò e il fatto di essere in molti casi slegati da un film, un fumetto o un libro in particolare mi ha fatto optare per creare questo nuovo spazio.
Il secondo motivo è prettamente pragmatico. Negli ultimi mesi, causa studio, ho avuto e continuo ad avere davvero poco tempo per leggere e guardare film. Mi manca la calma per metabolizzarli e scriverne come vorrei. Questo lo rimando a tempi migliori.
Questi soliloqui saranno riflessioni in libertà su argomenti più o meno legati a questo blog. Saranno scritti molto di getto e mi scuso in anticipo per eventuali imprecisioni.
Spero anche che generino anche un po’ di dibattito su queste pagine.

L’argomento di oggi mi è stato suggerito da due eventi totalmente indipendenti tra loro. Il primo è stato leggere la notizia che Steven Spielberg sta progettando un quinto capitolo della saga di Indiana Jones, sempre con Harrison Ford come protagonista.
L’altro evento è stato vedere che qualcuno aveva postato su Facebook la sigla del mitico cartone animato DuckTales.
Questi due avvenimenti, che hanno provocato in me una forte nostalgia, mi hanno fatto realizzare come l’avventura sia, da quindici anni a questa parte, svanita dal nostro immaginario.

Luoghi esotici e lontani, giungle impenetrabili e deserti ostili, città perdute colme di tesori e di letali pericoli: grazie a DuckTales e alla coeva serie animata Le avventure di Tin Tin ebbi durante l’infanzia il mio primo assaggio di questo tipo di narrazioni che esercitarono su di me un fascino magnetico, secondo solo a quello della fantascienza. I film di Spielberg completarono l’opera instillando in me una fascinazione per l’archeologia che continua anche oggi.
Tuttavia da almeno venti-quindici anni l’avventura sembra essere sparita da libri, fumetti, film e videogiochi. Certo ci sono stati tentativi isolati di rivitalizzare il genere. Il fracassone La Mummia di Stephen Sommers, i due National Treasure con Nicholas Cage che hanno cercato di instillare nel genere suggestioni alla Dan Brown. Sul versante videogiochi dicono in giro essere molto bella la serie di Uncharted. Ah, e poi, anche se lo vorremmo tutti dimenticare, c’è stato Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo. Questo e poco altro.
Ma cosa ha portato a questo declinio? Penso che si tratti di una questione culturale e azzardo due ipotesi che sono in un certo senso complementari.
La prima è legata ai cambiamenti culturali che hanno investito la società occidentale con l’avvento della Guerra al Terrore e a cui il cinema (americano ovviamente) si è dovuto adeguare.

 
Da quindici anni il cinema popolare americano è preda di una retorica bellicista, in cui il discorso finisce sempre per ruotare attorno allo scontro tra due mondi, tra l’ordine il disordine. Basti pensare alla trilogia di Batman di Nolan o ai nuovi Star Trek. Fantascienza, azione e supereroi sono generi che si prestano perfettamente a tale retorica, mentre l’avventura, in cui il focus è spostato sul mistero e sulla meraviglia della scoperta piuttosto che sul conflitto tra due fazioni, si rivela inadatta.
In più l’avventura titilla spesso (ma non sempre visto che talvolta non mancano sottotesti xenofobi) la curiosità e il fascino per mondi e genti “altre”, mentre nella narrazione imperante il nemico deve essere sempre esterno alla società che minaccia e incinciliabile con i valori di cui essa si fa portatrice.

 
Senza voler far per forza i sociologi della domenica bisogna anche considerare che il motivo potrebbe essere molto più banale: la nostra percezione del mondo è cambiata.
I libri che hanno definito il genere come lo conosciamo noi, ad esempio Le Miniere di Re Salomone o i romanzi di Emilio Salgari sono usciti a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, l’epoca delle ultime grandi esplorazioni, l’epoca in cui a livello popolare si iniziava ad avere coscienza di mondi altri come l’Africa, l’Asia e il Sud America, ma che, a meno di non svolgere specifiche professioni, era assai difficile visitare di persona. A colmare questo vuoto interveniva la fantasia dei romanzieri popolari, che spesso ne scrivevano senza essersi mai mossi da casa. Oggi certe mete, se non alla portata di tutti, sono molto più accessbili e la globalizzazione che avanza ce ne consegna un immagine decisamente più disincantata. Del resto doveva essere un problema avvertito anche tempo fa se Spielberg decise di ambientare le avventure del suo Indiana Jones negli anni Trenta.

 
L’avventura tornerà alla ribalta prima o poi? Chissà. Quello di cui sono convinto è che difficilmente i generi muiono. Al limite vanno in letargo in attesa di autori che con le idee giuste sappiano rinvigorirli e portarli a nuova vita.

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