Alienween – The Melting Movie

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Con I Rec U Federico Sfascia si è imposto come una delle voci più originali e personali nel panorama del cinema indipendente italiano. In questi tre anni passati dal film d’esordio il vulcanico regista folignate non è stato certo a guardarsi l’ombelico, anzi, ha sfornato pregevoli cortometraggi quali il dittico de Le Notti del Maligno e D.S, quest’ultimo trasmesso addirittura dalla BBC all’interno di un programma dedicato al cinema horror. Così Sfascia ha attirato l’attenzione del veterano dell’horror indipendente italiano Alex Visani che ha deciso di produrgli un film. Il risultato di questo sodalizio è Alienween.

Ernesto e alcuni amici hanno deciso di passare la notte di Halloween all’insegna della baldoria e così hanno organizzato, in un vecchio casolare abbandonato, un party a base di droga e prostitute. I giovani pensano che le loro fidanzate siano all’oscuro di tutto ciò ma si sbagliano: le ragazze hanno pedinato uno di loro e stanno per piombare in casa e rovinargli la festa. Ma una minaccia ancora peggiore delle fidanzate gelose attende i protagonisti. Infatti una pioggia di meteoriti ha portato sulla Terra dei pericolosi parassiti alieni che si impossessano dei corpi umani per poi liquefarli e mutarli dall’interno. Ernesto e i suoi amici dovranno cercare di sopravvivere a tutti i costi.

È chiaro fin da subito che Sfascia conosce alla perfezione i meccanismi, le regole e la storia del cinema horror. Alienween attinge a piene mani dagli ultimi cinquant’anni del genere: c’è la sindrome da assedio e la paura del contagio mutuata direttamente dalla saga dei morti viventi di George A. Romero. C’è la mutazione dei corpi del cinema di Cronenberg e de La Cosa di Carpenter. L’uso della luce mutuato da Mario Bava e da Dario Argento. La comicità splatter/slapstick de La Casa e le meccaniche degli slasher. Ma anche riferimenti meno ovvi come il Lucio Fulci di Zombi 2 e i giochi di sguardi di Storia di Fantasmi Cinesi. Ed è proprio in virtù di questa dimestichezza col genere horror che Sfascia non si limita ad eseguire il compitino e appiccicargli sopra due citazioni. No, Sfascia ribalta stereotipi e sovverte aspettative. Come aveva già fatto con il precedente film, Sfascia contamina l’horror tanto con l’umorismo dissacrante quanto con il melodramma.

Se I Rec U trattava di temi legati grossomodo al periodo dell’adolescenza, quali la ricerca dell’amore e il dolore derivante dall’essere diversi, Alienween ha il suo focus sull’età adulta: i personaggi sono vissuti, si portano dietro un passato di dolori, errori e rimpianti, sono già scesi a compromessi con la vita. Come nei modelli a cui il film si ispira, l’elemento alieno o mostruoso funge da catalizzatore per i conflitti latenti tra i protagonisti, pronti a deflagrare da un momento all’altro. Per questo Alienween è un film più cattivo e più cinico di quanto non lo fosse I Rec U. Sfascia fa oscillare la storia tra il dramma e la comicità nera, anzi, nerissima. Esilaranti sono le morti di alcuni personaggi che subiscono un vero e proprio contrappasso dantesco: fidanzatini possessivi che finiscono fusi in un bolo di carne e bigotte che esplodono dopo un ascesso di lussuria alcuni dei tanti esempi. E in questa pellicola fa capolino un aspetto che in I Rec U era appena accennato, ovvero una forte componente satirica. Nessuno dei nostri miti contemporanei è risparmiato, dall’abuso di smartphone e social network fino alla moltitudine di gangsta rapper, o sedicenti tali, che affollano la scena musicale italiana, passando per il bigottismo strisciante; Alienween offre anche uno spaccato degli aspetti più grotteschi dei nostri tempi.

Con questa pellicola Sfascia sembra aver raggiunto la piena maturità stilistica. Le piccole incertezze che affliggevano alcune parti di I Rec U sono ormai ricordi del passato. Sfascia sa benissimo come manipolare la materia filmica. La narrazione di Alienween è forsennata e velocissima, sostenuta da un montaggio ipercinetico e da una regia che, come già nei suoi lavori precedenti, opta per ardite soluzioni che avvicinano l’estetica del film a quella del cinema d’animazione.
Da I Rec U Sfascia si porta dietro alcuni preziosi collaboratori quali il compositore Alberto Masoni e il deus ex machina degli effetti speciali Marco Camellini che si occupa di dare vita al serraglio di mostri che abita la pellicola. Un plauso particolare va al cast (che di solito è la nota dolente nei film indipendenti). Guglielmo Favilla e Raffaele Ottolenghi hanno una chimica straordinaria e rendono alla perfezione il rapporto di amicizia/odio che lega i loro due personaggi, mentre Giulia Zeetti regala una protagonista femminile di rara intensità. Da non perdere invece è il personaggio interpretato da un altro volto noto dell’indie italiano, Alex Lucchesi, che veste i  panni di un DJ metallaro che ha visto giorni migliori, protagonista di un esilarante sub-plot.

Alienween è un atto d’amore per un tipo di cinema che forse è quasi definitivamente scomparso. Ma sarebbe riduttivo liquidare la produzione di Federico Sfascia ad una mera operazione nostalgica e citazionista. Per chi scrive sotto la scintillante superficie ultrapop vi è un cinema che parla di temi quali la vita, l’amore, la morte. Il cinema di Sfascia scaturisce da un urgenza di raccontare ed è, davvero, ciò di cui mortalmente abbiamo bisogno.

Trailer

Ai Confini della Fandonia

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Penso che i Krakatoa abbiano la capacità di spaccare il pubblico come poche altre cose. Se siete persone a modo, equilibrate e con una vita sociale e affettiva soddisfacente probabilmente vedrete nelle loro opere il lavoro di simpatici cazzoni che imbrattano pagine e schermi con fantasie contrarie al comune buon gusto e ad ogni canone estetico accettato. Se invece, come me, siete gente che vede poesia nei mostri in stop motion, per le quali le secchiate di sangue finto sono il naturale culmine di una gag comica, per cui l’universo è crudele e tanto vale riderci sopra, sicuramente vedrete nei Krakatoa un gruppo di eroici iconoclasti, un nucleo di resistenza contro l’omologazione dell’immaginario. Probabilmente entrambe le visioni sono in qualche modo valide, ma se propendete per la seconda fossi in voi inizierei a preoccuparmi.

Attivi dal 1997 i Krakatoa ( che si autodefiniscono “il boato nella psiche fragile del cineamatore”) si dividono tra fumetti e cinema, facendo dell’autoproduzione e della scarsità di mezzi un tratto distintivo, trasformando quelli che per altri sarebbero limiti in in una vera e propria scelta estetica. Sul versante fumettistico non si può non citare il loro Carogne , una cattivissima storia a base di zombi e serate alcoliche, che contiene tutti gli elementi della loro poetica: l’immaginario horror e fantascientifico, l’umorismo che oscilla tra il grottesco e lo scurrile, una sorta di bizzarro ibrido tra i Monty Python e i filmacci della Troma.

Ai Confini della Fandonia: L’uomo che flagellò l’intelletto contiene tutti gli ingredienti sopracitati. Protagonista della storia è un giovane studente universitario che nonostante i suoi sforzi non riesce a superare alcun esame. Il ragazzo è frustrato e ritiene colpevoli della sua situazione tutti i grandi pensatori di cui è costretto a studiare le opere. L’occasione per vendicarsi arriverà quando il giovane entrerà in possesso di una Lavatrice del Tempo. Grazie al prodigioso ordigno , il ragazzo inizierà a viaggiare nel tempo per eliminare gli odiati pensatori. Dopo la mattanza di poeti, filosofi e scienziati, il nostro eroe torna nel presente per scoprire che ha ridotto il mondo ad una landa dominata da violenza e brutalità. E questo è solo l’inizio delle sue disavventure.

Il film dei Krakatoa non tenta neanche per un attimo di assomigliare al cinema “serio”, sia nella messa in scena che nella struttura narrativa, ed è proprio questo il suo pregio più grande. I Krakatoa lanciano lo spettatore in una corsa sfrenata in cui si susseguono a velocità impressionante decine e decine di trovate, in cui si salta da un genere all’altro senza apparente soluzione di continuità. Dentro c’è di tutto: comicità demenziale, mostri, post-apocalisse e splatter, quasi troppa roba per soli sessanta minuti.   Nonostante la povertà di mezzi e l’atmosfera caciarona che si respira lungo tutta la pellicola, la regia Dagoberto Brasile è attenta e ricca di soluzioni interessanti.

Come avrete intuito, Ai Confini della Fandonia non è un film per tutti i palati, anzi forse i palati in grado di apprezzarlo sono davvero una nicchia ristretta. Se amate un certo tipo di immaginario,se non potete fare a meno di vedere quel genere di filmacci a cui i Krakatoa fanno un sentito omaggio con questo film, allora potreste essere il pubblico ideale per Ai Confini della Fandonia. Un cinema estremo, anarchico, eccessivo, ma di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Teosofia

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Teosofia parte da una constatazione difficilmente contestabile, ovvero che le nostre interazioni sociali sono sempre più mediate dai mezzi di comunicazione: un processo partito con la diffusione capillare dei cellulari e culminato con l’odierna onnipresenza dei social network. Sms, e-mail, chat, foto e video: volenti o nolenti le nostre interazioni vengono registrate e memorizzate, e se potessimo avere accesso illimitato alle memorie di cellulari e PC potremmo ricostruire senza problemi, le vicende umane di chi ha comunicato tramite questi mezzi: è proprio questa opera di “archeologia digitale” l’idea alla base di Teosofia.

Tutto nasce da un incontro in chat tra quelli che all’inizio sono solo due nickname senza volto, dietro cui a poco a poco, conversazione dopo conversazione, emergono i due protagonisti. Da una parte c’è Teo, trentenne intrappolato in una vita monotona e priva di soddisfazioni, dall’altra Sofia studentessa universitaria, ricca, fancazzista e complessata. Entrambi sono alla ricerca di un avventura, di una distrazione, ma il loro rapporto (complice la libertà offerta dal quel limbo virtuale che è la chat) si fa di volta in volta più intimo e non passa troppo tempo che i due decidono di incontrarsi. L’occasione è data da una festa esclusiva organizzata da MasterJoe, un amico di Sofia. Ma la realtà si rivela presto più complessa, e situazioni paradossali, equivoci e gelosia metteranno a dura prova i due.

Il mediometraggio di Michele Vaccari e Lucio Basadonne ( che si firmano Nemo e Joe Menarca) dopo aver vinto il premio del pubblico al Tentacoli Film Festival, è stato distribuito gratuitamente in rete a partire dal 2007 per circa due anni, diventando in breve tempo un piccolo caso (si stima abbia avuto oltre 20.000 download).

Teosofia utilizza un linguaggio perfettamente coerente con ciò che racconta. Vaccari e Bosadonne scelgono di narrare le peripezie dei due protagonisti solo ed esclusivamente tramite i media attraverso cui si evolve la loro relazione, dal primo approccio su un programma di chat stile MSN, per poi passare alle webcam e gli sms, per poi finire a spiare il loro primo incontro fisico attraverso l’occhio delle videocamere digitali e delle telecamere a circuito chiuso. Le uniche concessioni al linguaggio cinematografico classico sono date dal montaggio e dalla colonna sonora. Certo, generi come il mockumentary o il found footage sono stati sdoganati da tempo anche nel cinema mainstream, ma Vaccari e Basadonne hanno l’intelligenza di rileggerli alla luce della rete e dei mutamenti di costume che essa ha portato. Si tratta di un idea forte ed efficace per diversi motivi. Questa scelta permette di mettere in scena una storia molto più densa di quella che i quaranta minuti scarsi di durata (e i 600 euro di budget) avrebbero permesso in un film “normale”, la natura frammentaria, frenetica del racconto bombarda lo spettatore di informazioni frammentarie, incomplete, provenienti dalle fonti più disparate, che permettono però di farsi un quadro complessivo della vicenda e delle vite dei personaggi (si, proprio come accade in rete). Ma il maggiore punto di forza di questa modalità di narrazione risiede nella forte risposta emotiva che essa suscita nello spettatore, una reazione dettata, mi viene da pensare, dall’ormai istintiva associazione tra ripresa amatoriale e realtà.

Partendo da queste premesse sarebbe stato fin troppo facile imboccare la strada del film sperimentale intellettualoide, completamente assorto nella sua sperimentazione sul linguaggio. Per fortuna Vaccari e Basadonne decidono di raccontare una storia e di raccontarla a modo loro. I due protagonisti (interpretati magnificamente da Fabrizio Levrero e Marta Antonucci) sono persone normali, forse pure mediocri, che incappano, a loro spese, in qualcosa di più profondo che una banale scopata, ma sono destinati a capirlo troppo tardi, quando la situazione è ormai sfuggita al loro controllo. I due registi non hanno pietà per i loro protagonisti , li gettano in una storia intrisa di cinismo e cattiveria (una volta tanto genuina), circondandoli di personaggi ambigui e disgustosi. Si ride di gusto per la prima metà del film, ma poi ci si addentra in un territorio più inquietante, che crea nello spettatore un disagio palpabile. Di fronte a questo paesaggio desolante (seppur distorto dalle lenti del grottesco) Vaccari e Basadonne non sputano sentenze o giudizi, salvando così Teosofia dall’ossessione per il messaggio (leggasi “moraletta facile facile”) che ammorba il cinema italiano degli ultimi anni.

Come forse avrete già intuiti dalla recensione, Teosofia non è un film per tutti, sia per i contenuti “forti” (su cui a tratti si sofferma in maniera fin troppo compiaciuta) sia per il suo linguaggio atipico, ma merita sicuramente la visione, essendo l’ennesima dimostrazione della vitalità che si agita nei recessi del sottobosco indipendente italiano.

Il film è disponibile gratuitamente sul canale ufficiale Vimeo del film. QUI.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

La Banda del Brasiliano

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Che piaccia o meno è innegabile che molti giovani filmaker guardino al vecchio cinema di genere italiano come ad una fonte di ispirazione. Gli horror truculenti e caserecci di Lucio Fulci e Joe d’Amato, i poliziotteschi di Umberto Lenzi e Fernando Di Leo sono divenuti punti saldi nell’immaginario di questa nuova generazione di registi indipendenti. Si potrebbe liquidare il fenomeno come un infatuazione modaiola, come un modo per accodarsi all’onda della rivalutazione critica che è stat fatta di questa stagione del nostro cinema. Oppure come un prodotto del classico atteggiamento da fan che eleva queste pellicole allo status di cult a prescindere dal loro effettivo valore artistico. Altri, invece, lo ritengono, forse un po’ romanticamente, un processo inevitabile: giovani registi squattrinati, costretti ad auto prodursi, spesso posti al di fuori del circuito del cinema romano, che vedono sé stessi come eredi di quella generazione di artigiani del cinema bistratti e ridicolizzati, i cui lavori però mantenevano in attivo (così vuole la leggenda) i conti delle case di produzione, mentre i registi seri si beccavano i premi e gli onori. Si tratta di due visoni drastiche e idealizzate. Forse stavolta la verità sta davvero nel mezzo, con le opportune oscillazioni verso una parte o verso l’altra a seconda del singolo caso.

Quando si sceglie di omaggiare un determinato genere, sopratutto se si tratta di un genere di nicchia, i risultati sono spesso deludenti. A meno di non essere Quentin Tarantino, il prodotto finito sarà un film che ricalca con la fedeltà maniacale propria del fan tutti gli stilemi estetici e narrativi del genere di riferimento, sarà disseminato di citazioni esoteriche dalle pellicole più note come dai titoli più bizzarri e oscuri, ammiccamenti che verranno colti solo da coloro che tra il pubblico sono stati iniziati ai Sacri Misteri del Cinema di Genere. In poche parole ci si ritrova con un film che difficilmente verrà apprezzato al di fuori della cerchia di pubblico di riferimento. Un esercizio di manierismo con poco o nulla da dire. Questa lunga introduzione l’ho fatta giusto per mettere in chiaro una cosa: La Banda del Brasiliano non è niente del genere. Anzi, è tutt’altra cosa.

Realizzato da John Snellinberg, nome collettivo con cui si firma un gruppo di giovani registi pratesi, con un budget di appena 2000 euro, La Banda del Brasiliano è una sorta di Milano Odia: La Polizia non può Sparare trapiantato nella provincia toscana, che dagli anni Settanta viene teletrasportato negli anni Duemila e con Carlo Monni al posto di Henry Silva.

Un impiegato del comune di Vaiano viene rapito da un gruppo di banditi conosciuti come la Banda del Brasiliano. Si tratta di quattro trentenni disoccupati (o comunque prossimi a perdere il lavoro) che hanno deciso di iniziare una campagna di terrore indirizzata contro quelli che vedono come i loro nemici: la generazione dei cinquantenni, quella dei loro genitori. Sulle loro tracce si mettono il duro e disilluso Ispettore Brozzi e il goffo assistente Vannini.

Piuttosto che mettere in scena una rievocazione pedissequa di un cinema ormai estinto ad uso e consumo del pubblico cinefilo, gli Snellinberg hanno usato l’estetica e l’immaginario di quel cinema che spopolava nell’Italia di quarant’anni fa per raccontare, a modo loro, l’Italia di oggi. Certo, il plot si sviluppa lungo i binari abituali del poliziottesco e l’ispettore Brozzi, interpretato dal grande Carlo Monni, sembra davvero il protagonista ormai invecchiato di un film di Fernando Di Leo. Tuttavia, a partire dall’ambientazione provinciale che trasuda normalità e ordinarietà in ogni fotogramma, si capisce che il film andrà a muoversi in territori assai diversi da quelli dei suoi modelli.

I membri della Banda sono trentenni che una volta finiti gli studi si sono trovati catapultati in un mondo del lavoro fatto di impieghi precari e di retribuzioni ridicole, di soprusi e di possibilità uccise sul nascere da una generazione, quella dei loro padri, che ha divorato tutto senza lasciargli nulla. Parafrasando il Brasiliano “ci avete dato i mezzi ma ci avete tolto gli scopi”. Nonostante il forte sottotesto sociale, fortunatamente la pellicola non si trasforma neanche per un secondo in un comizio filmato. Invece, grazie ad un buon lavoro di scrittura, ai momenti più drammatici fanno quasi sempre da contraltare siparietti comici e grotteschi.

Gli uomini del Brasiliano non sono criminali professionisti, ma un gruppo di disperati che hanno modellato i loro “personaggi” sui criminali dei film poliziotteschi, film di cui il Brasiliano è un fan sfegatato. Il Brasiliano è assieme a quello di Monni, il personaggio più memorabile, un bandito cinefilo che, fallito come regista, vuole omaggiare il cinema che tanto ama mettendolo in scena nella vita vera. Esaltante il momento in cui espone ad un ostaggio terrorizzato i parallelismi che vede tra il declino dell’Italia e la morte del grande cinema italiano.

La regia fa uso e abuso di tutti marchi di fabbrica del cinema anni settanta, come le classiche zoomate repentine sui volti e le riprese delle strade cittadine dal parabrezza dell’auto. Al di là di queste strizzate d’occhio, gli Snellinberg non hanno lasciato nulla al caso, riponendo particolare attenzione nella costruzione delle inquadrature e nella gestione dei movimenti di macchina. La colonna sonora contribuisce in maniera determinante a conferire alla pellicola un atmosfera vintage, con pezzi dalle sonorità che richiamano le colonne sonore di quegli anni, tra cui spiccano alcuni contribuiti degli specialisti Calibro 35. L’unica pecca in questa produzione che per molti altri aspetti dimostra di saper aggirare i limiti di un budget irrisorio, è la recitazione a volte troppo dilettantesca, che se in alcuni punti viene riscattata dalla fisicità e dall’estro degli interpreti in altri risulta non all’altezza.

In parte omaggio cinefilo, in parte amaro ritratto della “generazione perduta”, La Banda del Brasiliano è divenuto un piccolo caso, accumulando decine di proiezioni in giro per l’Italia e venendo distribuito in DVD. Al di là dei limiti tecnici comunque fisiologici in produzioni di questo tipo, La Banda del Brasiliano riesce dove nomi più altisonanti hanno fallito, ovvero raccontare l’Italia di oggi attraverso la lente del cinema di genere, mettendo in scena sia una dichiarazione d’amore per quel cinema grezzo e selvaggio spazzato via dalla paccottiglia televisiva, sia un l’urlo rabbioso e sincero, quello di una marea di giovani (e meno giovani) privati del loro avvenire.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

W Zappatore

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Ci sarà sicuramente nella vostra cerchia di amici e conoscenti almeno un individuo bizzarro e sopra le righe di cui avrete pensato “Ehi, sarebbe da girarci un film su di lui”. Se è così non vi preoccupate, è normalissimo. Massimiliano Verdesca però si è spinto oltre e un film su un suo amico l’ha girato per davvero. La sua “musa ispiratrice” è Marcello Zappatore, ex compagno di scuola che aveva perso di vista per alcuni anni. Verdesca gli ha cucito addosso prima un corto, In religioso disagio, e poi un lungometraggio, questo W Zappatore.

Al catechismo avrete senz’altro imparato che Dio si manifesta principalmente agli ultimi e talvolta anche ai peccatori per redimerli, W Zappatore porta quest’idea alle estreme conseguenze, con Zappatore (nei panni di sé stesso) chitarrista di una band metal satanista a cui improvvisamente spuntano le stimmate. Buttato fuori dalla sua band, lasciato dalla sua ragazza, Zappatore deve trovare un nuovo posto nel mondo per sé stesso e nel frattempo fare i conti con la madre ultrareligiosa che vorrebbe redimerlo e con una nonna arzilla e trasgressiva ( Sandra Milo), che invece vuole riportarlo nella strada del rock n’roll.

Con una trovata del genere può essere grande la tentazione di buttare tutto nella caciara demenziale, rinunciare ad ogni pretesa di regia ragionata e di serio lavoro sugli attori, nascondendo il tutto dietro l’esile paravento del “trash consapevole di essere trash”. Queste scelte sarebbero state anche di facile presa nei confronti di certe fette di pubblico, invece Verdesca , molto coraggiosamente, decide di seguire una precisa poetica, spiazzante e non adatta a tutti ma che risulta originale e fresca. Le bizzarre avventure di Zappatore sono portate su uno schermo con un cura formale davvero notevole, con una predilezione le inquadrature simmetriche, che sintetizzano il conflitto tra le due parti per l’anima di Zappatore.

Più che avere un intreccio vero e proprio, la trama procede per episodi, che vedono Zappatore di volta in volta, suonare con un decrepito sosia di Elvis, rinchiudersi in un convento e altre amenità simili, mentre le sue stimmate peggiorano sempre di più. Tutti questi siparietti, venati di una comicità spiazzante e “glaciale” (che strizza l’occhio a film come Leningrad Cowboys Go America) sono l’occasione per far sfilare di fronte alla macchina da presa una parata di personaggi assurdi, a partire dal leader della band di Zappatore, un bruto enorme e irsuto che si esprime solo in dialetto leccese stretto (opportunamente sottotitolato). In questo comparto è notevole il lavoro fatto sugli attori, quasi tutti non professionisti, con scelte azzeccate di corpi e facce, a partire dallo stesso Zappatore, strepitoso nella sua apatia

Ma forse uno dei personaggi più riusciti del film è l’ambiente in cui Zappatore si muove, una Puglia fatta di palazzoni di cemento e spiagge sudice e desolate, contrapposta con lo spettrale campo zeppo di croci che Zappatore vede nelle sue visioni mistiche, un contrasto che riassume ancora una volta il conflitto che sta alla base del film, il conflitto tra le due anime di Zappatore, che forse sono un po’ le due anime del nostro Paese, perennemente in bilico tra un passato arcaico e tradizionale ed una modernità che forse è già sorpassata. Conflitto che culmina nel breve ed intenso monologo della Milo:

Se hai una vita di merda perché hai ascoltato tuo padre, tua sorella, il tuo prete che ti dicevano come farti gli affari tuoi, quella vita di merda te la meriti”

Una filosofia che andrebbe applicata, oltre che nella vita, anche nel fare cinema in Italia.

 

Un piccolo post scriptum sulla distribuzione del film : I tipi di Distribuzione Indipendente hanno proiettato il film in un circuito di sale selezionate per poi renderlo disponibile dopo una settimana sulla piattaforma di Video On Demand OwnAir. A mio parere si tratta di una scelta intelligente in un periodo in cui la crisi sta spazzando via cinema d’essai e videoteche, lasciando terreno libero al dominio dei multiplex, una scelta che preserva lo spazio per un cinema alternativo e al tempo stesso lo amplia, rendendone possibile la fruizione ad un pubblico molto più ampio.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

I Rec U

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I film prima o poi finiscono. Quando finiscono ci sono i titoli di coda. E dopo i titoli di coda c’è la vita. Dopo i titoli di coda di I Rec U ci impieghi un po’ per riuscire a tornare alla vita visto che la tua testa fa fatica a razionalizzare tutto il ben di Dio che è passato sullo schermo nelle due ore precedenti.

Dopo due anni di attesa, il 25 Gennaio si è tenuta in quel di Foligno la prima mondiale di I Rec U , seconda opera cinematografica del fumettista Federico Sfascia, una coproduzione che ha visto coalizzarsi alcune tra le realtà più interessanti del panorama indie italiano ovvero I Licaoni (Kiss Me Lorena e l’esilarante web series Corso di Cazzotti del Dr. Johnson), la PALONEROfilm (quelli dietro Bumba Atomika) e la Krakatoa Ink (Ai Confini della Fandonia).

La prima cosa che mi viene da dire su I Rec U è che si tratta di un film coraggioso: coraggioso per la storia che racconta, per come la racconta e per il suo approccio al cinema. La seconda è che I Rec U ti rimane dentro, ti trovi a rifletterci e a riciclare le migliori battute mentre scherzi con i tuoi amici. Se un film persiste per così tanto nella tua mente di solito è perché si tratta di un gran film.

Il protagonista della storia è Neve, un ragazzo di diciotto anni con cui la vita non è stata affatto buona: abbandonato dal padre, orfano di madre, Neve soffre di un singolare disturbo della vista, la Sindrome di Testastoppino (dal suo cognome, essendone l’unico caso documentato), che gli fa vedere le donne sfocate (oltre a procurargli convulsioni se le fissa troppo insistentemente). L’unico modo per Neve di vedere le ragazze chiaramente è guardarle attraverso le immagini registrate nelle videocassette: per questo motivo un mefistofelico luminare dell’oculistica (Terry Gilliam, in un memorabile cammeo) costruisce per il ragazzo uno speciale paio di occhiali equipaggiato con una telecamera che registra ogni momento della sua vita e permette a Neve di condurre un esistenza normale. A causa della sua bizzarra condizione, Neve cresce solo e isolato e conosce le donne solo attraverso i film, maturando così un idea dell’amore del tutto distorta. Un giorno Neve incontra Penelope, l’unica ragazza che il giovane riesce a vedere ad occhio nudo . Convinto che si tratti dell’amore della sua vita, Neve decide di cercare di conquistarla,una missione doppiamente difficile , visto che dovrà avventurarsi fuori dal suo mondo fatto di film e sogni ad occhi aperti. Ad aiutarlo nell’impresa ci sono Max, il suo fratello maggiore, ex musicista e donnaiolo, e Faustine, la vecchia fiamma di quest’ultimo, diventata una scienziata e interessata a studiare il caso di Neve …

Se tutto ciò vi sembra strano aspettate di vedere il resto. Uno sceneggiatore più pigro si sarebbe fermato a questa singola trovata e ci avrebbe imbastito sopra tutto il film, non è il caso di Sfascia che invece gioca al rialzo, inserendo nella storia elementi sempre nuovi: dimensioni parallele, mostri fatti di pellicole, film dentro al film e tante altre cose che sarebbe un delitto svelare . Dentro I Rec U c’è veramente tanto, c’è un immaginario fantastico che corre a briglia sciolta, che attinge da svariate fonti (il già citato Gilliam, molto horror anni 80 e addirittura i miti classici) , al servizio di una storia personalissima e sentita.

È proprio questa sincerità di fondo uno degli aspetti che colpisce di più. Se è difficile inquadrare I Rec U in un genere preciso e invece molto facile capire il tema a cui gira intorno: l’amore, o meglio la continua ricerca dell’amore e le aspettative e le speranze che nutriamo per esso. Un tema così grande viene affrontato in maniera matura, sincera e come dicevo all’inizio, coraggiosa, senza cercare scappatoie facili nella retorica da Baci Perugina o nel cinismo di plastica che appesta molte narrazioni odierne. Un approccio che si riflette per forza di cose nei personaggi, in cui riesci a scorgere qualcosa di te e a cui finisci per affezionarti, salvo poi vederli gettati in situazioni in cui temi davvero per la loro sorte.

La storia come si è già detto, prosegue per accumulo di elementi e cambia pelle in continuazione, con bruschi cambi di tono e ritmo, parte come una commedia surreale per poi svoltare nei territori del fantastico avventuroso per giungere verso parte finale permeata di malinconia. Una discontinuità che può apparire caotica ai puristi dell’eleganza formale e della (presunta) buona scrittura, ma che alla prova dei fatti risulta coinvolgente e spiazzante al tempo stesso.

L’aspetto visivo e registico è interessante e stimolante, è palese come la formazione fumettistica del regista abbia contribuito a dare a I Rec U un estetica tutta sua, ed è altrettanto palese come il talento dei tanti collaboratori sia stato decisivo nel dare vita al mondo immaginato da Sfascia. L’universo di I Rec U (soprattutto il suo lato più spettrale) ha una potenza visiva straordinaria e viene portato in scena facendo affidamento su effetti speciali e scenografie rigorosamente “old school”: dai mostri (fighissimi) realizzati con costumi e animatroni, fino alla dimensione parallela, che alterna scenografie minimali a lugubri paesaggi realizzati con modellini.

Ci sarebbe molto altro da dire, molte altre cose di cui parlare (come la prova eccezionale data dal cast o la bellissima colonna sonora) ma rischio di finire come il critico cinematografico di Cigarette Burns alle prese con la recensione di La Fin Absolute Du Monde: visto che non voglio passare i prossimi dieci anni recluso in una baita sommerso da fogli dattiloscritti passo subito alle considerazioni finali.

I Rec U  fa attraversare allo spettatore tutto lo spettro delle emozioni umane, ti fa ridere, ti fa esaltare e infine ti fa commuovere, e nonostante il suo look da fumetto in carne ed ossa getta uno sguardo sui sentimenti tremendamente vero. È un film capace di colpire direttamente al cuore (e chi ha visto il film sa di che tipo di cuore parlo). I Rec U è un film sull’amore ed è una dichiarazione di amore verso il cinema.

Adesso I Rec U partirà alla volta di vari festival internazionali dove spero possa raccogliere tutti i plausi e i riconoscimenti che gli spettano, e che magari riceva l’attenzione che merita qua in patria, perché il film di Sfascia e soci è la dimostrazione che se ci sono serietà, passione, idee e voglia di rischiare allora in questo paese è ancora possibile fare del cinema vivo e vitale.

Film completo su Youtube

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Bumba Atomika

bumbaatomika

Quando si parla della crisi in cui versa il cinema italiano da quasi trent’anni si sente spesso dire che l’unica speranza di avviare un ricambio generazionale e uscire dalla questo pantano è supportare il cinema indipendente. Peccato che il cinema indipendente rimanga per la maggior parte degli spettatori una bestia sconosciuta, quasi leggendaria, se ne parla molto ma se ne vede poco. Un fatto che può sembrare strano se pensiamo che viviamo in un epoca ciò che fa tendenza, dalla musica ai videogiochi è sempre più spesso indie, ma molto meno strano se si tengono presenti delle oggettive difficoltà che comporta produrre e distribuire un film al di fuori degli (ormai angusti) circuiti mainstream nostrani . Difficoltà che confinano questo cinema nel suo sottobosco, sottraendolo allo sguardo di una platea di potenziali spettatori a mio parere molto più ampia di quello che generalmente si crede. Anche in questo campo non mancano prodotti mediocri e pretenziosi, ma a scavare bene si possono trovare pellicole meritevoli e coraggiose come Bumba Atomika. Il film di Michele Senesi e della sua PALONEROfilm è una volta tanto un film indipendente che non lascia quella sensazione di potenzialità inespresse, da “lo studente è bravo ma non si applica”, anzi, Bumba Atomika (d’ora in poi semplicemente Bumba) coinvolge e diverte, ed è indipendente fino al midollo.

Prima passare a parlare del film in sé è interessante analizzare il contesto in cui è stato prodotto: realizzato nell’arco di tre anni (dal 2006 al 2008) con un budget risicatissimo e mezzi limitati( Bumba è praticamente autoprodotto), il film ha destato grande curiosità nei forum dedicati al cinema di genere grazie ad un sapiente uso del web e ad una serie di trovate che hanno mantenuto alta l’attenzione sul progetto: finte aste online di cadaveri,un blog della produzione tutt’altro che formale e un costante dialogo con la comunità di registi e video maker che ha portato alla regia di una decina di microspot per il film ancor prima che dell’inizio delle riprese. Una volta terminato, il film ha girato numerosi festival in Italia (dove ha avuto la sua prima ufficiale al Future Film Festival di Bologna) e all’estero. Allo stesso tempo i realizzatori stanno portando il film “in tour” per i locali, i cineclub e i centri sociali di tutta Italia(o meglio, dovunque ci sia qualcuno disposto a proiettarlo). Ci troviamo di fronte ad un prodotto indipendente al 100%, pensato,realizzato e distribuito secondo i dettami del buon vecchio DIY (Do It Yourself), un approccio scanzonato e provocatorio che inevitabilmente si ritrova anche nel prodotto finito. Ma adesso passiamo al film vero e proprio.

I protagonisti di Bumba Atomika sono quattro ventenni che vivono in una cittadina delle Marche: Luca, appassionato di serial killer ; Camillo,ex detenuto, succube di una ricca zia e preda di visioni mistiche; Cin Cin, ragazzo di buona famiglia iperprotettivo nei confronti dell’amata sorella e infine Berna B., l’unica ragazza del gruppo,nerd alienata e ossessionata da internet e videogiochi. A fare da collante di questo gruppo di casi umani c’è un’unica grande passione: l’Alcool. Purtroppo i soldi non bastano mai e i quattro sono alla ricerca di una fonte sicura di entrate per finanziare la loro passione etilica. L’occasione giusta si presenta quando la zia di Camillo muore accidentalmente e i quattro si trovano costretti dover far sparire il corpo per evitare che il ragazzo torni in carcere: grazie ad una trovata di Berna B. i ragazzi scoprono che in rete si possono trovare decine di potenziali acquirenti di cadaveri. E ci si possono fare un sacco di soldi. Così i nostri eroi si imbarcano in questo nuovo e macabro business. Mostrando una spiccata mentalità imprenditoriale, passano in poco tempo dallo scoperchiare tombe all’omicidio vero e proprio, così da avere cadaveri sempre più freschi e aumentare i margini di profitto. I loro clienti, sono se possibile ancora più bizzarri (per non parlare dell’uso che fanno dei cadaveri): una coppia di gemelli siamesi che usa cadaveri al posto dei manichini nei crash test,un partigiano impazzito che li usa per il tiro a segno e una necrofila che, beh … potete immaginarvelo da soli.

A complicare la situazione ci si mette pure un serial killer che da mesi terrorizza i dintorni di Macerata che si mette in diretta competizione con il gruppetto per il titolo di assassino seriale più prolifico della storia.

Un idea del genere poteva risolversi in un banale splatter casereccio, Senesi invece sceglie di cimentarsi in un goliardico e disordinato gioco di contaminazione tra generi. Se volessimo per forza circoscrivere Bumba in un genere, sarebbe quello della commedia nera , ma anche questa definizione sarebbe fuorviante visto il gran numero di suggestioni e influenze che vanno dai videogiochi a certo cinema dell’estremo oriente (in particolare quello di Hong Kong, con un sentito omaggio a Tsui Hark nel finale) fino alla commedia all’italiana (con una sarcastica satira della provincia e della sua mentalità). Ma tutto questo meticciato culturale non si traduce mai in uno sterile gioco delle citazioni, anzi, penso che il film sia godibile appieno anche senza sapere cosa sia il CATIII o il V-cinema giapponese.

La stessa tendenza all’ibridazione si trova nella messa in scena e nella regia, dove la povertà di mezzi non viene mascherata ma anzi, diventa un opportunità per sperimentare nuove soluzioni e appunto combinare diversi linguaggi: inserti animati, split screen, un uso del vecchio trasparente hollywoodiano al limite del demenziale, luci innaturali, montaggio e tante altre chicche che non voglio svelare per non togliervi il divertimento, concorrono a portare su schermo l’universo allucinante in cui si muovono i protagonisti. Il tutto girato con un digitale “sporco” distante anni luce dal patinato HD tanto in voga, una scelta che sulla carta mi aveva destato perplessità, ma che alla prova dei fatti risulta coerente con il resto del film.

Bumba Atomika non è certo un film perfetto o formalmente elegante, ma probabilmente neppure ambisce ad esserlo. E però un tentativo coraggioso di fare del cinema diverso, chiassoso e in certo senso anche sovversivo. Ma più semplicemente Bumba Atomika è puro e scanzonato divertimento, da guardare a tarda notte con amici e birra (o meglio, vino). Perché Bumba Atomika è dannatamente divertente e in un panorama desolato come quello attuale non è roba da poco.

Nei tre anni trascorsi da Bumba, Senesi e la sua PALONEROfilm, sono stati impegnati in nuovi progetti: in collaborazione con altre realtà indipendenti italiane come I Licaoni, Rubaffetto Entertainment e Krakatoa Ink, hanno quasi terminato il nuovo lungometraggio di Federico Sfascia, I REC U, che vede tra le altre cose, la partecipazione di Terry Gilliam in veste di guest-star; Senesi sta lavorando al suo nuovo cortometraggio da regista Ricordi- Somato, tratto da un racconto dell’autrice giapponese Kurimoto Karou.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.