Spaghetti Story

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Gli spaghetti sono forse il piatto più rappresentativo della cucina italiana. Allo stesso tempo però sono anche una delle pietanze più semplici da preparare: si fa bollire l’acqua, quando la temperatura è giusta si buttano gli spaghetti, si prepara a parte il condimento e quando tutto è pronto si mescola e si serve in tavola. Ottima cucina casalinga il cui risultato è dettato dall’abilità con la quale il cuoco equilibra i vari ingredienti.
Nel cinema le cose funzionano per certi versi in maniera simile. Alcuni film, vuoi per scelta stilistica vuoi per esigenza, si costituiscono su pochi semplici elementi che sta al regista integrare tra loro per tirare fuori un lavoro soddisfacente. Per questo credo che Ciro De Caro nell’intitolare il suo lungometraggio d’esordio Spaghetti Story non poteva fare scelta migliore. Diventato uno dei casi cinematografici del 2014, Spaghetti Story è il perfetto esempio di come si può fare cinema di qualità partendo da pochi, selezionati ingredienti, di come si possa raccontare la realtà contemporanea usando un linguaggio fresco come lo è quello del cinema popolare.

Spaghetti Story racconta la storia di Valerio, aspirante attore alla soglia dei trent’anni la cui carriera stenta a decollare. Tra un provino fallimentare e l’altro Valerio si mantiene facendo il clown alle feste dei ragazzini. La sua ragazza, Serena vorrebbe mettere su famiglia ma la mancanza di una sicurezza economica non glielo permette. Ad aiutare Valerio c’è la sorella e Scheggia, l’amico d’infanzia diventato pusher. È proprio Scheggia a proporre a Valerio un lavoretto facile facile: ritirare da uno spacciatore cinese della droga, nascosta dentro un maneki-neko (la statua di gatto portafortuna) e consegnarla a Scheggia. Valerio accetta a malincuore il lavoro, ma mentre sta portando a termine l’operazione il suo cammino si incrocia con quello di Mei Mei, una giovane prostituta cinese. Quest’incontro avrà conseguenze inaspettate sulle vite di tutti e quattro i protagonisti.

De Caro parte da i pochi elementi a disposizione e mescolandoli con grande cura porta sullo schermo un racconto generazionale dal sapore agrodolce, dove lo humor convive con amara ironia di fondo. I protagonisti sono giovani che vivono alla giornata, si barcamenano tra un impiego precario e l’altro ma tuttavia non vogliono rinunciare ai proprio sogni. Uno dei punti di forza di Spaghetti Story, forse quello principale, è la familiarità che si prova nell’assistere alle vicissitudini dei protagonisti, vuoi perché tutti conosciamo qualcuno così o perché probabilmente situazioni del genere le abbiamo sperimentate in prima persona. Sotto questo aspetto il film di De Caro si sobbarca la responsabilità che gran parte del cinema italiano non si prende più , ovvero quella di raccontare la realtà, anche quella più scomoda, ma senza mai cadere nella retorica da talk show.

Lo stesso sapiente utilizzo di pochi elementi con semplicità lo si ritrova nel comparto della regia, dove si prediligono in quadrature fisse, semplici ma estremamente curate nella composizione. Senza virtuosismi la regia di De Caro è perfettamente funzionale alla narrazione, solo il montaggio occasionalmente confonde i piani temporali per rendere più dinamica l’azione. Tutto il cast regala un ottima performance, tra tutti però spicca quella di Cristian Di Sante con il suo Scheggia che si esprime tramite spassosi monologhi in romanesco.

Spaghetti Story merita tutta l’attenzione che ha ricevuto. Assieme ad altre pellicole indipendenti come Sogni di Gloria rappresenta un piccolo ma significativo segnale che fa sperare nella resurrezione della commedia italiana. Bisogna solo sperare che qualcuno si decida a finanziare talenti come quello di De Caro.

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