Alienween – The Melting Movie

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Con I Rec U Federico Sfascia si è imposto come una delle voci più originali e personali nel panorama del cinema indipendente italiano. In questi tre anni passati dal film d’esordio il vulcanico regista folignate non è stato certo a guardarsi l’ombelico, anzi, ha sfornato pregevoli cortometraggi quali il dittico de Le Notti del Maligno e D.S, quest’ultimo trasmesso addirittura dalla BBC all’interno di un programma dedicato al cinema horror. Così Sfascia ha attirato l’attenzione del veterano dell’horror indipendente italiano Alex Visani che ha deciso di produrgli un film. Il risultato di questo sodalizio è Alienween.

Ernesto e alcuni amici hanno deciso di passare la notte di Halloween all’insegna della baldoria e così hanno organizzato, in un vecchio casolare abbandonato, un party a base di droga e prostitute. I giovani pensano che le loro fidanzate siano all’oscuro di tutto ciò ma si sbagliano: le ragazze hanno pedinato uno di loro e stanno per piombare in casa e rovinargli la festa. Ma una minaccia ancora peggiore delle fidanzate gelose attende i protagonisti. Infatti una pioggia di meteoriti ha portato sulla Terra dei pericolosi parassiti alieni che si impossessano dei corpi umani per poi liquefarli e mutarli dall’interno. Ernesto e i suoi amici dovranno cercare di sopravvivere a tutti i costi.

È chiaro fin da subito che Sfascia conosce alla perfezione i meccanismi, le regole e la storia del cinema horror. Alienween attinge a piene mani dagli ultimi cinquant’anni del genere: c’è la sindrome da assedio e la paura del contagio mutuata direttamente dalla saga dei morti viventi di George A. Romero. C’è la mutazione dei corpi del cinema di Cronenberg e de La Cosa di Carpenter. L’uso della luce mutuato da Mario Bava e da Dario Argento. La comicità splatter/slapstick de La Casa e le meccaniche degli slasher. Ma anche riferimenti meno ovvi come il Lucio Fulci di Zombi 2 e i giochi di sguardi di Storia di Fantasmi Cinesi. Ed è proprio in virtù di questa dimestichezza col genere horror che Sfascia non si limita ad eseguire il compitino e appiccicargli sopra due citazioni. No, Sfascia ribalta stereotipi e sovverte aspettative. Come aveva già fatto con il precedente film, Sfascia contamina l’horror tanto con l’umorismo dissacrante quanto con il melodramma.

Se I Rec U trattava di temi legati grossomodo al periodo dell’adolescenza, quali la ricerca dell’amore e il dolore derivante dall’essere diversi, Alienween ha il suo focus sull’età adulta: i personaggi sono vissuti, si portano dietro un passato di dolori, errori e rimpianti, sono già scesi a compromessi con la vita. Come nei modelli a cui il film si ispira, l’elemento alieno o mostruoso funge da catalizzatore per i conflitti latenti tra i protagonisti, pronti a deflagrare da un momento all’altro. Per questo Alienween è un film più cattivo e più cinico di quanto non lo fosse I Rec U. Sfascia fa oscillare la storia tra il dramma e la comicità nera, anzi, nerissima. Esilaranti sono le morti di alcuni personaggi che subiscono un vero e proprio contrappasso dantesco: fidanzatini possessivi che finiscono fusi in un bolo di carne e bigotte che esplodono dopo un ascesso di lussuria alcuni dei tanti esempi. E in questa pellicola fa capolino un aspetto che in I Rec U era appena accennato, ovvero una forte componente satirica. Nessuno dei nostri miti contemporanei è risparmiato, dall’abuso di smartphone e social network fino alla moltitudine di gangsta rapper, o sedicenti tali, che affollano la scena musicale italiana, passando per il bigottismo strisciante; Alienween offre anche uno spaccato degli aspetti più grotteschi dei nostri tempi.

Con questa pellicola Sfascia sembra aver raggiunto la piena maturità stilistica. Le piccole incertezze che affliggevano alcune parti di I Rec U sono ormai ricordi del passato. Sfascia sa benissimo come manipolare la materia filmica. La narrazione di Alienween è forsennata e velocissima, sostenuta da un montaggio ipercinetico e da una regia che, come già nei suoi lavori precedenti, opta per ardite soluzioni che avvicinano l’estetica del film a quella del cinema d’animazione.
Da I Rec U Sfascia si porta dietro alcuni preziosi collaboratori quali il compositore Alberto Masoni e il deus ex machina degli effetti speciali Marco Camellini che si occupa di dare vita al serraglio di mostri che abita la pellicola. Un plauso particolare va al cast (che di solito è la nota dolente nei film indipendenti). Guglielmo Favilla e Raffaele Ottolenghi hanno una chimica straordinaria e rendono alla perfezione il rapporto di amicizia/odio che lega i loro due personaggi, mentre Giulia Zeetti regala una protagonista femminile di rara intensità. Da non perdere invece è il personaggio interpretato da un altro volto noto dell’indie italiano, Alex Lucchesi, che veste i  panni di un DJ metallaro che ha visto giorni migliori, protagonista di un esilarante sub-plot.

Alienween è un atto d’amore per un tipo di cinema che forse è quasi definitivamente scomparso. Ma sarebbe riduttivo liquidare la produzione di Federico Sfascia ad una mera operazione nostalgica e citazionista. Per chi scrive sotto la scintillante superficie ultrapop vi è un cinema che parla di temi quali la vita, l’amore, la morte. Il cinema di Sfascia scaturisce da un urgenza di raccontare ed è, davvero, ciò di cui mortalmente abbiamo bisogno.

Trailer

Ai Confini della Fandonia

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Penso che i Krakatoa abbiano la capacità di spaccare il pubblico come poche altre cose. Se siete persone a modo, equilibrate e con una vita sociale e affettiva soddisfacente probabilmente vedrete nelle loro opere il lavoro di simpatici cazzoni che imbrattano pagine e schermi con fantasie contrarie al comune buon gusto e ad ogni canone estetico accettato. Se invece, come me, siete gente che vede poesia nei mostri in stop motion, per le quali le secchiate di sangue finto sono il naturale culmine di una gag comica, per cui l’universo è crudele e tanto vale riderci sopra, sicuramente vedrete nei Krakatoa un gruppo di eroici iconoclasti, un nucleo di resistenza contro l’omologazione dell’immaginario. Probabilmente entrambe le visioni sono in qualche modo valide, ma se propendete per la seconda fossi in voi inizierei a preoccuparmi.

Attivi dal 1997 i Krakatoa ( che si autodefiniscono “il boato nella psiche fragile del cineamatore”) si dividono tra fumetti e cinema, facendo dell’autoproduzione e della scarsità di mezzi un tratto distintivo, trasformando quelli che per altri sarebbero limiti in in una vera e propria scelta estetica. Sul versante fumettistico non si può non citare il loro Carogne , una cattivissima storia a base di zombi e serate alcoliche, che contiene tutti gli elementi della loro poetica: l’immaginario horror e fantascientifico, l’umorismo che oscilla tra il grottesco e lo scurrile, una sorta di bizzarro ibrido tra i Monty Python e i filmacci della Troma.

Ai Confini della Fandonia: L’uomo che flagellò l’intelletto contiene tutti gli ingredienti sopracitati. Protagonista della storia è un giovane studente universitario che nonostante i suoi sforzi non riesce a superare alcun esame. Il ragazzo è frustrato e ritiene colpevoli della sua situazione tutti i grandi pensatori di cui è costretto a studiare le opere. L’occasione per vendicarsi arriverà quando il giovane entrerà in possesso di una Lavatrice del Tempo. Grazie al prodigioso ordigno , il ragazzo inizierà a viaggiare nel tempo per eliminare gli odiati pensatori. Dopo la mattanza di poeti, filosofi e scienziati, il nostro eroe torna nel presente per scoprire che ha ridotto il mondo ad una landa dominata da violenza e brutalità. E questo è solo l’inizio delle sue disavventure.

Il film dei Krakatoa non tenta neanche per un attimo di assomigliare al cinema “serio”, sia nella messa in scena che nella struttura narrativa, ed è proprio questo il suo pregio più grande. I Krakatoa lanciano lo spettatore in una corsa sfrenata in cui si susseguono a velocità impressionante decine e decine di trovate, in cui si salta da un genere all’altro senza apparente soluzione di continuità. Dentro c’è di tutto: comicità demenziale, mostri, post-apocalisse e splatter, quasi troppa roba per soli sessanta minuti.   Nonostante la povertà di mezzi e l’atmosfera caciarona che si respira lungo tutta la pellicola, la regia Dagoberto Brasile è attenta e ricca di soluzioni interessanti.

Come avrete intuito, Ai Confini della Fandonia non è un film per tutti i palati, anzi forse i palati in grado di apprezzarlo sono davvero una nicchia ristretta. Se amate un certo tipo di immaginario,se non potete fare a meno di vedere quel genere di filmacci a cui i Krakatoa fanno un sentito omaggio con questo film, allora potreste essere il pubblico ideale per Ai Confini della Fandonia. Un cinema estremo, anarchico, eccessivo, ma di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

La Fine del Mondo

World's End

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“Scusi, ce l’avete l’Alba dei Morti Dementi?”

Il commesso del Blockbuster, un ragazzone di bell’aspetto picchiettò sulla tastiera del pc.

L’Alba dei Morti Viventi? Guarda è in quello scaffale là in fondo, terzo ripiano”

Il ragazzino che aveva chiesto il film esitò un attimo. Poi:

“No, io volevo l’Alba dei Morti Dementi.

Il commesso fece quell’espressione da “mi stai prendendo per il culo o che?”

Viventi vorrai dire”

“No, proprio dementi

Quel ragazzino ero io, e questo è stato il mio primo incontro con il cinema di Edgar Wright e del duo Simon Pegg/ Nick Frost. Ed è anche stato il momento in cui ho iniziato ad odiare i titolisti italiani, poiché il titolo originale de L’Alba dei Morti Dementi, uscito in Italia con un anno di ritardo e direttamente in home video, era Shaun of the Dead. Qualche giorno dopo riuscì comunque a procurarmi il film e me ne innamorai. Penso di averlo rivisto almeno otto volte da quel lontano 2005.

Nell’estate 2007 fu la volta del nuovo sforzo del dinamico trio, Hot Fuzz, visto in una sala vuota della multisala. Con questi due film Wright, Pegg e Frost hanno mostrato al mondo come sia ancora possibile fare del cinema di genere denso di ironia e intelligenza, tanto che Quentin Tarantino li ha chiamati a dirigere e interpretare uno dei finti trailer di Grindhouse. Negli anni trascorsi da Hot Fuzz, questi tre ragazzacci inglesi si sono concentrati sulle loro carriere soliste: Pegg e Frost sono apparsi rispettivamente in Star Trek e I Love Radio Rock, oltre a scrivere e interpretare un altro film in coppia, Paul, divertente ma non all’altezza dei due precedenti. Wright invece ha girato il suo primo film americano, Scott Pilgrim Vs. the World, un giocattolone francamente deludente.

Nel 2012,dopo tanti rimandi è finalmente arrivato il terzo capitolo di quella che i diretti interessati hanno ribattezzato la “Cornetto Trilogy”: The World’s End.

Mi sono avvicinato a questo film con le farfalle nello stomaco. Da una parte non vedevo l’ora di vedere un nuovo exploit dei tre, poiché ormai battute, espressioni e citazioni da Hot Fuzz e Shaun of the Dead fanno parte della mia personale mitologia. Dall’altra temevo che questo sarebbe stato il capitolo flop, e non solo perché il terzo episodio è di solito quello più difficile. Su quest’ultimo punto, per fortuna mi sbagliavo di grosso.

Gli Ingredienti di Shaun erano “commedia romantica” più “epidemia zombie”. Quelli di Hot Fuzz “horror rurale britannico” più “film d’azione tamarro” più “satira sulla provincia inglese”. The World’s End si può riassumere in “crisi di mezza età” più “birra” più “alieni”.

Gary King è un quarantenne fallito che decide di ricontattare i suoi amici delle superiori per ritentare l’impresa che avevano fallito vent’anni prima: scolarsi pinte attraverso tutti i dodici pub della loro cittadina natale fino a giungere al pub più famigerato di tutti, il World’s End. I nostri eroi si imbarcano nell’impresa ma dovranno fare presto i conti con il fatto che sono cresciuti e cambiati, che non sono più scafati diciottenni. Ma non sono solo loro ad essere diversi, qualcosa di strano sembra permeare la loro cittadina natale e scopriranno presto di cosa si tratta: tutti gli abitanti sono stati sostituiti da replicanti al servizio di un intelligenza aliena dai misteriosi intenti. Riusciranno Gary e i suoi amici a salvare il mondo? Ma soprattutto riusciranno ad arrivare ancora in piedi al World’s End?

World’s End mantiene lo stesso approccio al genere che aveva reso grandi due film precedenti. Wright e Pegg, che firmano anche la sceneggiatura, dimostrano di conoscere a fondo i generi in cui si infiltrano e dove   innestano massicce dosi di commedia. Questa volta è il turno della fantascienza, con un occhio di riguardo a classici della sci-fi british come Il Villaggio dei Dannati e alle atmosfere di certi episodi di Doctor Who. L’operazione è condotta come al solito con grande tatto senza mai sfociare apertamente nella parodia.

Questo ultimo capitolo della trilogia si riallaccia direttamente al primo, a Shaun of the Dead, e non solo per l’importanza che i pub rivestono all’interno della storia. Il film del 2004 era la storia di due trentenni intrappolati in una sorta di limbo post-adolescenziale che erano costretti a crescere dall’irrompere di un apocalisse zombie. Qua invece abbiamo un gruppo di quarantenni che vuole tornare ai loro anni ruggenti. In Shaun of the Dead era il passaggio all’età adulta (simboleggiato dal sacrificio della madre e dell’amico del cuore) a permettere al protagonista di salvarsi, qua invece la soluzione sarà ben diversa e decisamente più imprevedibile. In quest’ottica World’s End pare una versione aggiornata e rivista di Shaun of the Dead, alla luce di quasi dieci anni di maturazione artistica, alla luce di un età della vita diversa. Infatti è innegabile che lungo tutto il film si respiri una aria decisamente malinconica e lievemente agrodolce, simile a quella che si respira alle periodiche cene di classe delle superiori.

A suggellare questo cambiamento di tono c’è una vera e propria rivoluzione copernicana sul piano attoriale, ovvero lo scambio di ruoli nel duo Pegg/Frost. Nei due film precedenti Pegg aveva sempre avuto la parte del personaggio più maturo mentre a Frost toccava la parte dell’ingenuo e del casinista. I ruoli qua si invertono, Frost si becca un personaggio complesso e tormentato, Pegg interpreta l’idea platonica del coglionazzo. I due, che già funzionavano alla grande nella precedente configurazione, colgono l’occasione per regalare performance enormi, specie Frost si scopre capace di un intensità che non avresti mai detto. Anche il cast di supporto è valorizzato e calato dentro personaggi caratterizzati in maniera sottile ed efficace.

World’s End è una visione obbligata per chi ha amato i due film precedenti (che nel caso non aveste visto vi imploro di recuperare, è per il vostro bene) ,per tutti gli amanti della fantascienza, specie in questo periodo di vacche magre e per chi ama il cinema di genere vitale e intelligente.

John Dies at the End

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In un ristorante cinese deserto il reporter Arnie (Paul Giamatti) sta intervistando il giovane David Wong (Chase Williamson) a proposito della professione che esercita assieme all’amico John (Rob Mayes), quella di investigatori del paranormale. Il reporter è dapprima scettico, credendo che il ragazzo sia solo un mitomane ma David dimostra di possedere capacità telepatiche e così Arnie si decide ad ascoltare la storia di come i due amici hanno deciso di intraprendere questa professione.

Tutto ha avuto inizio qualche anno prima quando i due, assieme ad alcuni amici hanno assunto una bizzarra droga sintetica chiamata Soy Sauce, salsa di soia, una sorta di liquido nero proteiforme semi-senziente. La Soy Sauce dà a chi la assume la capacità di trascendere lo spazio e il tempo, leggere nel pensiero e vedere lati della realtà che sarebbe meglio rimanessero nascosti, e non è scevra da mortali effetti collaterali. Il contatto dei due con questa sconvolgente realtà da inizio ad una serie di peripezie lisergiche, in cui i nostri eroi avranno a che fare con demoni, telefonate dal futuro, ultracorpi ed altre amenità simili, che culmineranno in una disperata missione per salvare la Terra da un invasione proveniente da una realtà parallela.

C’è una cosa che accumuna Don Coscarelli al Tall Man del suo Phantasm e non parlo della statura. Come lo spettrale becchino del suo film d’esordio ogni volta che ci siamo convinti di esserci liberati di lui, eccolo rispuntare fuori dove meno ci si aspetta.

Regista discontinuo e dai risultati altalenanti, si è guadagnato un posto nel cuore degli appassionati di b-movie (e del sottoscritto) grazie al già citato Phantasm (1979), film semi-amatoriale, dai grandi limiti tecnici che però si riscattava grazia alla grande inventiva con cui Coscarelli metteva in scena un personalissimo universo che mescolava horror, fantascienza e una buona dose di incubi infantili. L’inaspettato successo di pubblico e critica lo porta negli anni seguenti a lavorare su progetti dal budget più elevato ma dagli esiti dimenticabili come Phantasm II (1988)o Kaan Principe Guerriero (1982). Alla fine degli anni Novanta la carriera di Coscarelli sembra essere ormai al capolinea e neppure la sceneggiatura scritta da Roger Avary (quello di Pulp Fiction e Le Regole dell’Attrazione) per un ipotetico capitolo finale della serie di Phantasm sembra convincere qualche produttore a scommettere di nuovo su di lui. Ma nel 2002 torna alla ribalta con l’esilarante Bubba Ho-Tep , tratto da un racconto di Joe Lansdale e con protagonista Bruce Campbell . Il film, che racconta la lotta tra un Elvis Presley ormai vecchio decrepito e una mummia egizia a caccia di anime in un ospizio del Texas, può essere annoverato tra i primi film di culto del terzo millennio (ammesso che questa definizione significhi ancora qualcosa).

Da allora sono passati dieci anni di silenzio, con il nostro diviso tra battaglie legali per i diritti su alcuni suoi film e il tentativo fallito (per ora) di realizzare un prequel a Bubba Ho-Tep . Era la volta buona che davo la carriera di Coscarelli giunta al suo epilogo e invece se ne esce con questo John Dies at the End (JDATE d’ora in poi) che è la prima grossa sorpresa di questo 2013.

JDATE è una pellicola indefinibile, vulcanica, ibrida e dannatamente divertente, quel tipo di film fantastico che il cinema statunitense sembra non riuscire più a produrre da qualche decennio a questa parte.  Tratto dal web serial (poi romanzo cartaceo)omonimo di Jason Pargin , JDATE eredità tutto ciò che funzionava in Phantasm e Bubba Ho-Tep e lo ricombina con svariati elementi nuovi. Dal primo film eredità le tematiche, l’irruzione di una minacciosa realtà parallela nella tranquilla provincia americana (e relativo percorso inverso, ovvero l’intrusione dentro quella stessa dimensione aliena) e il rapporto “fraterno” che lega i due protagonisti (nel 1979 dovuto all’effettiva parentela, qui dovuto alla Soy Sauce che ha “scelto” i due). Invece da Bubba Ho-Tep viene il perfetto equilibrio tra ironia e orrore e l’ottima gestione degli attori. A tutto ciò si aggiungono una marea di influenze , da quelle letterarie che includono i Grandi Antichi di H.P. Lovecraft , una certa comicità memore di Douglas Adams e l’immaginario paranoico e psichedelico di Robert A. Wilson, mentre sul versante cinematografico la mente corre subito al Sam Raimi degli esordi e al John Carpenter di Essi Vivono.

Il mescolarsi di elementi così eterogenei, origina una narrazione densissima, in cui avvenimenti, colpi di scena , trovate visive e narrative si susseguono senza dare un attimo di respiro allo spettatore, facendo risultare il tutto a tratti assurdamente (ma piacevolmente) caotico. La vicenda procede per balzi avanti e indietro nel tempo , voli pindarici, accumulando sempre nuovi elementi , ma la storia non esce mai dai binari e non molla un attimo la presa sullo spettatore. E per una volta, caso raro al cinema, la cornice psichedelica non risulta indigesta e non inficia la comprensione della storia , anzi aggiunge un ulteriore fattore di imprevedibilità ad una narrazione che già di suo fa molto affidamento sul fattore sorpresa. L’approccio ironico (ma non disincantato) e ludico al fantastico colloca il film più dalle parti di certi film anni 80 come Grosso Guaio a Chinatown o Buckaroo Banzai (scevro però da qualsiasi intento nostalgico) che nei territori più inquietanti alla Stati di Allucinazione, anche se non mancano momenti genuinamente spaventosi.

Alla riuscita complessiva contribuisce l’ottima gestione degli attori, azzeccatissimi nei rispettivi ruoli. Oltre alla scelta coraggiosa di piazzare due sconosciuti nel ruolo di protagonisti, vanno ricordate le ottime performance di Paul Giamatti , Clancy Brown e di Doug Jones, (che credo sia la prima volta che vedo quest’ultimo senza un qualche mostruoso make-up sulla faccia).

Insomma, con i titoli di coda ormai imminenti ho sperato che ci fossero ancora altri tenta minuti di film, cosa che mi capita raramente ed è un segnale inequivocabile che , nel caso non si fosse capito, JDATE m’è garbato un bel po’. E per una volta, uno avverso alla serialità come me, si trova a sperare che nel caso JDATE riscuota il successo che si merita, si possa presto tornare a visitare il bizzarro universo di Dave e John, ci sono ancora molte cose da dire e tante idee da sviluppare, così tante che se ne potrebbero ricavare tranquillamente altri due film.

Probabilmente non è un film per tutti i palati ma è il film giusto se volete qualcosa che vi porti in luoghi dell’immaginario veramente strani e inaspettati. Il tutto senza gli effetti collaterali della Soy Sauce.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Turbo Kid

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Negli ultimi anni è giunto sugli schermi un numero sempre maggiore di pellicole che stilisticamente si rifanno al cinema degli anni Ottanta. Il decennio di Ronald Reagan è sempre più visto dalle nuove generazioni di registi come una perduta età dell’oro cinematografica e il suo cinema, specialmente quello di genere viene cannibalizzato, riproponendone in forma spesso esasperata, topos ed estetica. È quindi tutto un fiorire di eroi macho, splatter, azione tamarra e onnipresenti colonne sonore elettroniche. Un revival che ha fatto breccia tanto nel cuore degli spettatori che negli anni Ottanta ci sono cresciuti quanto in quello di chi è troppo giovane anche solo per averli vissuti.
Tuttavia avventurarsi nella strada dell’omaggio è sempre un impresa rischiosa. Basta un attimo per scivolare nella zona dell’onanismo cinefilo, alienandosi tutto il pubblico in sala con l’eccezione dei soliti quattro nerd che si divertono a indovinare le citazioni. Fortunatamente questo non è il caso di Turbo Kid, il post-apoacalittico diretto dal trio di registi canadesi François Simard, Anouk Whissell e Yoann-Karl Whissell, meglio conosciuti con la sigla di RKSS.

L’anno è il 1997, ma non quello che conosciamo. Il pianeta è stato devastato dalla guerra atomica ed è congelato in un inverno nucleare apparentemente senza fine. I sopravvissuti arrancano in una landa desolata che pare un enorme discarica, cercando qualcosa di valore tra gli oggetti del vecchio mondo da barattare per un po’ di viveri. Il bene più prezioso è l’acqua il cui monopolio della produzione e distribuzione è detenuto dal dispotico Zeus, un signore della guerra a capo di un esercito di sadici tagliagole. In questo quadro desolante un ragazzo cerca di sopravvivere come può scorrazzando qua e la con la sua bici BMX (il principale mezzo di trasporto di questo nuovo medioevo) cercando oggetti da rivendere e vivendo nel culto dell’eroe dei fumetti Turbo Rider. Le cose cambiano quando il nostro incontra una ragazza spuntata dal nulla, Apple, con la quale lega subito. L’idillio non fa in tempo a sbocciare che Apple viene rapita dagli scagnozzi di Zeus e il nostro eroe dovrà così correre in suo soccorso.

I registi non fanno mistero neanche per un attimo di quali siano i modelli a cui si ispira Turbo Kid, a partire dall’ovvio debito con la saga di Mad Max ed i suoi epigoni, passando per il John Carpenter di 1997 Fuga da New York fino ai videogiochi come Mega Man omaggiato nell’armatura del Turbo Kid, senza dimenticare l’uomo senza nome di leoniana memoria a cui viene pagato tributo nel personaggio di Frederic, mentore del protagonista. Fortunatamente il film non si esaurisce in un mortifero museo delle cere citazionistico. Turbo Kid è un film con un cuore e la sua vera forza sta nelle emozioni che riesce a trasmettere allo spettatore. Infatti il film dei RKSS è una delle migliori storie di coming of age degli ultimi tempi. Il protagonista vive recluso nel suo bunker, indulgendo in un infanzia portata oltre la sua durata naturale, anche grazie ai fumetti di cui è un vorace lettore. L’irruzione di una ragazza, dapprima accolta con diffidenza, lo costringe ad uscire e affrontare il mondo adulto. Turbo Kid è una storia tanto semplice quanto universale: il nostro giovane eroe affronta prove, trova un mentore lungo la strada e sconfiggendo la sua nemesi alla fine sceglie cosa poter fare della sua vita. L’aderenza con i modelli del mito e della fiaba è così stretta che sembra scritta tenendo a portata di mano L’Eroe dai Mille Volti di Joseph Campbell.

La regia si dimostra inventiva tanto nelle scene più calme, come quelle che esplorano il rapporto tra Apple e il protagonista, quanto in quelle d’azione. In queste ultime l’emoglobina scorre a fiumi e gli RKSS dimostrano una spiccata fantasia in campo gore e splatter, il tutto realizzato con effetti artigianali di grande efficacia. Altrettanto curato è il comparto dei costumi nella cui variopinta galleria di nuovi barbari primeggia il tirapiedi del cattivo, Skeletron, il cui volto è coperto da una maschera da scheletro d’acciaio.
Gli attori sono diretti egregiamente e sono perfettamente tagliati per il ruolo, come Laurence Lebeuf che da corpo e voce ad una Apple deliziosamente sopra le righe. Di certo non sarà sfuggita ai fanatici dei B-Movie la presenza di Micheal Ironside, villain di lusso della sci-fi anni Ottanta (Scanners e Atto di Forza, giusto per citare due titoli) che veste i panni di un cattivo sadico, nel cui piano raccapricciante non è peregrino vedere una critica al turbo capitalismo. Accompagna l’avventura del Turbo Kid l’efficace colonna sonore elettronica del duo Le Matos.

Lungi dall’essere solo una carrellata di citazioni, Turbo Kid è un film piccolo, forse semplice, ma efficace e per nulla banale. Un film che sotto la scorza del citazionismo postmoderno nasconde il cuore del più classico dei racconti fiabeschi.

Le Guide del Tramonto

u467Strano destino quello toccato a le Le Guide del Tramonto (titolo originale Childhood’s End) in Italia. Mentre all’estero è considerato un classico della fantascienza che non può mancare nella biblioteca di ogni serio appassionato (e nel reparto dedicato di ogni libreria), nel nostro paese l’opera di Clarke non ha goduto della stessa fortuna e non viene ristampata come minimo dal 1981. Io ad esempio me lo sono letto nella ristampa di Urania Millemondi dell’inverno 1974. Tutto ciò è un peccato, perché la visionaria opera di Arthur C. Clarke, nonostante i suoi sessant’anni emoziona, colpisce e disturba.

Il romanzo copre un arco temporale di oltre un secolo, visto attraverso gli occhi di diversi personaggi che assistono, come ci anticipa il titolo originale alla fine dell’infanzia dell’umanità. Nella prima parte assistiamo all’arrivo sulla Terra delle astronavi dei Superni, una misteriosa razza aliena che si è presa a carico l’evoluzione dell’umanità. Le loro astronavi sono sospese sopra le più grandi città della Terra ma nessuno li ha mai visti fisicamente. In questa prima fase i Superni e i loro collaboratori umani si accingono a mettere fine al vecchio ordine sociale fatto di nazioni e di classi, edificando una vera e propria utopia. Nella seconda parte, ambientata decenni dopo, i Superni si sono rivelati e hanno condiviso con gli umani le loro conoscenze tecnologiche che in pochissimo tempo hanno cambiato la faccia della vita sulla Terra. Le ultime resistenze sono state vinte ma un cambiamento ancora più radicale è prossimo a compiersi.

Questo cambiamento evolutivo è al centro della terza parte. Dopo una rivoluzione sociale e tecnologica, il passo inevitabile è una rivoluzione biologica. Questa è forse la parte più intrigante del libro, con l’ultima generazione di umani che si accorge che i loro figli sono ormai qualcosa di completamente diverso da chi li ha procreati. Clarke ci prospetta come fine ultimo di questa evoluzione guidata uno stato di morte dell’ego, di liberazione dall’illusione dell’individualità per poi essere riassorbiti in una Supermente, in una coscienza collettiva. Questa visione utopica fece de Le Guide del Tramonto, una delle bibbie del movimento hippie americano, assieme ad altri classici della fantascienza come Straniero in Terra Straniera di Robert Heinlein e Slan di Alfred E. Van Vogt. Del resto era quasi impossibile che i giovani contestatori non finissero per identificarsi nei ragazzi dell’ultimo capitolo, una nuova razza che non aveva più nulla a che spartire con i propri genitori. Mal’eco di questo romanzo sulle sottoculture giovanili si riverbera ancora oggi: il finale del romanzo di Clarke, dove l’umanità si fonde in un’unica e sterminata intelligenza ricorda quello della fortunata serie anime Neon Genesis Evangelion il cui creatore Hideaki Anno non ha mai nascosto la sua passione per la fantascienza occidentale. Quello che è cambiato nei quarant’anni trascorsi tra le due opere è lo spirito con il quale viene affrontato il tema dell’evoluzione umana. Clarke rimane pur sempre un ottimista, quello che l’umanità perderà nella metamorfosi avrà la sua contropartita in un futuro luminoso tra le stelle. Anno invece usa questo elemento narrativo per parlarci delle ansie e delle paure che aleggiano sui rapporti umani. Come possiamo mirare a conquistare lo spazio esterno se non riusciamo a dominare neppure la nostra interiorità?

Insomma, se trovate ad un mercatino dell’usato una copia de Le Guide del Tramonto , non lasciatevela scappare. Come tutta la buona fantascienza, disturba, appassiona e fa pensare. È un piccolo libro, ma tremendamente prezioso.

Ong’s Hat e gli Incunabula Papers

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Da ormai quasi trent’anni il villaggio fantasma di Ong’s Hat, sperduto nei Pine Barrens del New Jersey, è oggetto di un intensa attività di legend tripping. Con il favore delle tenebre, gruppi di giovani si avventurano tra i resti dell’insediamento. Ad attirarli qui sono le voci e le leggende che circolano da anni riguardanti inquietanti esperimenti condotti qui da un gruppo di scienziati rinnegati decenni addietro, esperimenti che avrebbero dischiuso porte che all’uomo dovrebbero essere precluse.

L’origine di queste voci può essere fatto risalire ai cosiddetti Incunabula Papers (1), una serie di documenti che dalla fine degli anni Ottanta ebbero ampia diffusione attraverso i mezzi d’avanguardia per l’epoca, ovvero fotocopie, fanzine e reti BBS. In realtà gli Incunabula Papers furono concepiti come un esperimento di narrazione transmediale da un gruppo di agitatori culturali con a capo Joseph Matheny. Nonostante siano passati quasi tre decenni da quando il meme è stato diffuso, il progetto di Matheny risulta ancora fresco e ricco di stimoli, per non dire, con il senno di poi, davvero avanti sui suoi tempi.

Nucleo centrale degli Incunabula Papers è un catalogo fittizio di libri ordinabili per corrispondenza. Molto borgesianamente il catalogo alterna titoli reali a titoli completamente inventati. Mano a mano che avanziamo con la lettura siamo chiamati a ricomporre il frammentario plot della vicenda, diventando noi stessi in primo luogo i protagonisti chiamati a sciogliere il mistero. La trama, se così la si può chiamare, dell’intrigo che si sviluppa intorno ad Ong’s Hat potrebbe benissimo collocarsi in quella fantascienza borderline così cara ad autori come Robert Anton Wilson o al Grant Morrison di The Invisibles, quella zona grigia dove topos canonici della science fiction si mescolano con horror, occultismo e pseudoscienza. Nucleo centrale dell’intreccio è la scoperta da parte di un gruppo di scienziati tanto geniali quanto anticonformisti, di un modo per viaggiare attraverso le dimensioni grazie ad un congegno denominato EGG, che usa come forza propulsiva … il sesso. Anarcoidi fino all’osso, questo gruppo chiamato GFP (Garden of the Forking Paths, altro riferimento a Borges) vuole usare le nuove terre scoperte per edificare una società ideale. Ma c’è un’altra fazione, la PCF (Probability Control Force), estensione del complesso militare industriale che vuole usare le scoperte per ben altri scopi. E questo è solo l’inizio perché Matheny e soci hanno infilato di tutto nella miscela: teoria dei quanti, universi paralleli, sufismo e teoria del caos.

Leggendo gli Incunabula Papers si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a materiale grezzo, d’altronde era intenzione degli autori stessi che i lettori e i fruitori prendessero in mano la storia e la espandessero a loro piacimento, contribuendo così alla diffusione del meme. Sicuramente in un epoca di contenuti virali, in cui la creazione di veri e propri simulacri è prassi consolidata anche nel marketing (si pensi solo alle campagne virali per la promozione dei grandi blockbuster cinematografici) il lavoro di Matheny può essere visto come un precursore.

Nel mio piccolo mi sentirei di dare un consiglio ad eventuali giocatori di ruolo che siano in ascolto: se sei un master, magari de Il Richiamo di Cthulhu, non mi farei sfuggire gli Incunabula Papers poiché sono un ottimo materiale per quel genere di storia. Sarebbe un buon modo per far propagare ancora il meme.

Su Archive.org i documenti originali

1)No, non è questo il motivo per cui questo blog si chiama così. Né lo è l’omonimo disco degli Autechre. In realtà Incunabula è il plurale di incunabolo, ovvero un documento stampato risalente dalla metà del XV secolo al 1500. Appresi questo termine all’università ed è riemerso dalle profondità della mia mente quando dovevo decidere il nome da dare al blog. Tutto qui.