Zigo Stella

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Inizio questa recensione con un po’ di sano sconforto (che non fa mai male). Gli ultimi anni hanno visto un massiccio sdoganamento presso il pubblico mainstream di generi che appena un decennio fa sarebbero stati considerati prerogativa di un tanto esigua quanto agguerrita nicchia di appassionati. Serie televisive fantasy e fantascientifiche possono vantare un seguito insperato fino a pochi anni fa e attorno ad esse gravita un fandom che sfugge allo stereotipo del nerd asociale; mentre sugli schermi dei cinema i supereroi, genere considerato un tempo pacchiano e puerile, sono divenuti presenza fissa e investimento sicuro per i produttori di Hollywood.

Negli ultimi tempi si è fatta strada in me la spiacevole sensazione che questo sdoganamento abbia comportato uno snaturamento di quei generi che normalmente si raggruppano sotto l’etichetta-ombrello di “fantastico”. Per prevenire le possibili obiezioni dico subito che ci sono, ovviamente, lodevoli eccezioni e che nonostante questo sentore ho apprezzato molte delle opere che vanno per la maggiore ultimamente. Tuttavia, anche dove ho gradito, mi è sembrato di notare una tendenza a voler rassicurare a tutti i costi lo spettatore, riempiendo il tutto di rimandi e citazioni, e attenendosi a strutture e formule collaudate.
Per me il fantastico è altro. Credo che il fantastico sia uno dei generi che meglio si presta ad esplorare le tante sfaccettature della vita. Gettando il lettore e lo spettatore in situazioni o mondi altri rispetto alla vita di tutti i giorni, esso riesce a svelare aspetti della realtà che non sospettavamo neppure che esistessero. Insomma, per me il fantastico deve spronarci, dev’essere qualcosa che ci spinga a mettere e a metterci in discussione. Per questo rileggersi ogni tanto Zigo Stella di Maurizio Rosenzweig è una boccata di ossigeno.

Zigo è un normale ragazzino di quindici anni (per quanto normale possa essere il figlio del più grande detective del mondo e una dea egizia) la cui tranquilla vita passata tra scuola, amici e la ragazza di cui è innamorato viene sconvolta all’improvviso. Zigo muore e ritorna in vita mutato: adesso ha impiantati in corpo un braccio da rettile e un occhio bianco dotati di strani poteri. Ha anche una bella amnesia che gli ha fatto dimenticare le circostanze del suo decesso. In cerca di risposte, Zigo dovrà imbarcarsi in un allucinante viaggio attraverso un caleidoscopio di universi paralleli cercando di rimanere vivo e trovare la strada di casa.

L’aggettivo migliore per definire Zigo Stella è “debordante”. Zombi, orsetti, alieni, e tanto rock n’roll. La storia procede per accumulo, come una valanga che ingloba man mano che avanza situazioni e personaggi sempre più bizzarri e surreali. I disegni di Rosenzweig rompono la gabbia ed esplodono addirittura in spettacolari triple e quadruple pagine. Con Zigo Stella Rosenzweig gioca con la matericità del medium del fumetto, mutando stile e addirittura ordine di lettura delle pagine a seconda della parte della storia che sta raccontando, come nella sequenza in cui Zigo finisce in un universo parallelo dal look nipponico, in cui pagine vanno lette da destra a sinistra come si fa con i manga. Una rivendicazione della dignità dei formati fisici che ben si allinea con la pungente satira che il fumetto fa sul mondo digitale. Satira che fortunatamente è condotta con ironia e intelligenza senza sprofondare nel luddismo.
Zigo Stella è uno zibaldone in cui l’autore getta di tutto e di più, toccando i temi più svariati. La cornice di citazioni pop, che vanno dalla venerazione per i KISS al cinema splatter di Lucio Fulci e Takashi Miike, non deve distogliere dalle miriadi di argomenti affrontati il piglio tanto sarcastico quanto arguto da Rosenzweig.
Si parla di amore e morte ma anche dell’alienazione tecnologica e del deserto culturale che caratterizzano i nostri tempi. E, se vi interessa ce n’è anche per i blogger. Man mano che si procede con la lettura si va sempre più in profondità. Una splendida riflessione sull’arte, viene fatta per bocca dell’enigmatico personaggio di Leloux “Adesso la creazione è qualcosa che ha una forma molto bella ma niente dentro. Alla fine, con il tempo, sono le idee ad essere superiori, non la veste…”. Una dichiarazione poetica di cui Zigo Stella, sembra una perfetta messa in pratica.
L’idea che batte nel cuore di Zigo Stella è che lo rende un opera tanto divertente quanto densa e complessa è l’operazione di rilettura che tramite il suo protagonista Rosenzweig fa dell’archetipo dell’eroe e del suo viaggio, potenti metafore della vita umana. Nel monologo finale (fatto da un personaggio che è meglio non svelare) capiamo che Zigo non è altro che l’ultima di una lunga fila di incarnazioni dell’eroe. E come ogni eroe egli è protagonista di una storia e il suo compito è raccontare. Il racconto, la base della cultura e l’unico metodo infallibile per superare la nostra mortalità. Raccontare per non morire. Perché come dice il misterioso personaggio “Creare storie è un istinto di sopravvivenza”.

Alienween – The Melting Movie

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Con I Rec U Federico Sfascia si è imposto come una delle voci più originali e personali nel panorama del cinema indipendente italiano. In questi tre anni passati dal film d’esordio il vulcanico regista folignate non è stato certo a guardarsi l’ombelico, anzi, ha sfornato pregevoli cortometraggi quali il dittico de Le Notti del Maligno e D.S, quest’ultimo trasmesso addirittura dalla BBC all’interno di un programma dedicato al cinema horror. Così Sfascia ha attirato l’attenzione del veterano dell’horror indipendente italiano Alex Visani che ha deciso di produrgli un film. Il risultato di questo sodalizio è Alienween.

Ernesto e alcuni amici hanno deciso di passare la notte di Halloween all’insegna della baldoria e così hanno organizzato, in un vecchio casolare abbandonato, un party a base di droga e prostitute. I giovani pensano che le loro fidanzate siano all’oscuro di tutto ciò ma si sbagliano: le ragazze hanno pedinato uno di loro e stanno per piombare in casa e rovinargli la festa. Ma una minaccia ancora peggiore delle fidanzate gelose attende i protagonisti. Infatti una pioggia di meteoriti ha portato sulla Terra dei pericolosi parassiti alieni che si impossessano dei corpi umani per poi liquefarli e mutarli dall’interno. Ernesto e i suoi amici dovranno cercare di sopravvivere a tutti i costi.

È chiaro fin da subito che Sfascia conosce alla perfezione i meccanismi, le regole e la storia del cinema horror. Alienween attinge a piene mani dagli ultimi cinquant’anni del genere: c’è la sindrome da assedio e la paura del contagio mutuata direttamente dalla saga dei morti viventi di George A. Romero. C’è la mutazione dei corpi del cinema di Cronenberg e de La Cosa di Carpenter. L’uso della luce mutuato da Mario Bava e da Dario Argento. La comicità splatter/slapstick de La Casa e le meccaniche degli slasher. Ma anche riferimenti meno ovvi come il Lucio Fulci di Zombi 2 e i giochi di sguardi di Storia di Fantasmi Cinesi. Ed è proprio in virtù di questa dimestichezza col genere horror che Sfascia non si limita ad eseguire il compitino e appiccicargli sopra due citazioni. No, Sfascia ribalta stereotipi e sovverte aspettative. Come aveva già fatto con il precedente film, Sfascia contamina l’horror tanto con l’umorismo dissacrante quanto con il melodramma.

Se I Rec U trattava di temi legati grossomodo al periodo dell’adolescenza, quali la ricerca dell’amore e il dolore derivante dall’essere diversi, Alienween ha il suo focus sull’età adulta: i personaggi sono vissuti, si portano dietro un passato di dolori, errori e rimpianti, sono già scesi a compromessi con la vita. Come nei modelli a cui il film si ispira, l’elemento alieno o mostruoso funge da catalizzatore per i conflitti latenti tra i protagonisti, pronti a deflagrare da un momento all’altro. Per questo Alienween è un film più cattivo e più cinico di quanto non lo fosse I Rec U. Sfascia fa oscillare la storia tra il dramma e la comicità nera, anzi, nerissima. Esilaranti sono le morti di alcuni personaggi che subiscono un vero e proprio contrappasso dantesco: fidanzatini possessivi che finiscono fusi in un bolo di carne e bigotte che esplodono dopo un ascesso di lussuria alcuni dei tanti esempi. E in questa pellicola fa capolino un aspetto che in I Rec U era appena accennato, ovvero una forte componente satirica. Nessuno dei nostri miti contemporanei è risparmiato, dall’abuso di smartphone e social network fino alla moltitudine di gangsta rapper, o sedicenti tali, che affollano la scena musicale italiana, passando per il bigottismo strisciante; Alienween offre anche uno spaccato degli aspetti più grotteschi dei nostri tempi.

Con questa pellicola Sfascia sembra aver raggiunto la piena maturità stilistica. Le piccole incertezze che affliggevano alcune parti di I Rec U sono ormai ricordi del passato. Sfascia sa benissimo come manipolare la materia filmica. La narrazione di Alienween è forsennata e velocissima, sostenuta da un montaggio ipercinetico e da una regia che, come già nei suoi lavori precedenti, opta per ardite soluzioni che avvicinano l’estetica del film a quella del cinema d’animazione.
Da I Rec U Sfascia si porta dietro alcuni preziosi collaboratori quali il compositore Alberto Masoni e il deus ex machina degli effetti speciali Marco Camellini che si occupa di dare vita al serraglio di mostri che abita la pellicola. Un plauso particolare va al cast (che di solito è la nota dolente nei film indipendenti). Guglielmo Favilla e Raffaele Ottolenghi hanno una chimica straordinaria e rendono alla perfezione il rapporto di amicizia/odio che lega i loro due personaggi, mentre Giulia Zeetti regala una protagonista femminile di rara intensità. Da non perdere invece è il personaggio interpretato da un altro volto noto dell’indie italiano, Alex Lucchesi, che veste i  panni di un DJ metallaro che ha visto giorni migliori, protagonista di un esilarante sub-plot.

Alienween è un atto d’amore per un tipo di cinema che forse è quasi definitivamente scomparso. Ma sarebbe riduttivo liquidare la produzione di Federico Sfascia ad una mera operazione nostalgica e citazionista. Per chi scrive sotto la scintillante superficie ultrapop vi è un cinema che parla di temi quali la vita, l’amore, la morte. Il cinema di Sfascia scaturisce da un urgenza di raccontare ed è, davvero, ciò di cui mortalmente abbiamo bisogno.

Trailer

I Rec U

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I film prima o poi finiscono. Quando finiscono ci sono i titoli di coda. E dopo i titoli di coda c’è la vita. Dopo i titoli di coda di I Rec U ci impieghi un po’ per riuscire a tornare alla vita visto che la tua testa fa fatica a razionalizzare tutto il ben di Dio che è passato sullo schermo nelle due ore precedenti.

Dopo due anni di attesa, il 25 Gennaio si è tenuta in quel di Foligno la prima mondiale di I Rec U , seconda opera cinematografica del fumettista Federico Sfascia, una coproduzione che ha visto coalizzarsi alcune tra le realtà più interessanti del panorama indie italiano ovvero I Licaoni (Kiss Me Lorena e l’esilarante web series Corso di Cazzotti del Dr. Johnson), la PALONEROfilm (quelli dietro Bumba Atomika) e la Krakatoa Ink (Ai Confini della Fandonia).

La prima cosa che mi viene da dire su I Rec U è che si tratta di un film coraggioso: coraggioso per la storia che racconta, per come la racconta e per il suo approccio al cinema. La seconda è che I Rec U ti rimane dentro, ti trovi a rifletterci e a riciclare le migliori battute mentre scherzi con i tuoi amici. Se un film persiste per così tanto nella tua mente di solito è perché si tratta di un gran film.

Il protagonista della storia è Neve, un ragazzo di diciotto anni con cui la vita non è stata affatto buona: abbandonato dal padre, orfano di madre, Neve soffre di un singolare disturbo della vista, la Sindrome di Testastoppino (dal suo cognome, essendone l’unico caso documentato), che gli fa vedere le donne sfocate (oltre a procurargli convulsioni se le fissa troppo insistentemente). L’unico modo per Neve di vedere le ragazze chiaramente è guardarle attraverso le immagini registrate nelle videocassette: per questo motivo un mefistofelico luminare dell’oculistica (Terry Gilliam, in un memorabile cammeo) costruisce per il ragazzo uno speciale paio di occhiali equipaggiato con una telecamera che registra ogni momento della sua vita e permette a Neve di condurre un esistenza normale. A causa della sua bizzarra condizione, Neve cresce solo e isolato e conosce le donne solo attraverso i film, maturando così un idea dell’amore del tutto distorta. Un giorno Neve incontra Penelope, l’unica ragazza che il giovane riesce a vedere ad occhio nudo . Convinto che si tratti dell’amore della sua vita, Neve decide di cercare di conquistarla,una missione doppiamente difficile , visto che dovrà avventurarsi fuori dal suo mondo fatto di film e sogni ad occhi aperti. Ad aiutarlo nell’impresa ci sono Max, il suo fratello maggiore, ex musicista e donnaiolo, e Faustine, la vecchia fiamma di quest’ultimo, diventata una scienziata e interessata a studiare il caso di Neve …

Se tutto ciò vi sembra strano aspettate di vedere il resto. Uno sceneggiatore più pigro si sarebbe fermato a questa singola trovata e ci avrebbe imbastito sopra tutto il film, non è il caso di Sfascia che invece gioca al rialzo, inserendo nella storia elementi sempre nuovi: dimensioni parallele, mostri fatti di pellicole, film dentro al film e tante altre cose che sarebbe un delitto svelare . Dentro I Rec U c’è veramente tanto, c’è un immaginario fantastico che corre a briglia sciolta, che attinge da svariate fonti (il già citato Gilliam, molto horror anni 80 e addirittura i miti classici) , al servizio di una storia personalissima e sentita.

È proprio questa sincerità di fondo uno degli aspetti che colpisce di più. Se è difficile inquadrare I Rec U in un genere preciso e invece molto facile capire il tema a cui gira intorno: l’amore, o meglio la continua ricerca dell’amore e le aspettative e le speranze che nutriamo per esso. Un tema così grande viene affrontato in maniera matura, sincera e come dicevo all’inizio, coraggiosa, senza cercare scappatoie facili nella retorica da Baci Perugina o nel cinismo di plastica che appesta molte narrazioni odierne. Un approccio che si riflette per forza di cose nei personaggi, in cui riesci a scorgere qualcosa di te e a cui finisci per affezionarti, salvo poi vederli gettati in situazioni in cui temi davvero per la loro sorte.

La storia come si è già detto, prosegue per accumulo di elementi e cambia pelle in continuazione, con bruschi cambi di tono e ritmo, parte come una commedia surreale per poi svoltare nei territori del fantastico avventuroso per giungere verso parte finale permeata di malinconia. Una discontinuità che può apparire caotica ai puristi dell’eleganza formale e della (presunta) buona scrittura, ma che alla prova dei fatti risulta coinvolgente e spiazzante al tempo stesso.

L’aspetto visivo e registico è interessante e stimolante, è palese come la formazione fumettistica del regista abbia contribuito a dare a I Rec U un estetica tutta sua, ed è altrettanto palese come il talento dei tanti collaboratori sia stato decisivo nel dare vita al mondo immaginato da Sfascia. L’universo di I Rec U (soprattutto il suo lato più spettrale) ha una potenza visiva straordinaria e viene portato in scena facendo affidamento su effetti speciali e scenografie rigorosamente “old school”: dai mostri (fighissimi) realizzati con costumi e animatroni, fino alla dimensione parallela, che alterna scenografie minimali a lugubri paesaggi realizzati con modellini.

Ci sarebbe molto altro da dire, molte altre cose di cui parlare (come la prova eccezionale data dal cast o la bellissima colonna sonora) ma rischio di finire come il critico cinematografico di Cigarette Burns alle prese con la recensione di La Fin Absolute Du Monde: visto che non voglio passare i prossimi dieci anni recluso in una baita sommerso da fogli dattiloscritti passo subito alle considerazioni finali.

I Rec U  fa attraversare allo spettatore tutto lo spettro delle emozioni umane, ti fa ridere, ti fa esaltare e infine ti fa commuovere, e nonostante il suo look da fumetto in carne ed ossa getta uno sguardo sui sentimenti tremendamente vero. È un film capace di colpire direttamente al cuore (e chi ha visto il film sa di che tipo di cuore parlo). I Rec U è un film sull’amore ed è una dichiarazione di amore verso il cinema.

Adesso I Rec U partirà alla volta di vari festival internazionali dove spero possa raccogliere tutti i plausi e i riconoscimenti che gli spettano, e che magari riceva l’attenzione che merita qua in patria, perché il film di Sfascia e soci è la dimostrazione che se ci sono serietà, passione, idee e voglia di rischiare allora in questo paese è ancora possibile fare del cinema vivo e vitale.

Film completo su Youtube

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.

Bumba Atomika

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Quando si parla della crisi in cui versa il cinema italiano da quasi trent’anni si sente spesso dire che l’unica speranza di avviare un ricambio generazionale e uscire dalla questo pantano è supportare il cinema indipendente. Peccato che il cinema indipendente rimanga per la maggior parte degli spettatori una bestia sconosciuta, quasi leggendaria, se ne parla molto ma se ne vede poco. Un fatto che può sembrare strano se pensiamo che viviamo in un epoca ciò che fa tendenza, dalla musica ai videogiochi è sempre più spesso indie, ma molto meno strano se si tengono presenti delle oggettive difficoltà che comporta produrre e distribuire un film al di fuori degli (ormai angusti) circuiti mainstream nostrani . Difficoltà che confinano questo cinema nel suo sottobosco, sottraendolo allo sguardo di una platea di potenziali spettatori a mio parere molto più ampia di quello che generalmente si crede. Anche in questo campo non mancano prodotti mediocri e pretenziosi, ma a scavare bene si possono trovare pellicole meritevoli e coraggiose come Bumba Atomika. Il film di Michele Senesi e della sua PALONEROfilm è una volta tanto un film indipendente che non lascia quella sensazione di potenzialità inespresse, da “lo studente è bravo ma non si applica”, anzi, Bumba Atomika (d’ora in poi semplicemente Bumba) coinvolge e diverte, ed è indipendente fino al midollo.

Prima passare a parlare del film in sé è interessante analizzare il contesto in cui è stato prodotto: realizzato nell’arco di tre anni (dal 2006 al 2008) con un budget risicatissimo e mezzi limitati( Bumba è praticamente autoprodotto), il film ha destato grande curiosità nei forum dedicati al cinema di genere grazie ad un sapiente uso del web e ad una serie di trovate che hanno mantenuto alta l’attenzione sul progetto: finte aste online di cadaveri,un blog della produzione tutt’altro che formale e un costante dialogo con la comunità di registi e video maker che ha portato alla regia di una decina di microspot per il film ancor prima che dell’inizio delle riprese. Una volta terminato, il film ha girato numerosi festival in Italia (dove ha avuto la sua prima ufficiale al Future Film Festival di Bologna) e all’estero. Allo stesso tempo i realizzatori stanno portando il film “in tour” per i locali, i cineclub e i centri sociali di tutta Italia(o meglio, dovunque ci sia qualcuno disposto a proiettarlo). Ci troviamo di fronte ad un prodotto indipendente al 100%, pensato,realizzato e distribuito secondo i dettami del buon vecchio DIY (Do It Yourself), un approccio scanzonato e provocatorio che inevitabilmente si ritrova anche nel prodotto finito. Ma adesso passiamo al film vero e proprio.

I protagonisti di Bumba Atomika sono quattro ventenni che vivono in una cittadina delle Marche: Luca, appassionato di serial killer ; Camillo,ex detenuto, succube di una ricca zia e preda di visioni mistiche; Cin Cin, ragazzo di buona famiglia iperprotettivo nei confronti dell’amata sorella e infine Berna B., l’unica ragazza del gruppo,nerd alienata e ossessionata da internet e videogiochi. A fare da collante di questo gruppo di casi umani c’è un’unica grande passione: l’Alcool. Purtroppo i soldi non bastano mai e i quattro sono alla ricerca di una fonte sicura di entrate per finanziare la loro passione etilica. L’occasione giusta si presenta quando la zia di Camillo muore accidentalmente e i quattro si trovano costretti dover far sparire il corpo per evitare che il ragazzo torni in carcere: grazie ad una trovata di Berna B. i ragazzi scoprono che in rete si possono trovare decine di potenziali acquirenti di cadaveri. E ci si possono fare un sacco di soldi. Così i nostri eroi si imbarcano in questo nuovo e macabro business. Mostrando una spiccata mentalità imprenditoriale, passano in poco tempo dallo scoperchiare tombe all’omicidio vero e proprio, così da avere cadaveri sempre più freschi e aumentare i margini di profitto. I loro clienti, sono se possibile ancora più bizzarri (per non parlare dell’uso che fanno dei cadaveri): una coppia di gemelli siamesi che usa cadaveri al posto dei manichini nei crash test,un partigiano impazzito che li usa per il tiro a segno e una necrofila che, beh … potete immaginarvelo da soli.

A complicare la situazione ci si mette pure un serial killer che da mesi terrorizza i dintorni di Macerata che si mette in diretta competizione con il gruppetto per il titolo di assassino seriale più prolifico della storia.

Un idea del genere poteva risolversi in un banale splatter casereccio, Senesi invece sceglie di cimentarsi in un goliardico e disordinato gioco di contaminazione tra generi. Se volessimo per forza circoscrivere Bumba in un genere, sarebbe quello della commedia nera , ma anche questa definizione sarebbe fuorviante visto il gran numero di suggestioni e influenze che vanno dai videogiochi a certo cinema dell’estremo oriente (in particolare quello di Hong Kong, con un sentito omaggio a Tsui Hark nel finale) fino alla commedia all’italiana (con una sarcastica satira della provincia e della sua mentalità). Ma tutto questo meticciato culturale non si traduce mai in uno sterile gioco delle citazioni, anzi, penso che il film sia godibile appieno anche senza sapere cosa sia il CATIII o il V-cinema giapponese.

La stessa tendenza all’ibridazione si trova nella messa in scena e nella regia, dove la povertà di mezzi non viene mascherata ma anzi, diventa un opportunità per sperimentare nuove soluzioni e appunto combinare diversi linguaggi: inserti animati, split screen, un uso del vecchio trasparente hollywoodiano al limite del demenziale, luci innaturali, montaggio e tante altre chicche che non voglio svelare per non togliervi il divertimento, concorrono a portare su schermo l’universo allucinante in cui si muovono i protagonisti. Il tutto girato con un digitale “sporco” distante anni luce dal patinato HD tanto in voga, una scelta che sulla carta mi aveva destato perplessità, ma che alla prova dei fatti risulta coerente con il resto del film.

Bumba Atomika non è certo un film perfetto o formalmente elegante, ma probabilmente neppure ambisce ad esserlo. E però un tentativo coraggioso di fare del cinema diverso, chiassoso e in certo senso anche sovversivo. Ma più semplicemente Bumba Atomika è puro e scanzonato divertimento, da guardare a tarda notte con amici e birra (o meglio, vino). Perché Bumba Atomika è dannatamente divertente e in un panorama desolato come quello attuale non è roba da poco.

Nei tre anni trascorsi da Bumba, Senesi e la sua PALONEROfilm, sono stati impegnati in nuovi progetti: in collaborazione con altre realtà indipendenti italiane come I Licaoni, Rubaffetto Entertainment e Krakatoa Ink, hanno quasi terminato il nuovo lungometraggio di Federico Sfascia, I REC U, che vede tra le altre cose, la partecipazione di Terry Gilliam in veste di guest-star; Senesi sta lavorando al suo nuovo cortometraggio da regista Ricordi- Somato, tratto da un racconto dell’autrice giapponese Kurimoto Karou.

Articolo originariamente pubblicato su Il Baffo.