Nino G. D’Attis

portratit by Rossella Macchia

portratit by Rossella Macchia

Tutti i lettori sanno che esistono libri che fanno male. Libri in cui ti imbatti, che ti travolgono e lasciano cicatrici indelebili nel tuo animo. Ogni lettori ha i suoi. Nella mia lista c’è, tra gli altri, Mostri per le Masse. La mia strada e quella di questo libro si incrociarono quasi per caso in un uggioso autunno del 2008. La lettura mi scosse profondamente ma pagina dopo pagina non riuscivo a staccarmi da questo viaggio nelle parti più oscure dell’anima umana. Come mi capita periodicamente, di recente ho ridato una lettura al romanzo e mi sono deciso a recuperare gli altri due lavori dell’autore, Nino G. D’Attis. La lettura degli altri suoi romanzi mi ha confermato le impressioni positive avute con Mostri per le Masse. Personalmente trovo D’Attis una delle voci più interessanti della nuova narrativa italiana, un autore che scrive romanzi perfettamente in sintonia, per forma e contenuto, con la realtà dell’Italia contemporanea. Il suo è uno sguardo quasi antropologico sui riti,i costumi e le ossessioni dell’Italia d’inizio XXI secolo, uno sguardo che ha fatto tesoro delle lezioni di autori come Ballard, Burroughs e Palahniuk.

Nino G. D’Attis esordisce nel 2006 con Montezuma Airbag Your Pardon, romanzo che ci catapulta nella vita di un addetto alla sicurezza di un centro commerciale. D’Attis ci mette faccia a faccia con un personaggio rozzo e volgare, le cui uniche ambizioni sono possedere beni e scopare, che sogna di fuggire dal lavoro noioso, dai colleghi insulsi e dalla moglie incinta. Un individuo quasi bestiale, le cui esigenze si fermano agli istinti primari, ma anche un personaggio in cui noi tutti possiamo cogliere qualcosa che ci accomuna a lui, ovvero la compulsione al consumare, al desiderare, vera propulsione della moderna società capitalista. Attraverso il flusso di pensieri e pulsioni del suo protagonista D’Attis mette sulla pagina una società in cui tutto è ormai mercificato, che si tratti di cose o persone poco importa. Decisiva più che mai è l’ambientazione, il moderno centro commerciale che fa da sfondo alla vicenda, vero tempio contemporaneo in cui va in scena la quotidiana liturgia del consumismo.

Due anni dopo è la volta di Mostri per le Masse. Roma, i giorni dell’agonia di Giovanni Paolo II. L’ispettore Graziano Vignola indaga sull’efferato omicidio di una studentessa, forse caduta vittima di una setta satanica. Ma man mano che Vignola indaga sul caso risulta sempre più palese che qualcosa di molto più grande e oscuro si cela dietro il delitto. Qualcosa che ha a che fare con i capitoli più bui della storia recente e che coinvolge anche il passato di Vignola stesso. In Mostri per le Masse le figure in primo piano hanno lo stesso valore di quelle sullo sfondo. Mentre assistiamo alla discesa di Vignola nel suo inferno personale, intorno a lui si intrecciano le vicende disperate di amici e colleghi. Se c’è un messaggio nel romanzo, è forse che il male è contagioso, come una pestilenza si è già insinuata ovunque. Ben lungi dall’essere solo un noir, Mostri per le Masse è uno feroce narrazione dell’Italia contemporanea attuata con uno sguardo entomologico per quanto è distaccato e implacabile. La narrazione si frammenta in una moltitudine di schegge, come lo zapping tra i canali televisivi passa da un immagine all’altra senza soluzione di continuità. D’Attis ci da i pezzi, sta a noi fare i dovuti collegamenti, incollare un tassello all’altro, trarre le nostre conclusioni.

Dopo sei anni di silenzio nel 2014 è uscito Grandi Sorelle. Protagoniste del romanzo sono Teresa e Ester Malina, due sorelle ventenni, pugliesi trapiantate a Roma che non potrebbero essere più diverse: Teresa quando non balla sul cubo di una discoteca bada ad un anziano professore universitario per racimolare un po’ di soldi, sperando di sfondare nel mondo dello spettacolo prima o poi. Nel frattempo cerca di sopravvivere tra coinquiline casiniste, amiche acide e relazioni instabili. Ester invece è una starlette affermata, culturista, passa da un evento mondano all’altro come da uno scandalo all’altro. Alle spalle una famiglia che sta in piedi per miracolo.
In Grandi Sorelle D’Attis attua diversi cambiamenti rispetto ai suoi lavori precedenti a partire dalla scelta della terza persona a scapito della prima attraverso cui aveva narrato i suoi due primi lavori. La narrazione diventa più lineare e seppur persista il senso di desolazione e di abbandono tipico della sua prosa in questo romanzo ce’è spazio oltre che per la disperazione, anche per la nostalgia, la nostalgia per un’altra Italia, un’altra Roma, quella degli anni Sessanta, i cui ultimi superstiti sono i personaggi del professore universitario e della vecchia col crocefisso di ferro. Grandi Sorelle è una satira sul culto della celebrità che ossessiona da decenni la nostra società, propagato dapprima con la televisione e adesso tramite il web; ma è soprattutto una storia famigliare fatta di dolori, incomprensioni e cose non dette. Con Grandi Sorelle, D’Attis ha firmato il suo lavoro più compiuto.

Se per voi la lettura è il momento per staccare dal mondo e dalla società che avete intorno, allora probabilmente i romanzi d’ D’Attis non fanno per voi. Se invece volete qualcosa che vi colpisca, che vi faccia anche male ma che in compenso vi svegli forse i suoi libri sono quello che state cercando.

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Maurice G. Dantec, Profeta Cyberpunk

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Apocalittica. Questo è il termine che meglio descrive la produzione letteraria di Maurice G. Dantec.Una parola che ne da una descrizione precisa per diversi motivi. Il primo, quello più superficiale e immediato, è dovuto la fatto che il mondo in cui si muovono i suoi personaggi è un universo in dissoluzione dove infuriano conflitti e le città bruciano, un universo sempre sull’orlo di una catastrofe finale e catartica. Ma il termine apocalittico si abbina ancor meglio alla sua opera se si risale fino al significato etimologico della parola, ovvero quello di “rivelazione”. I romanzi di Dantec sono in qualche modo rivelatori. Squarciano le illusioni del presente, ci svelano il caso che germina sotto una realtà apparentemente ordinata e controllabile. I romanzi di Dantec sono apocalittici anche per un ulteriore ragione: sono libri profetici , che ci permettono di dare uno sguardo ad un futuro sempre più prossimo, dove la tecnologia in sinergia con l’evoluzione umana apre scenari ora utopistici ora terrificanti. Questa dote fa di Dantec una delle voci più brillanti della narrativa di genere degli ultimi due decenni. Una voce, purtroppo, ancora poco ascoltata.

Maurice Dantec nasce nel 1959 nella banlieu di Grenoble. La sua è una famiglia di comunisti duri e puri, il padre dirige l’agenzia stampa del PCF. Dantec inizia ad interessarsi alla narrativa negli anni delle scuole superiori a seguito dell’incontro con Jean-Bernard Puoy, futuro autore noir. Più tardi negli anni Settanta, dopo aver mollato l’università, mette su con alcuni amici il gruppo musicale État d’urgence, una delle prime band punk francesi. Una passione, quella della musica, che porta tutt’ora avanti in parallelo alla sua attività di romanziere. Nel 1994 lo troviamo inviato in Bosnia come reporter di guerra, un esperienza che lascerà un segno profondo nella sua opera. I ricordi e le riflessioni scaturite da questo periodo confluiranno nei tre volumi di diari e saggi Le théâtre des opérations: journal métaphysique et polémique, pubblicati tra il 2000 e il 2006. Avvertendo la vita culturale francese sempre più stretta si trasferisce in Québec nel 1998. Personaggio controverso e polemico, negli anni successivi Dantec ha tenuto fede alla sua fama di cattivo ragazzo della letteratura francese. Dapprima l’improvvisa conversione al cattolicesimo nei primi anni Duemila che ha spiegato al suo pubblico con queste parole “Io sono andato sino in fondo al nichilismo. Ma a differenza di Houellebecq, ho attraversato lo specchio, e mi sono convertito al cristianesimo. Cosa impossibile per un nichilista”. Poi nel corso degli anni sono seguite durissime prese di posizione su varie tematiche come l’Islam. L’indole ribelle, battagliera e anticonformista non ha fatto certo bene alla sua fama, specie presso l’intellighentia francese che lo ha da tempo ostracizzato. Burrascoso anche il suo rapporto con il cinema: due gli adattamenti cinematografici dei suoi romanzi ovvero Red Siren (2002) e Babylon A.D. (2008), quest’ultimo diretto da Mathieu Kassovitz che clamorosamente disconobbe il film a riprese terminate. Lo stesso Dantec pare non fosse molto soddisfatto del risultato finale.

Come tutti gli scrittori anche Dantec ha una storia divertente da raccontare su come ha intrapreso questa professione. La rivelazione risale al periodo in cui Dantec lavorava come pubblicitario alle dipendenze di un famoso magnate del marketing. Con sua grande sorpresa il giovane Dantec scoprì che il suo boss, a dispetto dello sfavillante tenore di vita era un uomo divorato dal rimorso, un rimorso che lo portava a scolarsi un litro di whisky al giorno: il rimorso di non essere mai riuscito a scrivere un romanzo.
Così Dantec si mise a scrivere e nel giro di qualche mese sfornò un corposo romanzo fantascientifico che inviò al suo vecchio amico Jean-Bernard Puoy il quale a sua volta lo inoltrò a Patrick Raynal, responsabile della prestigiosa Serie Noire della Gallimard. Raynal giudicò il manoscritto poco consono al genere della collana ma chiese lo stesso a Dantec di scrivere un romanzo ex novo.

Il romanzo risultante è La Sirena Rossa, pubblicato nel 1993. La storia ruota attorno all’incontro tra due anime perse, Alice Kristensen, geniale dodicenne in fuga dalla madre dopo aver scoperto che essa è implicata in un traffico di snuff movies, e Hugo Toorop, l’antieroe per eccellenza della narrativa di Dantec, reduce dalla guerra in Bosnia e membro di una rete clandestina di freedom fighters. I due fuggono attraversando mezza Europa alla ricerca del padre di Alice, continuamente tallonati dai sicari al soldo della diabolica madre. La Sirena Rossa è un thriller ancora molto convenzionale ma in cui traspare il perfetto controllo dei meccanismi narrativi. In nuce vi sono già tematiche che Dantec svilupperà appieno nei romanzi successivi tra i quali il generale pessimismo sul destino della civiltà occidentale.
Del resto Dantec mette in bocca al suo Toorop quella che in retrospettiva può essere letta come una vera e propria dichiarazione poetica “Della necessità di una letteratura diretta. Qui e subito. Adesso. Semplice attraversamento della grande civilizzazione conurbana, mentre la fine del mondo, o qualcosa che vi assomiglia, si avvicina a passo inesorabile. Il pensiero è un virus. Continuerà ad espandersi, oppure si addormenterà momentaneamente, aspettando che si voglia un giorno, svegliarlo davvero. I libri sono delle autentiche bombe a scoppio ritardato”. Un concetto, quello dei libri come virus, come armi, che il vulcanico Dantec riproporrà in maniera quasi ossessiva negli anni successivi.

Ma è solo con il romanzo successivo, Le Radici del Male, che Dantec raggiunge la maturità stilistica e poetica. La storia prende avvio nel 1994 con la polizia francese sulle tracce di Andreas Schaltzmann, serial killer che sta attraversando il paese in preda ad una terribile frenesia omicida. Ad aiutare gli investigatori viene chiamato Arthur Darquandier, esperto di intelligenze artificiali che ha così l’opportunità di testare sul campo la sua ultima invenzione, la neuromatrice, una macchina che imita i processi cognitivi umani, in grado di apprendere ed evolversi autonomamente. La cattura del serial killer non è che l’inizio della discesa all’inferno di Darquandier. Alcuni degli omicidi attribuiti a Schaltzmann non sembrano coincidere con il modus operandi dell’uomo. Indagando a ritroso Darquandier scopre che qualcuno da anni uccide impunito, forse un vero e proprio gruppo di assassini che agisce secondo regole note solo a loro.
Le Radici del Male abbandona presto i territori del noir per addentrarsi in quelli del cyberpunk fino a diventare una riflessione metafisica sulla malvagità. Facendoci scrutare nell’abisso fino in fondo, Dantec non ci consola con facili spiegazioni psico-sociologiche. I suoi assassini sono figli della società dello svago, uccidono per il gusto di farlo e la loro follia è una riproduzione frattale di quella che si appresta ad investire il mondo nel XXI secolo. Romanzo fluviale che bombarda il lettore di input senza mai cadere nello sfoggio di erudizione fine a sé stesso, il romanzo di Dantec trascende i confini della narrativa di genere per diventare una acuta riflessione sui nostri tempi.

Il 1999 è l’anno di Babylon Babies (ripubblicato con il titolo Babylon A.D. sull’onda dell’adattamento cinematografico). In questo romanzo convergono personaggi, idee e tematiche dei due precedenti e lo si può considerare la fine di un ciclo per Dantec. La storia si svolge in un futuro prossimo in cui il mondo sembra condannato ad una lenta e inesorabile deriva il cui punto d’arrivo è l’abisso. Una violente guerra civile sta insanguinando la Cina e minaccia di espandersi fino alla Russia. Le biotecnologie sono state proibite a livello globale e adesso le mafie ne monopolizzano il mercato. Sette religiose inseguono deliranti piani d’immortalità e si combattono tra loro usando come soldati gang di bikers armate come milizie paramilitari. Torna Hugo Toorop che, scampato al carnaio cinese, viene incaricato da un mafioso siberiano e dal suo socio, un colonnello del GRU, di scortare un carico dalla Siberia al Québec. Il carico in questione è Marie Zorn, una ragazza dal passato misterioso che porta con sé qualcosa che fa gola a molti. Toorop non è l’unico personaggio dei romanzi precedenti a tornare. Ricompare anche il dottor Arthur Darquandier, adesso a capo di un misterioso progetto che come un filo rosso collega il destino delle sue neuromatrici a quello di Marie. Come ne Le Radici del Male Dantec predilige la complessità tempestando il romanzo di una tal quantità di stimoli e rimandi che a tratti si fa fatica ad assimilare nella loro totalità. Questioni concernenti la bioetica e la genetica vanno di pari passo con gli studi sullo sciamanesimo e il DNA di Jeremy Narby, Gilles Deleuze, le intelligenze artificiali e la schizofrenia. Una delle idee più potenti del romanzo e senza dubbia quella della convergenza tra evoluzione biologica, rappresentata per Dantec dalla schizofrenia, e evoluzione tecnologica. Finora questi due percorsi sono andati a due velocità diverse ma se dovessero incontrarsi si assisterebbe ad un nuovo tipo di evoluzione per l’essere umano, né interamente biologico né interamente artificiale, ma una totalità maggiore della somma delle sue parti. Al contrario del suo predecessore, ricco di azione e colpi di scena, Dantec predilige qui uno stile lento, meditativo, lascia diramare la trama tra le vicende di una miriade di personaggi di contorno, senza indulgere troppo nell’azione o nella suspense. Babylon Baibes è principalmente un romanzo di idee e sono queste a farla da padrone. Dopo l’abisso senza fondo, la notte più nera de Le Radici del Male, Babylon Babies è il primo romanzo di Dantec a presentare un elemento salvifico nella figura di Marie perché al contempo rappresenta l’unico personaggio davvero puro del romanzo e perché ciò che porta dentro di lei potrebbe significare un riscatto per l’umanità tutta. Pur essendo precedente alla conversione di Dantec il romanzo è pervaso da un forte senso di misticismo e di attesa millenaristica. Ma si tratta di un misticismo eterodosso che mescola elementi arcaici, come il mito della Vergine, a suggestioni contemporanee (l’ingegneria genetica) con una predilezione per personaggi imperfetti e fallibili come il protagonista Toorop. Il romanzo ha avuto un seguito nel 2012, Satellite Sisters ancora inedito in Italia.

La narrativa di Dantec ha il raro dono di nutrire il cervello e non solo perché è dannatamente intelligente. Ogni suo romanzo contiene spunti che rimandano a nuove letture e nuovi argomenti da approfondire, ed ogni opera si presta a più di una rilettura. Come molti scrittori suoi connazionali possiede una acume raro che lo porta da avere uno sguardo clinico sul mondo e su questo periodo storico. Lasciarlo sullo scaffale sarebbe un peccato.

Fonti

“Solo il caso è reale”. Un incontro con Maurice Dantec

Un cristiano cyberpunk fin troppo scorretto

Ancient interview with Maurice G. Dantec