Soliloquio: Emmerich, l’Ejzenštejn dell’americanata

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Mi è capitata sotto gli occhi la notizia dell’imminente uscita di Stonewall, film dedicato alla famosa rivolta di Stonewall appunto, accaduta la notte del 27 Giugno 1969, vicenda che ha segnato un punto di svolta nella lotta per diritti delle persone LGBT. Mi ha lasciato perplesso scoprire che alla regia c’è Roland Emmerich. Si chiaro, sono certo che il vecchio Roland (gay e attivista LGBT lui stesso) si sia imbarcato in quest’impresa con le migliori intenzioni, ma faccio fatica a immaginare come la poetica catastrofica a cui ci ha abituato per più di vent’anni possa servire a raccontare temi così delicati.
Parlare di Roland Emmerich e dei suoi film mi riporta inevitabilmente alla mia infanzia. Chiunque sia cresciuto negli anni Novanta avrà almeno visto uno dei suoi film al cinema. Io e i miei amici delle elementari aspettavamo con ansia l’annuale replica di Stargate o Indipendence Day per poi discuterne a colazione nel corridoio della scuola “Hai visto quando disintegrano New York?” “E la scena in cui esplode l’astronave madre?”
Assieme a Jurassic Park, Indiana Jones e Rambo i film del tedesco (anche se non sapevamo fossero suoi, visto che pensavamo che tutti i film del mondo fossero girati da Steven Spielberg) formavano una sorta di bizzarro canone cinematografico degli ottenni.
Insomma, col tempo sono arrivato ad accettare che Emmerich ha formato una parte, anche se piccola del mio immaginario.

 
Ma sgombriamo subito il campo da equivoci: non è mia intenzione rivalutare i film di Emmerich o elevarli ad un qualche status di “cult”. Non sono uno di quegli sciagurati che mitizzano tutto ciò che appartiene alla loro infanzia o adolescenza. Mi interessa più che altro rivedere, spesso a distanza di anni, cose che un tempo mi avevano colpito. Fa un effetto strano, anche perchè l’alone magico che questi film avevano un tempo se ne è ormai andato.
Il mio primo incontro con il buon Emmerich fu con Stargate. Lo vidi in televsione e lo registrai, consumando il nastro della VHS negli anni seguenti. Essendo all’epoca io un bambino affascinato dall’Antico Egitto e appassionato di fantascienza, questo film non sfondava una ma ben due porte aperte, mescolando le due cose in una trama che sembra uscita da un libro di Peter Kolosimo.
Breve riassunto della storia per quei due che non l’hanno visto: il dottor Daniel Jackson, studioso emarginato dalla comunità scientifica per via delle sue teorie bizzarre, viene arruolato in un progetto segreto volto a decifrare alcuni geroglifici che nascondono il modo di far funzionare uno strano artefatto trovato in Egitto decenni prima. Jackson, grazie alla sua conoscenza dell’egiziano antico ci riesce e si scopre che l’artefatto è una porta per un mondo alieno. Viene inviata un gruppo di militari con Jackson al seguito che scoprono un pianeta abitato da umani, molto simile per cultura e ambiente all’antico Egitto. Non fanno in tempo ad ambientarsi che ecco arrivare, con la sua astronave a forma di piramide, il despota alieno che controlla il pianeta e contro cui i protagonisti dovranno scontrarsi.
Rivisto oggi il film brilla per un buon cast che annovera James Spader, Kurt Russell (che ha la battuta migliore del film “Porta i miei saluti a Tutankhamon, stronzo!“) e Jaye Davison, quello de La Moglie del Soldato, qui alla sua ultima interpretazione prima dell’addio alle scene. Come tutti i film di Emmerich, Stargate mette a dura prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore. ll peggio però e la schematicità, la dicotomia assoluta sui cui pone tutto il film, con i soldati americani buoni da una parte e i tiranni extraterrestri (ma leggasi mediorientali) dall’altra e il popolo oppresso in mezzo che aspetta il salvatore, incarnato dal biondo personaggio di James Spader. A otto anni non ci fai caso, ma oggi, complice anche una sensibilità del cinema in generale che è cambiata, tutto ciò fa un po’ sorridere. Ma non è ancora niente in confronto ad Indipendence Day.

 
Visto per la prima volta in una VHS noleggiata da Blockbuster (RIP), Indipendence Day può ambire al titolo di filmone patriottico/propagandistico per eccellenza, forse solo Armageddon di Micheal Bay può competerci. Entrambi i film vedono la Terra minacciata dallo spazio, entrambi ci dicono che il mondo si può salvare solo accettando la leadership americana. Il canovaccio di Indipendence Day è di una semplicità disarmante. Gli alieni attaccano la Terra, accanendosi sulle principali capitali mondiali. Le forze armate terrestri vengono spazzate via, mentre i civili cercano di salvarsi come possono. Seguiamo le vicende di varie persone, tra cui il presidente degli Stati Uniti, un ricercatore del SETI e un pilota di caccia.
Il film di Emmerich ricicla idee, a partire dalle navi aliene sopra le città come nella serie Visitors e attinge nel finale dal classico La Guerra dei Mondi con un virus che stavolta è informatico.
Forte di un budget più alto, Emmerich da sfogo alla sua passione per la distruzione urbana, che diventerà un marchio di fabbrica nei suoi lavori successivi.
Visto che siamo in pieni anni Novanta e X-Files impazza in TV, non può mancare una puntata nella famigerata Area 51, dove tra alieni in salamoia e navette schiantate si prepara il contrattacco terrestre. Questa fu la scena che colpì di più la mia immaginazione di bambino. Questa e quella che viene subito dopo, con l’autopsia del pilota alieno che finisce nel peggior modo possibile. In mezzo c’è Will Smith, che all’epoca aveva appena smesso i panni del principe di Bel Air, che stende a cazzotti un extraterrestre e un rapito dagli alieni che vuole vendicarsi dei suoi aguzzini spaziali. Il tutto culmina in un tripudio di patriottismo e retorica che darebbe fastidio anche a John Milius, con il presidente degli Stati Uniti che guida l’attacco alla nave madre aliena giusto in tempo per il quattro luglio. Tutto finisce con l’auspicio di una nuova concordia tra i popoli per far fronte alla nuova minaccia dallo spazio.
Anche per questo film Emmerich ha potuto fare affidamente su un cast di prim’ordine, tra cui Jeff Goldblum che dopo La Mosca e Jurassic Park torna a fare la parte dello scienziato eccentrico.

 
Il 1998 è l’anno del remake americano di Godzilla ma è anche l’anno in cui il mio rapporto con Emmerich inizia ad incrinarsi. Il mostro che distrugge New York nel film infatti condivide con il suo omologo giapponese solo il nome. Il film mi piacque anche ma mi aspettavo di trovarci quel fantasmagorico mondo presente nei film nipponici (e di cui i bambini più grandi che li avevano visti, si bullavano con me). Il Godzilla di Emmerich non spara raggi atomici, non è un dinosauro mutato. Perdipiù, per non urtare il pubblico a stelle e strisce, non sono più le bombe H americane ad aver mutato il rettile, bensì quelle francesi, e con questa scusa nel film viene infilato Jean Renò. Riguardandolo adesso è palese come Emmerich tenti in tutti i modi di flettere i muscoli in vista del confronto con i due Jurassic Park di Spielberg: questo è palese nella scena finale dove assistiamo alla schiusa delle uova di Godzilla, dalle quali escono animalacci fin troppo memori dei Velociraptor del dittico giurassico.

 
Il “divorzio” definitivo tra me ed Emmerich avviene nel 2004. L’occasione è la visione in sala di The Day After Tomorrow. In quell’anno, non solo entro anagraficamente nella mia adolescenza, ma cosa molto più importante inizio ad esploarare il cinema nella sua interezza, uscendo dal seminato del mainstream. Un ruolo importante lo gioca internet, i forum e i siti mi fanno scoprire nuovi film e autori, i programmi P2P mi permettono di procurarmi un sacco di titoli altrimenti irrecuperabili. Nomi come Carpenter, Cronenberg e Romero sono i miei nuovi fari. E quindi guardo con cun po’ di spocchia ciò che m piaceva da piccolo. Il film in sè non aiuta. Stavolta la minaccia è quella di una nuova era glaciale. Niente di che, ricordo poco del film.

 
Sono passati anni. Emmerich ha intanto diretto 2012 per poi passare ad Anonymous. Io, passata la mia convulsa adolescenza cinefila, sono molto più clemente con il cinema mainstream in generale. Presto uscirà Indipendence Day: Resurgence, a vent’anni esatti dal primo capitolo. I miei doveri di cinefilo mi imporrebbero di snobbarlo ma questi propositi sono come quelli degli alcolizzati. Nel profondo so che mi fionderò alla prima poiezione economica e mentre aspetterò che si faccia buio in sala, spererò che almeno per due orette io possa tornare quel bambino di otto anni con gli occhi sbarrati per la meraviglia.

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