Millennium Actress

Millennium_Actress_005

In una mattina dell’Agosto del 2010 ci lasciava per sempre Satoshi Kon. Stroncato da un tumore al pancreas che gli era stato diagnosticato in fase terminale soltanto qualche mese prima, il regista si era congedato, con una lettera pubblicata sul suo sito web, usando queste parole “Pieno di gratitudine per tutto ciò che di buono c’è nel mondo, poso la mia penna.” Con la crudele ironia di cui solo la vita è capace proprio in quei mesi uscivano nelle sale due film, Inception di Christopher Nolan e Il Cigno Nero di Darren Aronofsky, i quali attingevano a piene mani dall’immaginario del regista giapponese, sancendone in un certo senso la consacrazione anche presso il pubblico occidentale.
Kon ci ha lasciato quattro lungometraggi e una serie televisiva. Chissà, se gli fosse stato concesso di vivere ancora, quali altre storie ci avrebbe raccontato, quali altri mondi ci avrebbe fatto visitare.
Kon apparteneva alla stessa razza di autori come Mamoru Oshii, Hideaki Anno e Katsuhiro Ōtomo, artisti in grado di mettere in discussione gli stilemi dell’animazione e di cambiarle le regole del gioco. Kon nella sua fulminante carriera ha lasciato un’eredità importante con la quale tutti i futuri autori dovranno confrontarsi.

Una delle su opere più complesse e stratificate, ma anche personali e sentite, è sicuramente Millennium Actress. Realizzato diversi anni dopo il suo primo lungometraggio, Perfect Blue, Millennium Actress è uno strano oggetto che trascende generi e convenzioni.

Gen’ya Tachibana è un regista televisivo con un chiodo fisso, realizzare un intervista alla famosa attrice Chiyoko Fujiwara, stella del cinema degli anni Cinquanta e Sessanta, di cui egli è un ammiratore sfegatato.
Il regista, assieme al suo cameraman, riesce a farsi ricevere dall’attrice nella villa in cui si è ritirata a vivere. Chiyoko inizia a raccontare la sua storia ma presto gli eventi reali si mescolano alle trame dei film in cui ha recitato. A fare da filo conduttore c’è la sua ricerca di un misterioso e giovane pittore di cui si era innamorata da ragazza e una chiave che lui le aveva affidato, la quale era stata smarrita da Chiyoko e che adesso Gen’ya ha riportato all’anziana attrice.

Kon rinuncia sin da subito a qualsiasi pretesa di oggettività della narrazione. La vita si mescola alla finzione e all’arte, Gen’ya e il suo cameramen entrano letteralmente dentro i ricordi/film di Chiyoko, assumendo di volta in volta i ruoli più pertinenti alla situazione. Kon aveva capito perfettamente le potenzialità dell’animazione quando si tratta di raccontare il ricordo, il sogno, la fantasia. Vagando attraverso la memoria dell’attrice si passa di genere in genere, da uno stile grafico all’altro. Il regista svilupperà ulteriormente queste intuizioni nella serie Paranoia Agent e le porterà all’estremo nella sua ultima opera, ovvero Paprika.

Un altro tema che verrà ripreso e approfondito è quello delle identità fluide dei protagonisti. In questo film il pretesto è dato dalla professione di Chiyoko, quella di attrice, che per lavoro deve essere, o meglio fingere di essere, altre persone. La tematica della personalità scissa, proteiforme e liquida tornerà in diversi episodi di Paranoia Agent e nella protagonista dalla doppia personalità del già citato Paprika.

Come tutte le opere migliori il film di Satoshi Kon ha più piani di lettura e quindi più modi di apprezzarlo.
Balza subito agli occhi come questa pellicola sia anche una lettera d’amore all’epoca d’oro del cinema giapponese. Viaggiando tra i film interpretati da Chiyoko, Kon omaggia i grandi del cinema nipponico: Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi, Yasujirō Ozu e perfino Ishirō Honda sono oggetto di un sentito tributo da parte del regista. Del resto gli appassionati del cinema del Sol Levante non faticheranno a notare come la stessa Chiyoko sia modellata sull’attrice Setsuko Hara che ha interpretato numerosi film tra quelli dei registi sopracitati.

Ma forse il tema portante di Millennium Actress è l’amore, per inciso quello platonico, quello che ci perseguita come una maledizione e che si insegue per tutta una vita senza mai realizzarsi e forse proprio per questo più puro e al sicuro dall’inevitabile dolore, dalle delusioni e dalla monotonia. Il motivo che spinge Chiyoko a consacrarsi anima e corpo alla recitazione è il desiderio di incontrare di nuovo il pittore senza nome di cui si era innamorata anni prima. Passerà decenni alla ricerca di segnali e indizi, arrivando a sposare un uomo che non ama pur continuando a sperare che un giorno possa ricongiungersi con il suo vero amore. Ma amore platonico è anche quello di Gen’ya che passa la sua vita ad ammirare Chiyoko, prima sul grande schermo poi da vicino come attrezzista negli studios cinematografici, senza essere mai notato dalla diretta interessata. La battuta con cui si chiude il film sancisce il senso della storia di Chiyoko “Perché dopo tutto è il fatto di inseguirlo ciò che amo davvero.

Parte melodramma, parte omaggio cinefilo, Millennium Actress dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’animazione ha la stessa dignità del cinema convenzionale e anzi, sotto certi aspetti è pure avvantaggiata quando si tratta di guardare alla realtà da angolazioni che non siano quelle ortodosse. Un film che si gusta tanto con la testa quanto con il cuore.

 

Annunci