Mirabilia #01: Il Paleontologo che volle farsi re

Mirabilia: una serie di articoli pensati come una Wunderkammer che raccoglie personaggi bizzarri e dimenticati, avvenimenti insoliti e assurdi, nozioni eretiche e surreali

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Doda (a sinistra) e Franz (destra) nel 1931

Chi ha detto che l’unica vita degna di essere vissuta è quella che diventerà un’avvincente biografia senza dubbio doveva avere in mente il Barone Franz Nopcsa. Questo eccentrico nobiluomo della Transilvania, che condusse una vita turbolenta e avventurosa a cavallo tra il XIX e il XX secolo, sarebbe un modello perfetto per un’eroe dei pulp magazines degli anni Trenta. Fu un uomo poliedrico che in una sola esistenza riuscì ad essere paleontologo, scienziato, esploratore e agente segreto, il tutto allo stesso tempo.

Nopcsa nacque nel 1877 nell’odierna Romania. Primogenito di una famiglia aristocratica, sin da giovane mostrò un intelletto vivace e un’insaziabile curiosità intellettuale. Oltre alla sua lingua madre, l’ungherese, imparò presto a padroneggiare anche il rumeno, l’inglese, il tedesco e il francese.

Nel 1895 un evento tanto casuale quanto inaspettato accese nel giovane Franz la scintilla di una passione che lo accompagnerà per il resto dei suoi giorni. Di ritorno da una passeggiata nei dintorni della dimora di famiglia, la sorella minore Ilona portò a Franz uno strano teschio che aveva rinvenuto lungo il corso di un fiume. Nonostante le terribili condizioni del reperto Franz si adoperò per identificarlo, leggendo tutti i testi dedicati alla biologia, alla geologia e all’anatomia presenti nella ricca biblioteca di famiglia e cercando, invano, addirittura l’aiuto di un famoso professore di geologia dell’Università di Vienna. Avvalendosi delle vaste conoscenze che aveva accumulato e dell’analisi di numerosi reperti che aveva rinvenuto nella medesima area, Nopcsa giunse alla conclusione che il teschio apparteneva ad una specie di dinosauro non ancora classificata.

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Il fossile che accese la passione per la paleontologia del giovane Franz

Pur essendo un dilettante e un’autodidatta, Nopcsa era metodico e il suo approccio allo studio dei dinosauri era originale, innovativo e in largo anticipo sui tempi. Egli cercava di visualizzare come questi animali fossero stati da vivi, speculando sulla loro biologia ed etologia partendo dalle specie viventi che ai dinosauri erano più prossime. Nel corso della sua vita Nopcsa identificò 25 generi di rettili e cinque dinosauri tra cui il Megalosaurus, mise appunto un metodo per dedurre l’età a cui gli esemplari erano deceduti tramite l’analisi microscopica delle ossa, pubblicò diversi volumi e più di un centinaio di articoli scientifici. Molto tempo prima che il mondo accademico le accettasse all’unanimità, il paleontologo transilvano sostenne la teoria della deriva dei continenti e quella della discendenza degli uccelli dai dinosauri.

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Uno dei tanti bozzetti realizzati da Nopcsa.

Come molti cacciatori di fossili di quell’epoca, Franz Nopcsa faceva totalmente affidamento sulle sue ricche finanze per portare avanti i suoi studi. Nel 1903 Nopcsa compì la prima delle sue tante spedizioni in Albania, stavolta pagata dallo zio, molto vicino all’allora Imperatrice Elisabetta. Nopcsa aveva nutrito fin da giovane una grande passione per l’Albania, pari solo a quella per la paleontologia. Il giovane Franz era rimasto incantato dai racconti su quella terra impervia e sulle popolazioni che vi vivevano che aveva sentito da un suo caro amico (secondo alcuni il suo primo amante), il conte Luois Draskovic. Un mondo fatto di etiche tribali, faide, patti di sangue e onore che doveva sicuramente esercitare un’attrazione irresistibile su uno spirito inquieto e avventuroso come quella di Franz e in cui non esitò a immergersi completamente.

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Nopcsa posa nella tenuta tradizionale dei guerrieri albanesi

I successivi viaggi in Albania furono completamente finanziati dall’Impero Austro-Ungarico. All’indomani della Prima Guerra Mondiale i segni di debolezza dell’Impero Ottomano si facevano sempre più evidenti e la diplomazia e i comandi militari viennesi erano interessati ad avere più informazioni possibili sulla geografia e la situazione politica dell’Albania, allora provincia ottomana, in vista di una possibile annessione. Nopcsa divenne così un’agente segreto, attività che si intrecciò con i suoi interessi scientifici. Fu il primo a condurre uno studio sistematico della lingua e dei dialetti dell’Albania (che padroneggiò in poco tempo) e della cultura e i costumi dei popoli che la abitavano. Lì conobbe un ragazzo albanese, Bajazid Elmaz Doda, che assunse come segretario. Doda diventerà il suo compagno per il resto della sua vita, lo definirà “l’unica persona che mi abbia mai amato” e “dedicherà” a lui la scoperta di un dinosauro dandogli il nome scientifico di Kallakobotion bajazidi.

Nel 1913, alla conclusione della Guerra dei Balcani, Nopcsa chiese al governo austro-ungarico uomini, armi e mezzi per prendere il controllo dell’Albania e di esserne dichiarato re. Le richieste di Nopcsa vennero ignorate e al suo posto fu installato un governo fantoccio. Ciò dovette colpire Nopcsa nel profondo. In una lettera sentenziò lapiadariamente che la sua Albania era morta.

Questo evento può essere visto come l’inizio della parabola discendente di Franz Nopcsa. Di lì a poco la Prima Guerra Mondiale si sarebbe abbattuta sull’Europa e alla fine del conflitto Nopcsa avrebbe perso gran parte del suo patrimonio. Complice anche la salute mentale e fisica sempre più precaria, Nopcsa finì per vendere tutta la sua collezione privata di fossili e scheletri di dinosauro a vari musei in giro per il mondo. Passò gli anni successivi a girovagare in moto per l’Europa assieme a Doda. Nel 1933 a Vienna Franz Nopcsa uccise Doda nel sonno e poi si suicidò sparandosi in testa. Nella nota che lasciò espresse la volontà di essere cremato con indosso la sua tenuta da motociclista.

Nonostante le sue intuizioni in anticipo sui tempi e i suoi importanti contributi tanto alla paleontologia quanto all’etnologia, il “quasi re d’Albania” è sprofondato per decenni nell’oblio. In vita fu ostracizzato dal mondo accademico non solo per le sue idee ma anche per il suo carattere sanguigno, poi il regime di Ceaușescu ordinò di incenerire la sua biblioteca. Oggi pare ci sia ancora una certa riluttanza in patria a riesumare la sua figura poiché la sua omosessualità pesa come un macigno Tuttavia da qualche anno alcuni cittadini di Hateg, il villaggio in cui trascorse infanzia e giovinezza, si stanno adoperando per riscoprire il suo operato e sperano di rendere il vecchio maniero della famiglia Nopcsa, oggi in stato di abbandono, un centro di ricerca dedicato alla paleontologia.

Bibliografia

John N. Wilford, L’Enigma dei Dinosauri,

History Forgot This Rogue Aristocrat Who Discovered Dinosaurs and Died Penniless, Vanessa Vaselka, Smithsonian Magazine

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Il Regno

Emmanuel Carrere, pose a son domicile parisien. Avec

Di certo Emmanuel Carrère non poteva scegliere momento più difficile per scrivere di religione. Mentre in certe parti del mondo ci si uccide in nome di una fede o dell’altra, in Occidente la morale religiosa cede ogni giorno sempre più terreno all’etica secolare e il prestigio delle istituzioni religiose è ai minimi storici. Ma a rendere difficile intavolare un discorso serio e articolato sulla religione sono soprattutto le posizioni opposte e inamovibili su cui da qualche decennio si sono arroccati credenti e non credenti. I primi difendono con le unghie e con i denti i loro dogmi e le loro tradizioni che sentono minacciate dall’avanzata del laicismo, i secondi, ben rappresentati da luminari come Richard Dawkins considerano la religione come una pericolosa superstizione da cui l’umanità deve liberarsi al più presto. Sono due posizioni agli antipodi che nella mia esperienza personale sono accomunate molto spesso dall’ignoranza. Credenti che sovente sanno poco o nulla di quello in cui dicono di credere e atei che non si prendono nemmeno la briga di conoscere ciò che criticano. Tra questi due punti di vista si situa il lavoro di Emmanuel Carrère, Il Regno. Come me, Carrère condivide l’interesse per le religioni, un interesse agnostico e laico. Si tratta di estrapolare dalle religioni e dai loro testi sacri valori e idee condivisibili dall’uomo moderno senza però necessariamente abbracciare la fede. Come leggere e apprezzare la Dhammapada non mi rende per forza un buddhista, così studiare i vangeli non fa di me automaticamente un cristiano.

Come sempre nei lavori di Carrère l’elemento autobiografico è la molla che fa ingranare la narrazione. All’età di trent’anni l’autore si trova in mezzo ad una crisi esistenziale e creativa nerissima. L’unico appiglio a cui può agganciarsi è l’anziana madrina che lo introduce alla Fede. Seguono tre anni in cui per usare le parole dello stesso Carrère “sono stato cristiano”. Tutti i giorni a messa, tutti i giorni commenti scritti dei versetti del vangelo con cui riempirà ben diciotto quaderni in un anno. Sono proprio questi quaderni, ritrovati anni dopo, che spingono il Carrère di oggi che si è lasciato alle spalle fede e depressione, a raccontare la storia delle origini del cristianesimo.
Con grande acume Carrère evita di aggredire frontalmente la questione indagando la figura di Gesù. Invece si concentra sulle figure di San Paolo e dell’evangelista Luca e sulle loro peripezie in giro per l’impero romano del primo secolo dopo Cristo. Luca è la figura che Carrère sente più vicina poiché sono entrambi scrittori, e dedica la maggior parte dello spazio a lui.  La narrazione di Carrère è allo stesso tempo erudita e divulgativa e dipinge un mondo,quello dell’epoca di Paolo e Luca, per molti versi simile al nostro. Un mondo in cui l’insegnamento di un oscuro profeta della galilea suonava ai suoi abitanti strano e folle.
Avendo fatto la scuola dalle suore, più svariati anni di catechismo, posso ammettere senza vergogna di conoscere abbastanza bene parte della materia che tratta Carrère. Devo ammettere però che ho trovato la sua esegesi delle parabole interessante e illuminante, un impresa non facile visto quanto il materiale è inflazionato.
Altro merito di Carrère è essere riuscito a sottrarsi alla trappola del facile revisionismo, evitando così di mettere in bocca ai suoi personaggi un pensiero che appartiene più all’autore che al loro . Tutt’altro, Carrère si tiene sempre a debita distanza dai personaggi del suo racconto con distacco e una buona dose di scetticismo, attingendo non solo alle sacre scritture ma anche al lavoro di esegeti e filologi, come a fonti storiche contemporanee ai fatti narrati.

Il Regno è una lettura stimolante tanto per chi conosce già la materia quanto per chi è a digiuno sulla storia delle religioni. E un libro che pone molte domande e non da risposte, del resto Carrère conclude il libro con un lapidario e agnostico “non lo so”.